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Palio di Siena, il problema non è il maltempo ma il “cencio”

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Slitta a stasera l'evento, rinviato per due giorni a causa delle avverse condizioni meteo, mentre la vera tempesta è scatenata dal drappellone destinato alla contrada vincitrice, che riaccende il dibattito sui confini della libertà artistica. Il gusto sarà soggettivo ma il disappunto è oggettivo di fronte a una Madonna ben poco femminile.

Attualità 18_08_2026

“Ferragosto, Madonna mia non ti riconosco” avranno pensato in molti vedendo il drappellone per il Palio dell’Assunta che una delle contrade senesi si aggiudicherà questa sera dopo ben due rinvii a causa del maltempo. Profetico il cielo tempestoso dipinto sul “cencio” (nome popolare del drappellone o, appunto, palio), che per questa edizione è stato commissionato all’artista rumena Teodora Axente. Ma a suscitare una tempesta ancora maggiore è stato il volto della Vergine, che per il Comune di Siena, committente dell’opera, «si distingue per la dolcezza del volto e la forza espressiva dello sguardo, in un dialogo ideale con i capolavori di Simone Martini». L'espressività c'è, della dolcezza non si può dire altrettanto ed è impresa ardua scorgere la Madre di Dio in tratti che di femminile hanno ben poco.

«Questa è la Madonna che sogno, è la mia visione della Madonna», ha affermato l’artista, che ha dato prova di virtuosismo e surrealismo, ma la cui visione appare così soggettiva da riaccendere il dibattito sui confini della libertà artistica. Nel momento in cui un’opera è destinata al pubblico e in un contesto che si pone... a cavallo (è il caso di dirlo) tra sacro e profano, essa travalica l’arbitrarietà della ricerca personale e non può fare a meno di confrontarsi con il contesto e il sentimento religioso dei destinatari. Contesto e sentimento di cui la Axente non è affatto a digiuno, portando con sé l'eredità delle icone bizantine ammirate sin da piccola nelle chiese ortodosse della natia Romania e la conoscenza del patrimonio artistico di Siena, città con cui ha coltivato un legame privilegiato. Con la suggestiva veduta da porta Camollia (teatro della storica battaglia che proprio 500 anni fa vide i senesi vittoriosi contro fiorentini e truppe pontificie) e l'allegoria delle contrade nella parte inferiore del drappellone l'artista ha reso omaggio a Siena, un po' meno alla Vergine nella parte superiore, dove la metamorfosi, tema ricorrente nella sua produzione, deve averle preso la mano al punto che, con buona pace delle intenzioni della Axente e delle dotte spiegazioni degli esperti, quella figura non rappresenta una donna e tantomeno una Madonna.

«I presupposti c’erano, ma forse gli esiti sono stati disattesi», sostiene la pur cauta Nota di don Enrico Grassini diffusa dall’arcidiocesi, che alla luce del background dell’artista dichiara «estraneo all’opera il linguaggio della provocazione, come non di rado in passato si è visto sui drappelloni, anche in maniera ostentata», e prende le distanze da «improbabili censori ed esperti di iconografia sacra», ma non può fare a meno di osservare che qualcosa è andato storto e che il problema (verificatosi anche in passato, come per il discutibilissimo drappellone di Charles Szymkowicz nel 2018 che non venne benedetto dall’allora arcivescovo Buoncristiani) andrebbe affrontato a monte. Don Grassini ricorda che il drappellone «non è un’immagine sacra dinanzi alla quale pregare, ma è esso stesso una preghiera rivolta alla Vergine» e pur non essendo in sé oggetto di culto è «certamente più sacro che profano»: aspetti di cui «l’artista deve essere edotto ben prima di concepire l’opera».

Qualche cauto dubbio si pone anche per il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, auspicando un maggiore confronto prima che l’opera venga realizzata. «È una Madonna che non riflette né i canoni della tradizione culturale, né della devozione, dell’espressione delle Madonne come siamo abituati e come sarebbe giusto esprimere. A parte l’idea dell’androginia o no, anche quella è un po’ soggettiva, a me appare una Vergine molto cupa ma, ripeto, altri ci vedono magari chissà cosa», ha affermato mercoledì 12 agosto in una intervista a La Nazione. Anche il porporato esclude volontà provocatorie dell’artista e prende a sua volta le distanze dai critici che definisce «iper-cattolici» (ammesso e non concesso che chiedere il rispetto dell’iconografia mariana sia da iper-cattolici invece che da cattolici “normali”). Però fa presente che «sarebbe meglio, in fase di preparazione, che ci fosse anche un occhio da parte nostra», ovvero della Chiesa, e «non si può stare ogni volta con le dita incrociate, dicendo “vediamo cosa viene fuori”» – e come dargli torto, visto che il Comune commissiona l’opera, ma poi toccherebbe a lui la «disagevole» scelta di benedire o no?

La benedizione alla fine c’è stata ma nella forma indiretta anticipata durante l’intervista: «Non credo di avere motivi per non benedire un’assemblea alla presenza di questo palio». Alla vigilia dell’Assunzione, il Corteo dei Ceri e dei Censi ha accompagnato in cattedrale il drappellone destinato alla contrada vincitrice. Nel breve discorso Lojudice non ha fatto alcun riferimento alla querelle, ma indicando la Madonna del Voto alle sue spalle ha ricordato che «è lei e resta lei l’unica immagine importante a cui rivolgerci e verso la quale rivolgere la nostra devozione», quindi ha benedetto i presenti senza muoversi dalla sua sede e senza aspergere direttamente il contestato “cencio” (come avvenuto invece nelle analoghe circostanze precedenti, vedi per esempio qui).

De gustibus non disputandum est, ma «c’è un secondo piano di giudizio che non è opinabile», puntualizza don Paolo Morocutti su Agensir, cioè «quello dell’iconografia cristiana codificata, che non nasce da un capriccio creativo, ma da secoli di riflessione teologica, liturgica e conciliare» e che in Oriente e in Occidente «ha fissato nei secoli tratti distintivi non negoziabili», assenti nell’opera di Axente, che per don Morocutti è «priva di quella specifica femminilità che l’ortodossia iconografica cristiana – non un’opinione personale, ma un dato storico-dottrinale verificabile – attribuisce da sempre alla Madre del Signore». Insomma, di mamma c’è n’è una sola e non la si può reinterpretare a capriccio. Soprattutto se è la Madre di Dio.



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