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minori strappati

Affidi, lo ammette anche il Garante (femminista): «Non si aiuta la famiglia»

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41 mila minori in affido costano un miliardo e mezzo: «Soldi che potrebbero aiutare i genitori in difficoltà, senza prelevare loro i figli. Devo dirlo io da femminista e non i vescovi? Per crescere i bambini non c'è niente di meglio della famiglia». Intervista al Garante dell'Infanzia, Marina Terragni. 

Famiglia 05_02_2026

Nell’ultimo report dell’Autorità Garante per i minori e gli adolescenti, si scopre che nel 2024 sono stati 25mila i minori ospitati in strutture residenziali, mentre 16 mila circa quelli che hanno trovato accoglienza in una famiglia attraverso l’istituto dell’affido. Si tratta di 41 mila bambini che costano allo Stato la bellezza di quasi 1 miliardo e 300 milioni di euro. Il costo medio al giorno per minore tolto alla famiglia e affidato, infatti, si aggira su una media di 150 euro.

Basterebbero questi numeri per domandarsi se la spesa risponda ad una emergenza giustificata o se invece siamo di fronte ad un fenomeno che, sfruttando la debolezza delle famiglie per svariati motivi, non approfitti del superpotere dei servizi sociali e dei tribunali minorili per alimentare un business.

Il caso della famiglia nel bosco, unito a sempre più casi di cronaca, ha mostrato che c’è un problema nel sistema affidi nel Paese, dove a farne le spese non sono solo i bambini strappati ai loro genitori, ma tutto il complesso della famiglia, la vera malata, la vera vittima sacrificale.

Se n’è accorta anche Marina Terragni, femminista doc e orgogliosamente di sinistra, ma che nel suo incarico di presidente dell’Autorità Garante ha dovuto ammettere che il sistema affidi è problematico, proprio perché non persegue interventi a favore della famiglia.

Tanto da scriverlo all’inizio del report appena presentato: «La priorità deve invece essere data a interventi di sostegno personalizzati a favore del nucleo familiare quando in difficoltà». E in questo colloquio con la Bussola lo ribadisce, aggiungendo che a fronte dei tanti soldi che lo Stato spende, in molti casi «sarebbe più opportuno prendere in affido la famiglia in difficoltà senza privarla dei figli e aiutarla a risolvere i suoi problemi. Non so se ci sia un business dietro, dico solo che quei soldi potrebbero essere spesi diversamente per tenere in piedi le famiglie che non ce la fanno per svariati motivi, esclusa la violenza e l’abbandono ovviamente, e i casi contemplati dall’articolo 403 del Codice civile».

Terragni però ha ammesso di non avere margine di intervento perché la legislazione non le permette, ad esempio, poteri ispettivi: «Eppure sarebbe tutto già scritto nelle convenzioni internazionali e nelle leggi italiane: il minore ha diritto di crescere con la sua famiglia, ma oggi a dirlo sembra di essere dei marziani – spiega -. La verità è che oggi non si persegue il favor familiae, ma se una famiglia è un nucleo, allora il nucleo dovrebbe essere indivisibile, salvo interventi davvero eccezionali».

Succede, ad esempio, che la partita minori e affidi, provochi anche un curioso capovolgimento dei ruoli che lei stessa definisce “bizzarro” e che non avrebbe mai pensato di dover vivere: «Ma devo arrivarci io, con la storia che ho, a dover difendere la famiglia e non i vescovi?». Il riferimento è all’intervista che Avvenire ha fatto a Claudio Cottatellucci, presidente dell'Associazione magistrati per i minori, che al quotidiano della Cei ha ribadito che «limitare gli interventi sui minori significa tutelarli meno e che non dobbiamo reintrodurre la vecchia logica della patria potestà».

Parole che Terragni, femminista, di sinistra e decisamente “laica” ha accolto con una certa stizza: «Sono parole che mi stupiscono e mi colpiscono: adesso mi tocca dire che le famiglie non si dividono. È grottesco che debba ammetterlo io, che ho una lunga storia di critica alla famiglia e non i vescovi, ma diciamolo: per crescere i bambini non abbiamo trovato niente di meglio della famiglia».

Detto da chi ha fatto della logica rivoluzionaria anti-familista una ragione di impegno politico è comunque un passaggio significativo, ma è pur sempre vero che Marina Terragni si era già messa in luce con i suoi interventi contro l’utero in affitto, il Ddl Zan e il gender, segno che quando la ragione funziona, anche a sinistra, la legge naturale universale si riconosce facilmente e l’ideologia svanisce.

Così anche la logica sussidiaria che sarebbe rispettata se davvero si mettesse al centro la famiglia perché fosse aiutata in tutti i suoi componenti e non solo nei minori, operazione che abbiamo visto, porta all’inevitabile distruzione del nucleo.

«È mai possibile che ancora oggi, secondo una ricerca dell’università Statale d Milano, nell’80% dei casi di affido famigliare a seguito di violenza di un genitore contro l’altro (il più delle volte il padre), la potestà genitoriale venga tolta anche alla madre? Ma per quale ragione? Eppure, basterebbe tornare un po’ indietro – ha proseguito -. Una volta c’erano lo stesso le asperità nelle famiglie, ma c’era una rete famigliare allargata, un tessuto comunitario, che aiutava le famiglie a risolvere i problemi. Oggi i nuclei sono tutti microscopici e la famiglia si trova da sola in balia il più delle volte dello Stato».

Un altro ostacolo che è emerso dal report è il fatto che mancano dati per una mappatura delle cause che hanno portato all’intervento dei servizi sociali. «Speriamo che il Disegno di legge Nordio-Roccella, che si prefigge lo scopo di riformare il sistema affidi e che è stato approvato alla Camera per andare ora in Senato, dia attuazione, come prevede, ad una classificazione delle casistiche: ad oggi, infatti, non sappiamo neppure quali sono le motivazioni prevalenti che giustificano il prelevamento di un minore e ribadisco la parola “prelevamento” perché a volte nelle ordinanze dei giudici dei minori c’è proprio scritta questa parola».

Divorzio conflittuale? Violenza? Oppure carenze igienico sanitarie o estrema povertà? Quanto incidono queste cause all’interno del monte totale degli affidi famigliari? «È assurdo che non possiamo conoscere questi dati. Ma tra una situazione di violenza accertata e una di indigenza c’è una bella differenza, perché nel secondo caso dovremmo mettere in campo quegli strumenti anche economici per aiutare la famiglia e non per demolirla completamente – ha concluso -. Sono rimasta scandalizzata l’altro giorno quando ho visto su Quarta Repubblica una donna alla quale a lei e al marito hanno portato via i figli solo perché non andavano a scuola ben vestiti o in ordine. Non è possibile che ricevano lo stesso trattamento, cioè la privazione dei figli, di chi invece è manifestamente violento o incapace di fare il genitore».

Oppure la storia raccontata dalla Bussola dove, nel caso di una bambina di cinque anni morta per errore medico, il giudice ha riconosciuto un risarcimento minore alla madre biologica perché la bambina era stata data in affido e quindi ha sofferto di meno: «Ma è evidente che anche in questo caso c’è un pregiudizio verso la famiglia biologica».

E detto da una femminista convinta, non sono parole di poco conto.



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