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Dottrina sociale
a cura di Stefano Fontana

CAOS FIDUCIA SUPPLICANS

Benedizioni, Francesco e il cortocircuito con la cultura africana

Sulle benedizioni alle coppie gay, il Papa permette una deroga in Africa perché lì «l’omosessualità è qualcosa di brutto dal punto di vista culturale». Dunque, Fiducia supplicans richiede culture non radicate nella legge morale naturale.

Dottrina sociale 31_01_2024

Nella sua ultima intervista, pubblicata il 29 gennaio su La Stampa, Francesco è tornato sulla dichiarazione Fiducia supplicans dicendo, tra l’altro, di aver concesso una dispensa alle chiese cattoliche dell’Africa: «Un caso a parte sono gli africani, per loro l’omosessualità è qualcosa di brutto dal punto di vista culturale, non la tollerano». Se ho ben capito, vescovi e sacerdoti delle chiese d’Africa possono non tenere conto della dichiarazione del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, Victor Manuel Fernández, per motivi culturali. Non intendo qui analizzare l’ennesima contraddizione di questo tira e molla dagli aspetti indecorosi, quanto piuttosto fare qualche considerazione su come viene considerata qui la cultura africana.

C’è una disposizione del – almeno un tempo – più importante dicastero romano alla quale molte conferenze episcopali si sono opposte, rifiutandosi di metterla in atto. Per le chiese d’Africa ora il Papa permette una deroga il cui motivo non è dottrinale ma culturale: esse avrebbero una cultura che considera l’omosessualità un male inaccettabile. La prima questione che si pone è: le altre conferenze episcopali che si sono opposte non hanno utilizzato la loro cultura nel farlo? Perché a quelle nessuna dispensa? Hanno forse tutte una cultura che considera l’omosessualità un bene? Sono quindi culture migliori perché così possono applicare Fiducia supplicans? Una dichiarazione la quale – a questo punto bisogna riconoscerlo – richiede culture che non considerino l’omosessualità un male. Ossia, come torneremo a dire più avanti, culture non radicate nella legge morale naturale. Ma proseguiamo.

Questa dispensa non può avere certamente motivazioni dottrinali, perché la dichiarazione stessa dice di non avere questa dimensione, da qui l’appiglio con la motivazione culturale. Così facendo, però, la cultura africana viene presentata come retrograda e bisognosa di evoluzione. La si vede come incapace di accogliere l’invito della dichiarazione di Fernández e, quindi, come tollerata per il momento ma certamente giudicata come inadeguata. Dietro questa constatazione di arretratezza, per contrasto, emerge che quanto richiesto dalla dichiarazione richiede una cultura di accettazione dell’omosessualità. Se i vescovi africani sono dispensati perché ritengono, in base alla loro cultura, che l’omosessualità sia un male, allora significa che la norma esposta dalla Fiducia supplicans è che l’omosessualità non debba essere considerata un male. Ammettere questo, però, comporterebbe ammettere che la dichiarazione rompe con la tradizione e il magistero precedente che avevano sempre considerato l’omosessualità un male. Ciò vorrebbe dire in automatico che Fiducia supplicans ha mentito quando ha scritto che essa non tocca la dottrina e che si limitava solo ad un suo sviluppo pastorale. Risulterebbe anche che la cultura africana va d’accordo con la tradizione e il magistero, considerando l’omosessualità un male. Ma se va d’accordo con tradizione e magistero, perché c’è bisogno di una dispensa nei suoi confronti?

La posizione degli episcopati africani sull’omosessualità, oltre ad essere conforme alla dottrina, alla tradizione e al magistero, è o non è conforme anche al diritto naturale e alla legge morale naturale? Ci sono delle verità in quella cultura? Oppure si tratta solo di una cultura convenzionale, priva di fondamenti veri, relativa ad un certo contesto storico e ambientale? È una cultura arretrata? Immatura? In questo caso bisognerebbe farla maturare, aiutandola a vedere nell’omosessualità non un male, ma un bene. Per ora si dà la dispensa, ma le dispense sono per natura solo momentanee – a parte quella della Comunione nella mano che pare diventata un dogma sempiterno – e quindi la fase andrà superata con il passaggio alla benedizione delle coppie omosessuali anche in Africa. Questo è da oggi in poi lo scopo della missione in Africa? Provocare questa transizione? Se invece la cultura africana, sul punto in questione, esprime esigenze di morale naturale, che bisogno ha di dispense, dato che il diritto naturale è pienamente accolto e perfezionato dalla Rivelazione e dalla vita di grazia?

Gli attuali vertici ecclesiastici sanno quello che dicono e quello che scrivono? O il livello del ragionamento ha subìto uno scadimento impressionante per motivi che ci sfuggono, oppure è voluto perché la confusione decostruisce senza evidenziare chiare responsabilità. (Stefano Fontana)