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FAMIGLIE AL PALO

Assegno unico, il braccio di ferro con l'Ue è una scusa?

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Procedura d'infrazione Ue sull'Assegno unico perché discriminerebbe i cittadini comunitari trasferitisi in Italia da meno di due anni. Un contenzioso che il Governo deve affrontare spiegando quali sono i rischi, ma senza usarlo come scusa per giustificare i mancati aumenti di quest'anno. 

Editoriali 20_11_2023

Non si può certo dire che questo sia un anno fortunato per l’Assegno Unico. Introdotto dal governo Draghi come prima misura strutturale di una politica famigliare in chiave natalista, è stato sposato subito anche dal governo Meloni che nel corso della prima Finanziaria lo ha rifinanziato potenziandolo significativamente e con la promessa di renderlo davvero universale negli anni seguenti di governo.

Ma quest’anno l’AU ha subìto un brusco stop, tanto che nella Manovra che approda ora al vaglio dell’approvazione parlamentare, non sono previsti aumenti di nessun tipo, mentre è stata aggiunta anche una clausola discriminatoria con l’eliminazione dei Btp dalla formazione dell’Isee. Una misura che penalizza proprio le famiglie più bisognose che si ritrovano a vedersi pesate la casa di proprietà, ma non hanno titoli di Stato investiti da poter “scaricare” per abbassare il proprio stato patrimoniale. Chi invece ha buoni dello Stato investiti, che sono monetizzabili immediatamente a differenza della casa, in caso di difficoltà economiche, si ritrova un Isee più agevolato.

Ora arriva un’altra doccia gelata, rappresentata dalla procedura di infrazione comminata dall’Ue all’Italia, che lo ritiene discrimatorio verso i cittadini Ue.

Vediamo perché. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha inviato al governo italiano una lettera con parere motivato che contesta all’Assegno unico e universale per i figli a carico il mancato rispetto delle norme sul coordinamento della sicurezza sociale e sulla libera circolazione dei lavoratori. Qual è l’oggetto del contendere? Secondo la Commissione, «la legislazione viola il diritto dell’Ue in quanto non tratta i cittadini europei in modo equo, il che si qualifica come discriminazione».

Infatti, la misura dell’Assegno Unico, che riforma i vecchi assegni famigliari, dà diritto a ricevere il beneficio solo a chi risiede in Italia da almeno due anni e solo se vivono all’interno della stessa famiglia dei loro figli. La violazione del diritto, secondo la Commissione, risiederebbe nel fatto che non verrebbero trattati in modo equo i cittadini europei. In pratica: se un cittadino Ue decide di trasferirsi in Italia con la famiglia, non avrebbe diritto all’assegno fino a quando non ha compiuto stabilmente i due anni di residenza.

Il parere della Commissione fa seguito ad un avvertimento sotto forma di costituzione in mora che l’Italia ha ricevuto nel febbraio 2023, a governo Meloni già insediato, che rispose nel giugno di quest'anno difendendo l’impianto della legge così come uscita dal governo Draghi. Alla risposta dell’Italia ha fatto ora seguito il parere della Commissione che dà al nostro Paese due mesi di tempo per adottare le misure necessarie. Se ciò non dovesse accadere, i vertici europei potrebbero deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

La partita è in mano al Ministero della Famiglia che sta delineando la strategia migliore per rispondere all’offensiva europea che rappresenta di fatto un duro colpo a quella che è la più importante misura di pianificazione famigliare in un Paese come il nostro che ha un bisogno disperato di favorire il più possibile politiche di natalità e non ha certo la necessità di trovarsi i bastoni tra le ruote del moloch europeo.

Sul caso è intervenuto duramente il presidente del Forum delle associazioni famigliari Adriano Bordignon che ha stigmatizzato l’ingerenza europea: «L’assegno unico non si tocca – ha detto -. È naturale che la normativa di uno Stato membro come l’Italia debba preoccuparsi di evitare il cosiddetto welfare shopping, cioè la pratica dei frontalieri dei sussidi. E, infatti, la norma in discussione è una norma antiabuso, che è tipica di interventi di politica economica e demografica rientranti fra le competenze degli Stati nazionali». Per questo Bordignon ha detto che «la procedura d’infrazione aperta dalla Commissione europea costituisce un’indebita interferenza, che rischia di danneggiare le famiglie italiane, per l’incapacità della Commissione di comprendere la portata strategica, economica e non solo sociale, degli interventi di politica demografica».

Il ministro Roccella ha sempre difeso l’impianto della legislazione ereditato dallo scorso governo e che ora deve obtorto collo gestire. La linea della Roccella però, da un lato è quella di difendere la misura, anche perché anche ammesso che la discriminazione ci sia davvero, non dovrebbe pesare molto sulle casse dello Stato, non essendo tanti i cittadini che dall’Ue si stabiliscono con la residenza in Italia. Dall’altro però, questa situazione di conflitto interstatale, sta dando al ministero della famiglia il “destro” per approfittare, in un certo senso, della situazione.

La Roccella, infatti, ha più volte ribadito che il motivo per cui il Governo ha scelto di non potenziare l’assegno unico è legato proprio al braccio di ferro con l’Ue. «Concentrare tutte le risorse disponibili per la natalità su una misura oggetto di infrazione a livello comunitario potrebbe essere rischioso», ha detto il ministro. In questo modo le risorse avanzate dall’anno scorso per l’AU, almeno 350 milioni, sono state dirottate su altri sostegni.

Non è chiaro, però, se si tratti piuttosto di una comoda scusa per giustificare all’elettorato il mancato potenziamento dell’Assegno.

Attualmente da parte dell’Italia non sono noti alcuni elementi indispensabili per comprendere il peso reale di questa infrazione: anzitutto nessuno ha ancora risposto alla seguente domanda: che cosa rischia l’Italia nel caso in cui si dovesse accertare che l’Ue ha ragione del denunciare la discriminazione? E soprattutto, non è chiaro se la procedura rischi di affossare del tutto l’istituto dell’Assegno unico o se invece, basterà correggere solo la parte oggetto dell’infrazione.

Questo non è emerso dagli uffici del governo. Logica vuole che ad essere interessata dovrebbe essere solo la parte relativa all’aspetto discriminatorio; quindi si tratterebbe di risarcire quei pochi cittadini Ue che si sono visti negare l’assegno. Ma su questo non sono usciti numeri, il buon senso però suggerisce che non dovrebbe trattarsi di una cifra tale da fare sballare i conti.

Ad essere contestato, infatti, non è l’assegno unico tout court, misura che dalla Francia ad altri paesi europei è stabilmente nel carnet delle misure famigliari, ma solo l’aspetto legato alla cittadinanza.

Che cosa teme il Governo, allora? Se venisse usata la procedura d’infrazione come scusa per giustificare il mancato aumento, saremmo di fronte ad un ulteriore schiaffo alle famiglie, dato proprio dal governo votato per risollevare la situazione dell’Italia dalla cronica crisi demografica che l’attanaglia.



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