Svizzera: un referendum per diventare un paese a numero chiuso
Per risolvere drasticamente i problemi dell'immigrazione, la Svizzera domani vota un referendum che fissa un "tetto demografico" a 10 milioni di residenti. Se vincesse, diventerebbe il primo paese a numero chiuso.
L’immigrazione sta creando problemi e tumulti sociali un po’ in tutta Europa, la rivolta di Belfast è la punta dell’iceberg di un problema molto più profondo e diffuso. Anche la Svizzera che, contrariamente alla sua fama di “paese chiuso”, conta 1 residente su 3 nato all’estero, sta pensando a progetti drastici per governare il fenomeno. Domenica 14 giugno, domani per chi legge, si voterà infatti un referendum per porre un tetto demografico di 10 milioni di residenti, iniziativa popolare, ma sconsigliata dalla maggioranza parlamentare, che, se passasse, renderebbe la Confederazione Elvetica il primo paese a numero chiuso.
L’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)», promossa da associazioni, imprenditori e da esponenti dell’Udc, il partito conservatore elvetico, «chiede di limitare la popolazione residente permanente nel nostro Paese – si legge nel testo della proposta - stabilendo che non possa superare i dieci milioni di abitanti prima del 2050. Se la popolazione residente permanente superasse i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento dovrebbero adottare provvedimenti, in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare». Se si raggiungono i 10 milioni, Consiglio e Parlamento saranno obbligati a prendere “tutti i provvedimenti necessari” per rispettare il tetto demografico, fra cui il ritiro dai trattati sulla libera circolazione delle persone.
L’attuale maggioranza parlamentare (con 123 No, 67 Sì e 6 astenuti nel Consiglio nazionale e 30 No, 9 Sì e 5 astensioni nel Consiglio degli Stati), ha bocciato la proposta ed ora consiglia di votare No al referendum. L’Udc ha la maggioranza relativa, con 62 seggi al Consiglio nazionale e 6 in quello degli Stati, ma non è sufficiente a far passare l’iniziativa in parlamento. Saranno comunque i cittadini svizzeri ad esprimersi domani.
La maggioranza parlamentare è in linea con il grosso del mondo economico elvetico che ritiene l’iniziativa pericolosa per la crescita del paese. Finora gli immigrati qualificati e ad alto tasso di scolarizzazione sono stati visti come un volano per l’economia. Le aziende li richiedono nei periodi di crescita e anche i servizi essenziali, fra cui gli ospedali, usufruiscono di impiegati stranieri qualificati. Un rallentamento dell’immigrazione o un suo blocco è giudicato un rischio per le imprese, a causa di una possibile futura carenza di manodopera specializzata. Bloccare l’immigrazione, se si raggiungesse la soglia dei 10 milioni, significherebbe inoltre rinegoziare i trattati internazionali e soprattutto denunciare l’accordo con l’Ue sulla libera circolazione delle persone. Far decadere quel trattato implicherebbe anche la fine degli altri accordi bilaterali con l’Ue, fra cui anche la cooperazione sulla sicurezza. In generale, aumenterebbe il margine di incertezza per aziende e investitori.
I promotori dell’iniziativa, al contrario, sostengono che l’immigrazione non sia affatto un volano per la crescita: i dati dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la produzione economica per ora lavorata, un indicatore di produttività, è rimasta sostanzialmente stagnante dal 2017 nei paesi che hanno ricevuto i maggiori afflussi di capitali, non solo la Svizzera, ma anche l’Australia, il Canada, la Germania e il Regno Unito. I sistemi di welfare continuano a essere sotto pressione e la carenza di manodopera persiste in larga misura. Se la qualità della manodopera straniera è inferiore a quella degli autoctoni, è la garanzia che gli stipendi non crescano e che aumenti il peso sul welfare. Se invece è un’immigrazione altamente qualificata, allora crea problemi di gentrificazione, a partire dall’aumento dei prezzi delle case, fino a spingere gli autoctoni all’emigrazione interna, verso cantoni con meno immigrati ricchi.
Oltre ai problemi economici, i sostenitori della proposta ritengono che l’immigrazione aumenti, anche in Svizzera, problemi di urbanizzazione, cementificazione, traffico (e non a caso il sottotitolo della proposta è “per la sostenibilità”). Ma anche e soprattutto: un problema di criminalità che cresce al crescere degli immigrati, come dimostrato ovunque esistano statistiche sul fenomeno.
La Chiesa elvetica, per bocca della Conferenza Episcopale Svizzera (Cvs) non dà una chiara indicazione di voto, invita i fedeli cattolici a ponderare bene la loro scelta alla luce della Dottrina Sociale. Ma pare abbastanza chiaro da che parte propenda, nel momento in cui il comunicato della Cvs inizia con un riferimento all’enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco: «Il fulcro di questo approccio è la dignità inviolabile di ogni essere umano. Le decisioni politiche e sociali devono sempre rispettare la persona, in particolare coloro che sono più vulnerabili, in cerca di protezione, o ancora troppo facilmente giudicati e condannati in modo generalizzato. Il bene comune comprende l’accesso ad alloggi a prezzi accessibili, a infrastrutture sostenibili, all’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla sicurezza e alla coesione sociale. Le risposte alle sfide attuali devono essere al tempo stesso efficaci, rispettose e proporzionate, tenendo conto dei loro effetti collaterali».
In una prospettiva cattolica, comunque, c’è da dire che fissare un “tetto demografico” come soluzione al problema della “sostenibilità” sociale, è un approccio sempre problematico e contraddice il principio dello sviluppo integrale. Ora si parla di immigrazione, un domani, con lo stesso identico criterio, si può anche promuovere la denatalità. Legare il benessere al numero e pensare che un "sovrannumero" di esseri umani porti a una riduzione del benessere, è lo stesso principio che era alla base della “politica del figlio unico” in Cina. I conservatori svizzeri sono agli antipodi dei comunisti cinesi, ma rischiano di cadere nella stessa trappola utilitarista.
