• TESTO APPROVATO

Aborto, a San Marino una legge peggiore della 194

Il parlamento sammarinese ha dato il suo sì definitivo al testo che legalizza l’aborto, consentendolo - in diverse circostanze - fino alla nascita. La nuova legge va oltre il già radicale quesito referendario approvato l’anno scorso. Si inchina all’ideologia Lgbt, esclude il padre, limita gravemente la potestà genitoriale e l’obiezione di coscienza.

Alla fine, a quasi un anno dal referendum che ha dato il via libera all’aborto nella Repubblica di San Marino, il controverso progetto di legge «Regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza» è stato approvato. Il sì definitivo del Consiglio Grande e Generale, il parlamento sammarinese, è arrivato il 31 agosto, al termine di tre giorni di dibattiti e di emendamenti rispetto al testo (21 articoli e 17 pagine) precedentemente licenziato dalla IV Commissione. Nel momento in cui scriviamo si attende ancora la pubblicazione del testo emendato in Consiglio, che entrerà in vigore cinque giorni dopo la pubblicazione stessa.

La legge è stata approvata con 32 voti a favore, 7 contrari, 10 astenuti (11 gli assenti). Prevedibile il voto a favore dei gruppi progressisti; su altro fronte, il Partito democratico cristiano sammarinese (Pdcs) ha lasciato libertà di voto: anche se tutti e 16 i suoi membri avessero espresso parere contrario non sarebbe bastato per stoppare la legge abortista, ma rimane il fatto del «forte dibattito interno» al partito testimoniato nelle dichiarazioni di voto da un suo leader, Francesco Mussoni. Un fatto che è comunque emblematico, al netto dei diversi comportamenti dei singoli (chi coerente chi no), della confusione che regna sui princìpi non negoziabili anche in quelle formazioni che dovrebbero difenderli, in onore tanto della propria identità politica quanto degli impegni presi con gli elettori, nello specifico «la tutela della vita, dal concepimento alla morte naturale», impegno che il Pdcs aveva inserito nel programma per le ultime elezioni (dicembre 2019).

Il testo approvato dal Consiglio, ad ogni modo, conferma i timori che erano stati espressi - prima e dopo il referendum del 26 settembre 2021 - dai gruppi pro vita, con in testa l’associazione Uno di Noi, che aveva prima svolto il ruolo di comitato contrario al referendum e poi, di fronte all’esito della consultazione, avanzato proposte per limitare i danni, ispirandosi al punto 73 dell’Evangelium Vitae. I suddetti timori si sono concretizzati in una legge che non si limita a codificare i contenuti del già radicale quesito referendario e finisce per essere perfino peggiore della 194, presa come base dagli estensori sammarinesi, che in più passaggi hanno riprodotto testualmente la normativa italiana e in altri hanno introdotto misure che esulano dal campo del cosiddetto “diritto” all’aborto, seppur ne condividano il quadro ideologico contrario alla morale naturale. Vedi il riferimento all’orientamento sessuale, un inchino all’ideologia Lgbt; vedi anche l’articolo che prevede l’educazione sessuale a scuola, connotata secondo i dettami del politicamente corretto, cioè “educando” alla contraccezione, all’aborto e in generale a una sessualità che slega il significato unitivo da quello procreativo, in barba all’insegnamento ribadito da san Paolo VI nella profetica Humanae Vitae.

In modo simile alla 194 (aborto sempre permesso nei primi 90 giorni), il testo sammarinese legalizza l’aborto nelle prime 12 settimane di gestazione, «senza obbligo di fornire alcuna motivazione» (stando al testo letterale uscito dalla Commissione, che a quanto ci risulta non ha subito in merito modifiche sostanziali in Consiglio); l’aborto dopo 12 settimane, invece, estendendo il ventaglio di possibilità della 194, è consentito «se vi sia pericolo per la vita della donna o se vi siano accertate anomalie e malformazioni del feto che comportino grave rischio per la salute fisica o psicologica o psichica della donna, o se la gravidanza sia il risultato di stupro od incesto». Una formulazione così ampia da permettere l’aborto fino al nono mese di gravidanza, pur mantenendo - a parziale contrappeso - il limite della «possibilità di vita autonoma del feto» (come già recita la 194), ma senza dire nulla sul destino del bambino eventualmente nato, visto che «sarebbe logico attendersi - argomenta il giudice Alfredo Mantovano in una sua analisi - una disciplina analoga alla dichiarazione di adottabilità, qualora la mamma persista nel rifiutarlo».

Altri punti gravi del testo sammarinese riguardano l’esclusione di fatto della figura del padre del concepito, che non può nulla se la donna decide di abortire, e la potestà genitoriale fortemente lesa nel caso delle minorenni che richiedano un aborto e che possono in più circostanze bypassare l’ottenimento del consenso dei propri genitori. La potestà genitoriale, poi, è cancellata («non è necessaria») nel caso in cui la minorenne decida di ricorrere alla così chiamata «contraccezione d’emergenza», per la quale il testo non prevede nemmeno la necessità della prescrizione medica, nonostante si tratti di pillole dagli effetti potenzialmente abortivi. Inoltre, la legge accorda una preferenza di massima all’aborto farmacologico, nonostante la sua maggiore pericolosità per la donna.

Dal testo, in breve, risulta un’ulteriore banalizzazione dell’aborto e disumanizzazione del bambino in grembo. Elementi che tradiscono le basi giuridiche e morali della comunità sul monte Titano fondata da san Marino, del quale ricorre la festa domani, 3 settembre. «Prima di questa legge, il nostro ordinamento riconosceva il valore non solo personale ma anche sociale della maternità, il che è ovvio specialmente in una comunità piccola come quella di San Marino», ci spiega al telefono Maria Venturini, rappresentante di Uno di Noi. «Con i nostri emendamenti avevamo chiesto tra l’altro che la donna, come passaggio preliminare obbligatorio a un eventuale aborto, vedesse l’ecografia del suo bambino. Chiedevamo che parlasse con un’associazione pro vita per verificare come poter rimuovere eventuali ostacoli alla gravidanza, che si coinvolgessero davvero il padre del bambino e, nel caso di una minorenne, i genitori. Tutto questo è stato cassato. Pure la proposta sul dare degna sepoltura ai resti dei bimbi abortiti non è stata accolta», afferma Venturini alla Bussola.

Amara anche la riflessione di don Gabriele Mangiarotti, tra i più attivi nella Chiesa locale, insieme al vescovo Andrea Turazzi, a difendere la vita nascente e a esortare ad amare tanto il concepito quanto la madre in difficoltà. «Questa sconfitta della vita indifesa lascerà un segno nella nostra vita comune e anche nelle generazioni dei giovani. E non solo per le conseguenze numeriche, al punto che la stessa nostra realtà statuale potrebbe scomparire, visto il trend negativo delle nascite, ma soprattutto per la cultura che ne nascerà, frutto di quel sentire comune che non ha esitato a cancellare la nozione di vita umana dal concepimento, a negare il diritto al lavoro a chi professa la difesa della vita».

Quest’ultimo riferimento concerne la grave limitazione dell’obiezione di coscienza, specie a proposito dell’istituendo consultorio. Se da un lato è stato alla fine previsto di ricorrere obbligatoriamente al consultorio per richiedere un aborto, dall’altro questa richiesta può avvenire anche per via telematica, dunque spersonalizzante; e soprattutto il testo sammarinese prevede che il personale debba essere, interamente, non obiettore. E la chiamano libertà.

 

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