• SOCIAL E CENSURA

Zuckerberg vs Ocasio-Cortez, cortocircuito progressista

È il 23 ottobre e il patron di Facebook si trova a parlare al Congresso. La democratica Ocasio-Cortez incalza Zuckerberg chiedendogli se «lascerete online le bugie». La domanda è subdola perché apre a un tema di potere - politico - e sul chi decide e controlla chi. Eppure la risposta che dà a un certo punto Zuckie è, una volta tanto, una bella lezione al movimento censorio progressista tanto presente anche in Italia.

Quando finalmente anche Mark Zuckerberg - che, per chi non lo sapesse ancora, è il capitano di Facebook e della brigata di migliaia di persone che lavorano nel più grande colosso mediatico del XXI secolo - espone, seppure con modeste abilità comunicative, una posizione condivisibile in tema di fake news e utilizzo di dati personali, ecco che le sue parole vengono oscurate dall’ombra gettata da Alexandria Ocasio-Cortez, astro nascente del panorama politico degli Usa.

«Quindi voi lascerete online le bugie o le tirerete giù? Credo basti un semplice sì o no [come risposta, ndr è l’incalzante domanda con cui la trentenne rampolla democratica, venuta dal Bronx, cerca di strappare dalle labbra di un irrequieto Zuckerberg un’ammissione di colpa. Ma è soltanto una domanda - forse la più forte mediaticamente - che sorge dalle labbra della parlamentare democratica.

Ma diamo un po’ di contesto. È mercoledì 23 ottobre 2019, e Mark Zuckerberg parla al Congresso degli Stati Uniti, che lo interpella su Libra, il progetto di criptovaluta di Facebook che non sta raccogliendo il favore delle grandi corporate. La situazione è terreno fertile per l’Ocasio-Cortez per ribadire lo scandalo Cambridge Analytica, cioè il passaggio di dati personali di Facebook a una società terza che avrebbe aiutato Donald Trump nella sua campagna presidenziale nel 2016. Ed è proprio su questo argomento che la parlamentare si scalda, ricordando gli «impatti catastrofici» che l’utilizzo di questi dati avrebbe avuto per la sua parte politica.

Ocasio-Cortez chiede a Zuckerberg se «attraverso la piattaforma è possibile sponsorizzare contenuti verso il target afroamericano per informarli di una data delle elezioni sbagliata», in modo che non si presentino ai seggi, e che quindi non votino. La domanda, che di primo acchito pare completamente estemporanea rispetto al dialogo in essere, confonde un già teso Zuckerberg, che risponde che è non possibile. Non è possibile perché le leggi americane lo vietano, non perché lo vieta la piattaforma. Da qui, il dialogo si infervora, con la democratica che pone in modo tranchant la domanda: «So you won’t take down lies?».

La questione è subdola, poiché pertiene a una serie di elementi che non possono essere affrontati in maniera così imbrogliata. Anzitutto, andrebbe capito dove prende forma il confine che separa la verità dalla bugia o dall’ignoranza. In secondo luogo, apre a un tema di potere. Alla politica. Chi si arroga il diritto di decidere ciò che è vero da ciò che è falso, e su questo confine istituire un’iniziativa censoria? E chi veglia su questa entità?

Il cortocircuito è evidente, e la decisione complessa. Lo stesso Zuckerberg però si stupisce, sbaragliando l’opinione comune sul suo conto - frigido manipolatore delle coscienze grazie all’alchimia con cui giostra il suo fatidico mix di dati -  e diventa, per una volta, garante della libertà di espressione. «Congresswoman - risponde il patron di Facebook - io penso che mentire sia sbagliato e penso che se una persona sponsorizza su Facebook un contenuto pubblicitario con una menzogna, questa persona faccia un’azione sbagliata. Nel nostro caso, non penso sia la cosa giusta impedire alle persone di vedere quel contenuto, di vedere che è una menzogna. In una democrazia le persone devono capire da loro stesse se un politico che potrebbero o non potrebbero votare sta dicendo, o meno, la verità».

L’ultima frase di Zuckerberg andrebbe incorniciata e appesa un po’ in tutte le aule dove si tende a fare politica ultimamente. Soprattutto in Italia, dove il movimento censorio perbenista (e spesso di sinistra) sembra camminare su un prato fiorito, un prato però concimato dai cadaveri di chi ha spesso un’opinione non in linea con il pensiero dominante. Movimento perbenista che, in Italia, vorrebbe essere un parallelo di quello democratico americano, con il limite di essere perlopiù composto da macchiette, da banderuole spente senza vento. Intanto il processo a Zuckerberg continuerà, anche perché i democratici hanno paura di un ritorno di fiamma di Trump grazie all’uso improprio della piattaforma nelle elezioni presidenziali del 2020. Ma basterà una censura per sconfiggere il male? La storia ha già parlato in questo senso. E ha sempre detto di “no”.