• COVID E PROPAGANDA

Campagna vaccinale, caccia ai giovani inutile e dannosa

Le società occidentali, di fronte alla pandemia, hanno perso la ragione. L'ultima prova è la rincorsa ai giovani per spingerli a vaccinarsi. Il Covid è una malattia non pericolosa per i giovani. Le probabilità che muoiano per effetti collaterali dei vaccini sono già più alte. Eppure sono sempre loro i capri espiatori di società invecchiate.

Vaccinazione

L'elemento che forse sintetizza con maggiore, drammatica efficacia  la vera e propria perdita della ragione determinatosi in molte società occidentali, tra cui quella italiana, in reazione all'epidemia di Covid-19 è l'attteggiamento preso da governi e istituzioni sanitarie riguardo alla vaccinazione delle fasce più giovani della popolazione. Un atteggiamento che, nella maggior parte dei casi, è stato quello di una pressione ingente all'inoculazione di massa, con toni che vanno dal paternalismo all'aperto ricatto psicologico. E che, esaminato alla luce di criteri di buon senso ed elementare moralità, appare irresponsabile e potenzialmente portatrice di conseguenze catastrofiche.

In Italia, in base agli ultimi dati disponibili forniti dall'Istituto Superiore di Sanità, risalenti al 28 aprile 2021, soltanto l'1,1% dei decessi classificati per Covid è riportabile a soggetti di età inferiore ai 50 anni. E soltanto una vittima su 30.000 era under 50 è morto senza altre concause. Di contro, in base alle cifre raccolte dall'Aifa, al 26 maggio 2021 le morti sospette successive alle vaccinazioni erano 328, senza distinzioni di età. Suddividendo il rischio per fasce anagrafiche, ne consegue che nei soggetti tra i 10 e i 19 anni – quelli che oggi qualcuno spinge al vaccino di massa per “tornare a scuola in sicurezza” l'eventualità di morire per effetti avversi dei sieri è almeno 10 volte superiore a quella di morire per il virus. E le percentuali nelle fasce successive non cambiano di molto. In tutta la popolazione al di sotto dei 50 anni – e a maggior ragione negli adolescenti e nei ventenni – le incognite e i rischi connessi ai vaccini attualmente disponibili sembrano, in tutta evidenza, decisamente superiori a quelli comportati dall'eventuale contrazione del virus, per lo più praticamente inesistenti.

Senza dubbio questa insistenza nello spingere a trattamenti sperimentali soggetti che non ne avrebbero alcun bisogno - a prima vista incomprensibile - è la diretta conseguenza di una stortura gravissima di fondo nella “filosofia” adottata da quei Paesi nella gestione politica e sanitaria dell'epidemia: quella condensata nella frase “ne usciremo solo con i vaccini”. In sostanza governi ed “esperti” (spinti anche dalla linea tenuta dall'Oms) hanno deciso in larga parte di placare la psicosi generata dal virus in larghi strati delle loro società promettendo ai loro cittadini, appena sono stati resi disponibili da parte delle case farmaceutiche i primi sieri ad esso dedicati, che attraverso una campagna di vaccinazione generalizzata sarebbe stata raggiunta presto l'immunità di massa, estirpando completamente l'agente patogeno e risolvendo il problema una volta per tutte.

