Tra Stato e bosco, la famiglia e quei legami che nessuno può spezzare
La vicenda della Famiglia nel bosco mostra che la famiglia è tutt’altro che una “costruzione superata”, come ritengono i suoi detrattori. Il ruolo della scuola. Socializzazione e legami. L’importanza della figura paterna. Dal videoincontro con lo psicologo Luca Ceriani.
I figli appartengono ai genitori o allo Stato? Questo interrogativo di fondo è tornato alla ribalta in Italia da alcuni mesi per la vicenda della famiglia Trevallion, ormai nota come “la Famiglia nel bosco”. E la Bussola, dopo una serie di articoli, ha dedicato ieri all’argomento una diretta condotta da Andrea Zambrano, che ha avuto come ospite lo psicologo e psicoterapeuta Luca Luigi Ceriani, autore di diversi libri sull’educazione.
Secondo Ceriani, la vicenda della Famiglia nel bosco smentisce quanto sostengono i detrattori della famiglia in generale, secondo i quali la famiglia sarebbe uno stereotipo, una costruzione superata: «Mi sembra invece esattamente il contrario, a vedere anche come la maggioranza degli italiani la pensa», sostenendo cioè il diritto-dovere dei genitori di crescere i propri figli. Lo psicologo nota che «la famiglia trova al suo interno la sua ragion d’essere, cioè il fatto che è generativa, che mette al mondo dei figli». Allo stesso tempo li deve anche «mettere nel mondo», provvedendo al loro inserimento ordinato nella società.
Catherine e Nathan Trevallion hanno fatto delle scelte non convenzionali e per certi versi bizzarre, ma questo non giustifica l’atteggiamento di uno Stato padrone. «Lo Stato deve garantire le condizioni perché la famiglia possa accompagnare nel mondo i figli. E la scuola è il suo strumento fondamentale», afferma Ceriani. Ma c’è scuola e scuola. «Se il compito della scuola è quello omologatorio, prescrittivo, normativo che certa sinistra ci consegna, allora c’è un problema». Ceriani sottolinea la necessità che la scuola coinvolga i genitori, cosa che spesso, per la sua esperienza professionale nella scuola di Stato, non ha constatato. Ad esempio, «gli organi collegiali, prodotto immediato degli anni Settanta, sono assolutamente disattesi: la partecipazione delle famiglie è proprio finta».
I coniugi Trevallion non hanno visto nella scuola di Stato un modello adatto alle loro idee e hanno optato per l’unschooling (un approccio educativo senza scuola). Ma come notano Zambrano e lo stesso Ceriani esistono esperienze valide, alternative alla scuola di Stato, come l’istruzione parentale. In definitiva, osserva lo psicologo, «la scuola può essere una grandissima opportunità laddove garantisce che la famiglia sia compartecipe del progetto educativo e laddove soprattutto la proposta degli insegnanti non è univoca e ideologica».
Uno degli assunti per cui i tre figli dei coniugi Trevallion sono stati posti in una casa-famiglia è quello della socializzazione. Ceriani sottolinea in generale la necessità della socializzazione – tanto più oggi, epoca di figli unici – ma al contempo fa presente che essa «non deve essere un momento forzato, deve essere accompagnata, non può estromettere i genitori». Nel caso della Famiglia nel bosco, Ceriani ritiene che ci siano stati «irrigidimenti da entrambe le parti» e che nel complesso «lo Stato si è mosso in modo un po’ goffo, forse acuendo delle contrapposizioni che magari potevano essere nel tempo molto più diluite. E han finito per pagarne le conseguenze i bambini».
A proposito di educazione, è stato richiamato l’insegnamento di Pio XI nell’enciclica Divini Illius Magistri, in cui si spiega che «la famiglia ha immediatamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole». A Zambrano che chiedeva perché lo Stato spesso preferisce prendersi i figli anziché aiutare il nucleo familiare a superare le sue eventuali problematiche, Ceriani ha risposto che lo Stato agisce così «perché non considera le madri e i padri a pieno titolo come costruttori del futuro dei figli, preferisce appunto prenderli, crescerli, organizzarli, proporgli un pensiero che è il proprio, perché evidentemente il cittadino obbediente è meno pericoloso. Questo avviene in tutte le culture». Ad esempio, questo è avvenuto nell’allora Unione Sovietica e avviene ancora oggi in alcuni Paesi europei.
Lo psicoterapeuta ricorda l’importanza dei legami per un armonico sviluppo della persona e lamenta che «tutte le volte che ho incontrato uno Stato padrone della vita e del destino dei bambini», quello stesso Stato ha agito «sempre prescindendo dal fatto che quei bambini sono il padre e la madre». Di conseguenza, «uno Stato che voglia il bene dei propri giovani cittadini, dei propri bambini e ragazzi, non può non prendersi cura del nucleo familiare». In questo senso, Ceriani storce il naso di fronte all’eccessiva proliferazione di associazioni che, anche nel mondo cattolico, si occupano di affido familiare perché «senza nulla togliere all’intenzione assolutamente caritatevole del gesto, questo rischia di creare dei sistemi (…) in cui la famiglia viene sempre messa in qualche modo in dubbio». Un sistema in cui cioè si passa troppo facilmente all’affido, con uno stanziamento consistente di fondi che – suggerisce Zambrano – potrebbero anche essere usati per aiutare certe famiglie a superare determinate problematiche.
Il caso della Famiglia nel bosco – con la rivalutazione del ruolo del padre in un’ordinanza a due facce del Tribunale dei minori (vedi qui) – è stato lo spunto anche per parlare dell’attacco subito, in età contemporanea, proprio dalla figura paterna. «Tutto il Novecento – afferma Ceriani – è stato segnato dall’assenza della paternità, proprio perché simbolicamente il padre ha sempre rappresentato la legge, il principio di autorità. L’attacco che sta subendo la paternità è lo stesso complessivamente che sta subendo la mascolinità, il maschile in quanto tale. Chi fa il mio mestiere incontra, tutti i giorni, giovani che sono disorientati e confusi dall’assenza di figure di riferimento maschili». La cultura laicista ha contrapposto maschio e femmina, mettendoli ideologicamente l’uno contro l’altra e confondendone i ruoli. E questo sta causando disordini nelle famiglie e quindi nell’intera società. A proposito, lo psicoterapeuta spiega che oggi gli adolescenti soffrono particolarmente del fatto che «i ruoli familiari sono stati confusi». E la loro ricerca di identità stenta, «perché mancano modelli di riferimento, perché mancano adulti capaci di interpretare la propria femminilità e la propria mascolinità in un senso convincente e affascinante». Cioè, secondo natura.
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