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Anche a Cremona la diocesi sdogana le relazioni omosessuali

Nella città lombarda l'ennesima iniziativa arcobaleno a gestione ecclesiastica, con il vescovo in prima fila. Un copione già visto: si assecondano le ideologie col pretesto di accogliere le persone, negando loro la verità.

Editoriali 18_04_2026
ANDREA PANEGROSSI - imagoeconomica

Ennesima iniziativa pro-LGBT di una diocesi italiana. Questa volta tocca alla Diocesi di Cremona che promuove il 24 aprile un incontro dal titolo Le relazioni omoaffettive interrogano le comunità cristiane e l’8 maggio una veglia di preghiera, presieduta addirittura dal vescovo stesso Antonio Napolioni, contro le discriminazioni a danno delle persone LGBT.

Sul sito della Diocesi possiamo leggere: «Già lo scorso anno […] ci si era confrontati con uno psicologo e un teologo per meglio comprendere il significato di parole come identità sessuale, orientamento sessuale, genere e per porci in ascolto dello Spirito, affinché ci aiutasse a capire la ricchezza di ogni persona e a camminare nell’ascolto e nella fraternità. Si era colta l’importanza di capire meglio termini che, spesso travisati o confusi, possono generare difficoltà nei tentativi di dialogo all’interno della comunità cristiana, portando anche a incomprensioni e pregiudizi che non fanno procedere nell’ascolto e nel cammino di fede».

La Diocesi di Cremona è una diocesi cattolica e quindi deve conformarsi alla dottrina cattolica che, Catechismo alla mano (cfr. n. 2357), qualifica le relazioni omosessuali come «gravi depravazioni» e gli atti omosessuali come «intrinsecamente disordinati». Questo verrà detto in questi due incontri? Non crediamo proprio.

In secondo luogo, lo Spirito ci può sì aiutare a comprendere la ricchezza di ogni persona, ma ci può anche aiutare a rifiutare orientamenti e condotte che contrastano con questa ricchezza, ossia contrastano con la sua dignità. Accogliere tutti, ma non tutto. In terzo luogo crediamo che venga bollato come discriminatorio dalla Diocesi di Cremona la critica giusta a condotte e orientamenti criticati dalla Chiesa stessa.

Continuiamo a leggere il sito della Diocesi:  «Come Pietro si domandava perplesso, tra sé e sé, che cosa significasse ciò che aveva visto (At 10,17) anche le comunità cristiane di oggi si pongono tanti interrogativi legati alla realtà delle persone LGBT+ e al cammino che si può percorrere insieme». La domanda agli interrogativi legati alla realtà delle persone LGBT+ è stata già data da millenni dalla Chiesa: l’omosessualità e le relative condotte sono contrarie alla volontà di Dio. Volete che le persone siano felici? Volete davvero una pastorale efficace? Aiutatele ad uscire dall’omosessualità e dalla transessualità. Questo percorso di recupero verrà presentato il prossimo 24 aprile?

Proseguiamo la lettura: «Venerdì 8 maggio […] insieme al vescovo Antonio Napolioni si vivrà una veglia di preghiera per il superamento di ogni discriminazione, e in particolare dell’omotransfobia». Come già accennato, rifiutare l’omosessualità e transessualità non è discriminare la persona ma le condizioni e gli atti. Un giudizio negativo su di essi che è doveroso. Si giudica l’atto, non la responsabilità personale. In secondo luogo, laddove ci fossero state ingiuste discriminazioni a danno di persone omosessuali il loro numero è assai esiguo. Se si mette in piedi una veglia di preghiera per persone omosessuali e transessuali si dovrebbero organizzare molte più veglie di preghiere per i cristiani, dato che uno su 7 nel mondo non solo viene discriminato, ma perseguitato. E non basta il riferimento furbo e generico ad ogni discriminazione per assolvere a questo compito.

Il sito della Diocesi poi ricorda il n. 30 del documento finale del Sinodo della CEI in cui «si sollecita le Chiese locali affinché superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender». Come già commentavamo a suo tempo, questo passaggio è contrario alla dottrina cattolica perché promuove il riconoscimento non della persona, ma dell’omosessualità e transessualità.

In breve si cerca di coniugare fede e morale cattolica con l’omosessualità e transessualità. Però non ci può essere accordo, ma solo disaccordo. Amare queste persone significa volere il loro bene e queste condizioni non fanno il loro bene. Strade che, con gradualità e molta pazienza, possono far superare simili ferite interiori esistono e sono efficaci. Perché non proporle anche in quel di Cremona?



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