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IL FUNERALE

Vittorio Messori, l'ipotesi è diventata una certezza su Gesù

Una liturgia tanto sobria quanto solenne e intensa - presieduta dal vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili - che ha trasmesso la certezza della presenza di Cristo. Così l'11 aprile si è celebrato nell'abbazia di Maguzzano il funerale di Vittorio Messori.
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Editoriali 13_04_2026

Un funerale, ma anche una sfida alla nostra vita. Il suffragio per l’anima di un amico, ma anche il desiderio – e la preghiera a Dio - di poter raggiungere quella certezza sulla presenza di Cristo che lui ci ha testimoniato. Si è svolta in questa tensione, sabato 11 aprile, la messa funebre di Vittorio Messori, il grande giornalista-scrittore cattolico morto nella sua casa di Desenzano sul Garda lo scorso Venerdì Santo, 3 aprile.

Sì, perché nella liturgia, tanto sobria quanto intensa e solenne, abbiamo potuto vivere quel rapporto di familiarità con Cristo che ha caratterizzato la vita di Vittorio e di sua moglie Rosanna, morta giusto quattro anni fa e non per niente evocata più volte nel corso della messa, nell’omelia e nelle preghiere.

Nella chiesa parrocchiale di Maguzzano, parte della “sua” abbazia benedettina, oggi abitata dai fratelli e dalle sorelle di san Giovanni Calabria (Poveri servi e Povere serve della Divina Provvidenza), gremita di persone provenienti da molte parti d’Italia, lo ha ricordato subito il vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili, che ha celebrato il funerale: Messori stesso ha raccomandato una celebrazione sobria, perché su tutto deve emergere l’Eucaristia, il vertice della vita cristiana. «Celebrare l’Eucaristia in suffragio di Vittorio Messori – ha detto monsignor Pompili - ci aiuta a non dimenticare quanto scriveva nelle pagine conclusive di Scommessa sulla morte: “È soprattutto quando ci parla dell’Eucaristia che il Vangelo si scontra con l’avarizia della nostra intelligenza e la grettezza del nostro cuore. contratti per la paura di credere troppo”».

Proprio la consapevolezza dell’avarizia della nostra intelligenza e la grettezza del nostro cuore, ci ha permesso però di capire la sproporzione tra la nostra piccolezza e la grandezza dell’evento a cui abbiamo partecipato: la presenza di Cristo e la certezza granitica che Vittorio Messori ci ha trasmesso con la sua vita e che è risaltata nel momento dell’addio. Non a caso, monsignor Pompili ha ricordato nell’omelia una affermazione di Vittorio: «Ciò che m’interessa è la fede, la possibilità stessa di credere, di scommettere sulla verità del Vangelo. Il resto è solo una conseguenza. Etica, società, lavoro, politica... Tutto necessario, ma assurdo, se prima non si saggia l’esistenza e la resistenza del chiodo che deve reggere ogni cosa. E quel chiodo è Gesù».

Il segreto del successo dell’opera apologetica di Messori, di cui abbiamo già parlato, è proprio qui: non l’affermazione di argomenti, princìpi, valori in cui si crede, ma la difesa e la proposta delle ragioni della propria vita, della propria fede; l’identificazione con Cristo fino a vivere con la stessa passione l’amore per Sua Madre, di cui un frutto è quel prezioso santuario della Madonna degli Olivi costruito nell’ampio terreno che circonda l’abbazia di Maguzzano.

Monsignor Pompili, descrivendo Vittorio Messori come un uomo libero, ha citato «le parole accorate dell’Apostolo al giovane Timoteo: “So infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato”». Era esattamente la stessa consapevolezza di Vittorio il quale ha voluto come epitaffio sulla sua tomba analoghe parole, che ripeteva spesso: «So in chi ho creduto».

Quell’Ipotesi su Gesù - il titolo del suo primo libro da convertito che lo ha reso famoso in tutto il mondo - è diventata una certezza. E noi non possiamo che desiderare – e pregare – di crescere nella fede fino al punto di leggere tutta la nostra vita secondo il giudizio di Dio, come Vittorio Messori ha fatto in un passaggio di una delle sue ultime interviste, che monsignor Pompili ha citato al termine della sua omelia:  
«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri» 



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