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Afghanistan, un gasdotto può portare la pace

Per la prima volta dall'inizio del lungo conflitto afgano, i Talebani propongono negoziati diretti con gli Stati Uniti. A contribuire a questa decisione, non solo c'è l'impossibilità di vincere sul campo e la rivalità interna con l'Isis, ma soprattutto la prospettiva di arricchirsi grazie al nuovo gasdotto TAPI. La cui costruzione richiede la fine della guerra.

Il presidente afgano Ashraf Ghani

Qualcosa sembra muoversi nella prospettiva a lungo attesa che il lungo conflitto afgano possa risolversi con un negoziato di pace tra Talebani e governo di Kabul sostenuto da Usa, Nato e comunità internazionale.

I Talebani hanno chiesto ieri colloqui diretti con gli Stati Uniti per trovare una "soluzione pacifica" al conflitto, con un'apparente inversione della tendenza finora attuata dal movimento islamista che ha sempre chiesto il ritiro delle forze straniere dal paese come pregiudiziale a un negoziato con Kabul. In un comunicato i Talebani hanno lanciato un "invito ai funzionari americani a parlare direttamente presso l'ufficio politico dell'Emirato islamico, allo scopo di raggiungere una soluzione pacifica al dilemma afgano". Si tratta dell’ultimo importante segnale di apertura dei Talebani dopo che, con una lettera al popolo americano e al Congresso e con una risposta al vice assistente Segretario di Stato Usa, Alice Wells, i talebani hanno ribadito che il loro proposito è "perseguire una soluzione pacifica al conflitto".

Gli Usa finora hanno ufficialmente chiuso la porta a negoziati diretti con i Talebani chiedendo invece il coinvolgimento del governo afgano considerato “fantoccio” dagli insorti. Inoltre il mese scorso il presidente Donald Trump aveva escluso colloqui con i Talebani, dopo la serie di sanguinosi attentati a Kabul a cui hanno fatto seguito i quattro attacchi dei giorni scorsi: uno a Kabul condotto dallo Stato Islamico, contro la sede dei servizi segreti, e gli altri tre nelle province di Farah e Helmand dove sono stati uccisi 23 militari afgani. I rinforzi inviati da Washington continuano ad affluire in Afghanistan e comprendono istruttori, consiglieri militari, aerei da combattimento e 800 uomini delle unità di fanteria destinate a schierarsi negli avamposti dove militari e polizia afghani sono impegnati contro l'insorgenza dei talebani e dell'Isis. Fino a poco tempo fa le truppe Usa svolgevano un'attività di consulenza ed assistenza per i vertici militari afgani, ma ora con la nuova strategia messa a punto da Trump, questo lavoro sarà sviluppato direttamente sul campo di battaglia. Entro la primavera la Casa Bianca si propone di aumentare le truppe americane in Afghanistan dagli attuali 11.000 a 15.000 uomini, cui si aggiungono circa 5mila militari della Nato che non ricoprono però compiti di combattimento.

L'appello ai negoziati dei Talebani giunge quindi in una fase in cui gli Usa confermano di non voler abbandonare a se stesso l’Afghanistan, ma anche alla vigilia della seconda edizione di una conferenza regionale di pace che si apre oggi nella capitale afgana, dove i rappresentanti di 25 Paesi (tra cui Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, India, Pakistan e Iran) discuteranno di strategie di lotta al terrorismo e della risoluzione dei conflitti. "Alla conferenza di Kabul presenteremo un piano di pace globale per i Talebani e il Pakistan", ha dichiarato il presidente afgano Ashraf Ghani. Nel discorso inaugurale il presidente rivolgerà un invito "senza precondizioni" ai Talebani a scegliere il negoziato, abbandonando il "sogno" impossibile per chiunque di una vittoria sul campo di battaglia.

Sull’inedita disponibilità al dialogo dei Talebani sembrano pesare diversi elementi. Innanzitutto l’accesa concorrenza sul fronte jihadista dello Stato Islamico che secondo Mosca dispone ormai di migliaia di combattenti, mentre Washington ne limita la forza stimata a soli 1.500 attivi nelle province di  Nangarhar, Kunar, ed in una zona di Jawzjan. Influirebbe poi lo stallo nelle operazioni militari in cui i Talebani conquistano terreno nelle campagne, ma non hanno la forza di occupare le città difese pur se al prezzo di perdite elevate, dalle truppe governative.

Soprattutto sembrano pesare le opportunità economiche offerte dalla pace che ricadrebbero anche sui territori in mano ai Talebani, dallo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie al gasdotto TAPI, che prende nome dalle iniziali delle Nazioni coinvolte (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India) che a partire dal 2019 porterà 33 miliardi di metri cubi di gas all'anno dai pozzi turkmeni di Galkynysh, sul Mar Caspio, in India e Pakistan attraversando l’Afghanistan. Il completamento del tratto turkmeno dell’infrastruttura energetica è stato inaugurato pochi giorni or sono a Herat con imponenti misure di sicurezza garantite anche dalle truppe italiane presenti in città, ma il prosieguo dell’opera, lunga 1.814 chilometri, in territorio afgano, è legato chiaramente alle condizioni di sicurezza. Concepito 22 anni fa, il TAPI ha il sostegno della Asian Development Bank per finanziarne il costo lievitato da 7,5 ad almeno 10 miliardi di dollari, ma è in forte ritardo a causa del conflitto afgano.

La disponibilità dei Talebani al dialogo trova infatti conferma proprio in questo delicato settore, dopo che il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, ha dichiarato il sostegno del movimento al progetto. "Il TAPI è un importante progetto economico per l'Afghanistan ed il primo contratto per la sua costruzione fu firmato quando eravamo al governo dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan (dal 1996 al 2001). Nelle aree sotto il nostro controllo - ha detto il portavoce - annunciamo l'appoggio al progetto". L’impossibilità per i contendenti di vincere in armi la guerra e l’opportunità di gestire un paese destinato a sollevarsi dallo stato di povertà endemica potrebbero costituire gli elementi in grado di dare una possibilità ai negoziati di pace dopo 40 anni di guerra.