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Zuppi piange per il catechismo a zero, ma festeggia il Ramadan

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L'arcivescovo di Bologna si preoccupa per le zero iscrizioni al catechismo in tre parrocchie del centro e dà la colpa agli affitti alti, però va a festeggiare il pasto rituale del Ramadan con i musulmani. Se evangelizzare è diventato un inutile peso, perché lamentarsi, allora? 

Editoriali 04_03_2026

Ma di che si lamenta il vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi? Nessuno a Bologna si iscrive più al catechismo nelle parrocchie del centro e lui si lancia in una lagna socio urbanistica. «Colpa delle politiche abitative», «delle città che si sono svuotate», «degli affitti alti», dice al Resto del Carlino che ha scoperto come su 9000 abitanti quest’anno nessuno si è iscritto al catechismo nella parrocchia di San Giuliano e della Santissima Trinità, zona Santo Stefano e di Santa Caterina in Strada Maggiore, centro centro.

Ma di che parla? Ora, se nessuno va più alla dottrina non è per colpa del sindaco Matteo Lepore, il quale di impegno per accentuare il declino bolognese ce ne mette parecchio. Qua piuttosto è un po’ il bue che dà del cornuto all’asino.

Perché, cara la nostra eminenza, se non ci sono bambini al catechismo non è colpa delle politiche abitative, ma è colpa della fede che è evaporata. E certo che se lei è il primo che la lascia evaporare, hai voglia a prendersela con le politiche urbanistiche del comune.

Non più tardi di due giorni fa, lei, eminenza, è accorso in piazza Lucio Dalla nientemeno che con il primo cittadino e con Romano Prodi, che a Bologna è come la mortadella, si mette un po’ con tutto, anche sui crostini, per partecipare all’Iftar. Anzi, allo street iftar la cena di rottura del digiuno del Ramadan che si è svolta alla Bolognina.

Lì, a giudicare dalle immagini, di bambini ce n’erano parecchi ed è probabile che molti di loro abitassero nei pressi di porta Ravegnana e San Giovanni in Monte; quindi, il problema semmai è duplice: che Bologna è stata presa d’assalto da chi col turbante vive pubblicamente la fede e questo per lei non è minimamente un problema.

Tanto da partecipare alla loro cena rituale di interruzione del Ramadan, la quale non è una cena conviviale qualsiasi come la nostra tortellata di San Giovanni, ma un momento legato al culto islamico. Un pasto dal valore spirituale che attiene alla fede islamica. Ridicolo che debba viverlo un sindaco con tanto di fascia tricolore, ancora più ridicolo che in nome del dialogo ci debba essere pure il vescovo della città, il quale è anche presidente della Conferenza episcopale italiana, tra l’altro.

Perché il messaggio che lei con la sua presenza lancia è il seguente: che in fondo non importa a quale credo appartieni, l’importante è stare insieme. Poi non lamentiamoci se nessuno si iscrive più al catechismo nelle parrocchie, perché evidentemente lei è il primo che di quel catechismo farebbe volentieri a meno. Del resto, parole come dottrina ed evangelizzazione sono forse centrali nella sua azione pastorale? E, con tutto il rispetto, le è mai sorto il dubbio che la fede cala proprio laddove viene spinta all’esasperazione questa malintesa forma di dialogo, che tralascia quelle che sono le forme dell’apostolato per incontrare le altre religioni?

In questi anni di permanenza bolognese e ormai sono parecchi, lei ha preferito partecipare più ai simposi del dialogo con le tutte le confessioni religiose, secondo il Sant'Egidio style, piuttosto che scendere sovente in processione con il Santissimo o le statue dei santi, piuttosto che far vibrare la devozione del sacro nelle strade. Oggi la presenza dei cattolici non occupa più le strade, come una volta, perché questo è considerato demodè e soprattutto un affronto agli altri, intesi come atei, agnostici o diversamente credenti. 

Oggi a Bologna “non si perde neanche un bambino”, a proposito di Lucio Dalla, è diventato “non si iscrive neanche un bambino”. Ma è colpa degli affiti?

Quindi si raccoglie quel che si semina e il raccolto a Bologna, a conti fatti, è anche questo. Una città che si è svenata per definirsi aperta, accogliente e moderna, che ha liquidato le profezie del suo predecessore, il cardinal Biffi, come vecchia retorica fassista e dove in centro non risuonano più i campanili.

Di fronte al dato sconsolante degli zero iscritti al catechismo ci si sarebbe aspettati per lo meno un’autocritica: abbiamo forse sbagliato qualcosa? C’è qualcosa nel modo in cui annunciamo il Vangelo che non ha funzionato? Invece, niente.

Troppo comodo dare la colpa alla società e al Comune se poi lei è il primo che invece di correre ai ripari, se ne va allegro dai musulmani a celebrare i loro riti, le loro usanze e i loro pasti senza curarsi che il suo primo compito è evangelizzare proprio i maomettani, ma sappiamo già che stiamo dicendo una bestemmia per lei. I genitori che non hanno iscritto i loro figli al catechismo forse avranno pure perso la fede, ma che esempio è stato dato loro? E quale testimonianza gli è stata offerta?