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UCRAINA

Campi di battaglia e scenari politici, guerra in salita per Kiev

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Il bilancio della controffensiva ucraina è di gravi perdite a fronte di guadagni irrisori di territorio. E intanto in Europa e negli Stati Uniti il sostegno a Kiev perde terreno, come dimostrano anche le elezioni in Slovacchia

Esteri 02_10_2023

Benché in Europa e soprattutto in Italia la propaganda politica e mediatica ucraino-atlantista faccia da quattro mesi i salti mortali per presentare all’opinione pubblica trionfi militari delle truppe di Kiev nella controffensiva che prese il via il 4 giugno scorso, la situazione militare e politica non sembra fornire segnali di ottimismo per la causa Ucraina.

Sul fronte di Zaporizhia la penetrazione ucraina nel settore di Rabotino continua da molte settimane a scontrarsi con la resistenza russa lungo la Linea Surovikin con scontri violentissimi nei villaggi ormai disabitati e rasi al suolo di Rabotino, Verbovoe e Novokopropivka. Dopo assalti sanguinosi costati migliaia di caduti agli attaccanti, ieri il portavoce delle forze ucraine in quel settore, Alexander Shtupun, ha riferito che negli ultimi giorni il numero di attacchi russi è quasi raddoppiato tra regione di Zaporizhia e Avdiivka, che si trova nell’adiacente regione di Donetsk. «Il nemico sta cercando di riconquistare le posizioni perse nella zona di Rabotino e il numero di combattimenti è quasi raddoppiato», ha precisato il portavoce.

Nell’altro fronte caldo, quello dell’eterna battaglia di Bakhmut, i tentativi ucraini di accerchiare e poi riconquistare la città espugnata nel maggio scorso dagli uomini della Wagner sono finora falliti, al prezzo di perdite così elevate che i consiglieri militari che assistono il comando ucraino hanno più volte consigliato Kiev di concentrare gli sforzi offensivi sul fronte di Zaporizhia invece di insistere ad attaccare Bakhmut, come hanno riferito anche diversi media statunitensi.
Nelle ultime ore i russi hanno ripreso il controllo di alcune postazioni perdute sia di fronte alla periferia ovest di Bakhmut, sia a nord e a sud di essa, contando probabilmente sul progressivo indebolimento delle capacità offensive ucraine.

Anche in questo caso sono gli stessi militari ucraini a smentire i titoli roboanti che appaiono regolarmente su molti media italiani tesi a celebrare i trionfi ucraini: Illia Yevlash, capo ufficio stampa del Gruppo orientale delle Forze armate ucraine ha detto ieri che i russi hanno concentrato a Bakhmut più di 10 mila effettivi, segnale che potrebbe indicare un imminente contrattacco in tutto il settore.

Più a sud le forze ucraine difendono i quartieri periferici occidentali di Marinka, altra città da mesi sotto attacco russo che le forze di Mosca hanno ormai occupato per oltre il 70 per cento.

Nel complesso il bilancio dell’offensiva estiva ucraina per ora è di meno di 250 chilometri quadrati di territorio strappato ai russi a Donetsk e Zaporizhia (poco più della superficie del comune di Milano), territori peraltro situati nella “terra di nessuno”, cioè in quell’area del fronte dove ogni postazione cambia più volte di mano.
In realtà il bilancio delle conquiste territoriali di Kiev è in passivo poiché i russi nel settore settentrionale, tra le regioni di Lugansk e Kharkiv, sono da tempo all’offensiva e hanno messo le mani su circa 300 chilometri quadrati di territorio, soprattutto nei settori di Lyman e in particolar modo Kupyansk, dove le forze di Kiev sono in gravi difficoltà e stanno barricandosi all’interno del centro abitato evacuando i civili.

Al netto delle propagande contrapposte nessuna delle battaglie in atto, per quanto sanguinose, sembrano in grado di determinare una svolta nella guerra anche se il logoramento e le altissime perdite subite dagli attaccanti ucraini potrebbe inficiare le capacità di Kiev di opporsi con efficacia a un’eventuale offensiva invernale russa.