Si trattava di una risposta che esprimeva una totale distorsione della natura del problema: una distorsione generata o da ignoranza o da malafede e semplificazione populistica. Tutti i dati statistici accumulati dall'inizio di essa, infatti, dicono univocamente che il Covid-19 è un virus pericoloso (se non curato o mal curato, come purtroppo governi e istituzioni sanitarie hanno purtroppo largamente fatto, abbandonando spesso, in preda al panico, i pazienti a se stessi) quasi esclusivamente per le fasce di popolazione anziana e/o gravata di altre patologie preesistenti, con un'età media delle vittime superiore agli ottant'anni. Quindi l'obiettivo razionale da perseguire non avrebbe dovuto essere tanto la cancellazione del contagio in sé, quanto la protezione di quei soggetti “fragili” dalle conseguenze gravi di esso. E i nuovi vaccini avrebbero dovuto essere usati come strumento in tale prospettiva. Con la consapevolezza – e l'onestà di dichiarare – che essendo essi ancora in fase sperimentale la loro efficacia non poteva essere garantita, e andavano adoperati con cautela e pragmatismo. Senza contare il fatto che tutta la storia delle epidemie di virus respiratori para-influenzali testimonia – come molti scienziati hanno sottolineato – la estrema mutabilità dei virus stessi, e dunque la sostanziale impossibilità di una totale copertura vaccinale, con l'inevitabile fiorire di innumerevoli varianti destinate a smorzare, se non annullare nel tempo gli effetti dei sieri. Per cui una strategia realistica avrebbe dovuto contemplare senz'altro una progressiva “normalizzazione” del virus, favorita dalla sua circolazione in tutti quei settori di popolazione dove esso fa meno danni.

Purtroppo la scelta di una strada sbagliata, inutilmente catastrofista e praticamente irrealizzabile ha determinato una spirale di conseguenze pessime: una rincorsa circolare tra panico, aspettative eccessive e frustrazioni successive nelle società interessate. Di fronte alla prevedibile constatazione che i vaccini esistenti offrono una copertura ridotta rispetto alle varianti del virus, e che anche i vaccinati tendono ad ammalarsi (e a moire, se anziani e fragili) di esse in proporzioni non molto diverse dai non vaccinati, le reazioni dei governi sono state prevalentemente (con alcune notevoli eccezioni, come Regno Unito e molti Stati degli Usa) da un lato una tendenza a riproporre ancora una volta restrizioni alla vita sociale tanto inutili sul piano sanitario quanto devastanti su quello economico e civile; dall'altro, a spingere sempre di più sul tasto dell'inoculazione di massa indiscriminata, tentando di convincere i “renitenti” con le buone (promesse di ritorno alla piena normalità) e con le cattive (“green pass”, obblighi per determinate categorie lavorative, discriminazioni), nonché cedendo sempre più alla tentazione di introdurre un obbligo vaccinale in totale contrasto con la libertà personale di cura sancita dalle costituzioni liberaldemocratiche.

Tutto inutile, perché anche nell'ipotesi di una copertura vaccinale al 100%, le “varianti” che sfuggono ai sieri arriverebbero sempre da qualche parte del mondo, e l'eventuale immunizzazione durerebbe ben poco. Ma tutto funzionale, appunto, a dare in pasto soluzioni facili alle masse indotte da quegli stessi governi, e dai media ad essi allineati, ad una psicosi che appre senza soluzione.

In questo contesto, le giovani generazioni rappresentano il capro espiatorio o la “carne da cannone” ideale per società sempre più anziane e impaurite, e vengono sacrificate senza rimorsi da un establishment di potere sempre più simile a Saturno, tutto proteso alla propria autoconservazione e cinicamente indifferente al futuro. Prima additati come “untori” e “assassini” di genitori e nonni per ogni timida loro resistenza di socialità (aperitivi, “movida”, vacanze) e costretti all'isolamento più psicologicamente pernicioso, poi blanditi con la promessa che dopo  la “puntura” avrebbero potuto ritornare ad una vita puramente edonistica, oppure severamente invitati a vaccinarsi per “dovere civico”. Senza minimamente tenere conto del fatto che il primo, elementare “dovere civico” sarebbe quello delle istituzioni e delle famiglie di non imporre ai giovani trattamenti dagli effetti collaterali incerti e, almeno in alcuni casi, sicuramente pericolosi per una malattia per loro innocua, e contro la quale ormai la stragrande percentuale delle fasce anagrafiche a rischio è già stata vaccinata. Siamo di fronte, in realtà, ad un crudele smarrimento della solidarietà e dell'equità sociale generazionale di cui l'Occidente purtroppo pagherà, presto o tardi, le enormi conseguenze, fisiche o psicologiche. 

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