Sul fronte politico le ultime notizie sono ancora più negative per Kiev. La stanchezza dell’Occidente rispetto a una guerra che non vede gli ucraini conseguire i successi auspicati è già ben evidente fin dal vertice NATO di Vilnius del luglio scorso ma nelle ultime settimane la situazione è precipitata. Si accentuano le tensioni con le nazioni della Mitteleuropa che non intendono più assorbire grano ucraino, la Polonia ha annunciato uno stop alle forniture militari a Kiev poi parzialmente rettificata, l’Ungheria di Viktor Orban minaccia direttamente Kiev per le discriminazioni subite dalla minoranza ungherese della Transcarpazia e si oppone agli aiuti finanziari Ue a Kiev.

Una linea che verrà con ogni probabilità raccolta dal prossimo governo slovacco, guidato dal socialdemocratico Robert Fico, che ha vinto le elezioni con un programma impostato su negoziati per porre fine alla guerra e stop alla cessione di armi a Kiev.  Il partito Smer-SD di Fico ha smentito gli exit poll che lo davano per sconfitto (accolti con entusiasmo in Italia e in Europa) imponendosi nonostante una campagna mediatica e politica (basata sull’ormai consolidata tecnica di denunciare la “disinformazione russa” come elemento turbativo nelle elezioni in Occidente) che in tutta la Ue aveva inserito il leader slovacco nella lunga lista di proscrizione dei filo-Putin e filo-russi.

Nulla di nuovo nel “maccartismo mediatico” che da qualche anno sta travolgendo l’informazione in Europa ma si tratta di definizioni curiose tenuto conto che Fico è stato già due volte premier in Slovacchia (tra il 2006 e il 2010 e poi dal 2012 al 2018) e in quegli anni non ha mai chiesto l’adesione alla Federazione Russa né ha adottato derive di stampo nordcoreano. Anzi, Fico è stato per anni un simbolo della socialdemocrazia europea e non a caso il suo partito nel Parlamento Europeo fa parte del Partito Socialista Europeo di cui è parte anche il PD, quello che per intenderci esprime commissari quali Borrel, Timmermans o Gentiloni. 
Inutile aggiungere che lo Smer-SD di Fico ha votato a favore della Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen, ma oggi viene dipinto come un pericoloso agente del “putinismo” semplicemente perché non intende più sostenere un conflitto che, se si è rivelato disastroso per l’economia europea nel suo complesso, lo è in misura ancora maggiore per diverse nazioni della Mitteleuropa inclusa la Slovacchia.

Del resto la stessa Commissione Ue è dovuta tornare sui suoi passi autorizzando di nuovo massicci acquisti energetici dalla Russia, con un “ribaltone” di cui dovrebbe essere chiamata a rispondere la signora von der Leyen e i suoi commissari. Per intenderci, coloro che assicuravano un anno e mezzo or sono che le sanzioni avrebbero distrutto l’economia russa in poche settimane e che i militari russi rubavano le schede elettroniche dagli elettrodomestici per inserirle nei sistemi d’arma.

Celebrando la vittoria, Fico ha ribadito di voler proporre l'immediata apertura dei negoziati di pace con la Russia per porre fine alla guerra e di voler cessare l'assistenza militare al governo di Kiev pur nella consapevolezza che dovrà costituire un governo di coalizione. È quindi presto per ipotizzarne le iniziative ma la tendenza nell’elettorato e nell’opinione pubblica di molte nazioni europee non è certo a favore di quel conflitto prolungato su cui Kiev spera di ottenere appoggio a lungo termine.

Lo si è visto nelle ultime ora anche negli Stati Uniti dove il compromesso al Congresso per evitare lo “shutdown” del bilancio federale ha visto una parte rilevante del partito repubblicano porre e ottenere la condizione che venisse tagliato il finanziamento previsto all’Ucraina per 6,2 miliardi di dollari, definito l’ennesimo «assegno in bianco a Zelensky» dallo speaker della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy.



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