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Via l’Imu, ora pagheremo più tasse

Sparita l'odiosa imposta sulla casa, rischiamo di pagare ancora più tasse, se i tagli sulla spesa pubblica non saranno sufficienti. Avremo regole più complesse. Difficilmente avremo più federalismo. Quasi certamente finiremo per pagare di più.

IMU

Siamo davvero tutti contenti dell’abolizione delle prossime rate dell’Imu. Adesso però tiriamo un bel respiro, concentriamoci bene sul tema e iniziamo a pensare, lucidamente, a cosa ci attende.

L’abolizione dell’Imu è stata un compromesso politico, un modo per ricucire i rapporti fra le varie formazioni politiche che sostengono il governo Letta. Che l’Imu fosse impopolare e tutti volessero la sua abolizione è facile comprenderlo: colpisce l’unico patrimonio stabile (la prima casa) rimasto agli italiani in tempo di crisi. Il problema, però, è capire se la sua abolizione comporterà o meno una diminuzione della pressione fiscale. Non si sa ancora quale regime fiscale la sostituirà. Non lo ha ancora deciso lo stesso governo. Sappiamo, comunque, quali sono le proposte e le linee guida. E da quel che si intuisce, la pressione fiscale sugli italiani non diminuirà. Anzi…

In primo luogo occorre una copertura per il primo periodo in cui l’Imu viene abolita e non ancora sostituita da nuove imposte, dunque i mesi che vanno da settembre alla fine dell’anno. Le proposte in gioco sono tante. La parola d’ordine del governo è “niente nuove tasse”, solo tagli alla spesa pubblica. Questi ultimi sono stati annunciati ieri, per la prima volta con una certa chiarezza. Il governo, tuttavia, non è stato sufficientemente chiaro sul fatto che il taglio della spesa pubblica sia una copertura sufficiente. Nella stessa conferenza stampa, il premier Enrico Letta ha dichiarato che «quanto detto in precedenza era in parte scorretto».

Dunque ci saranno nuove tasse? Se non dovessero entrare i fondi pari a circa 1,5 miliardi previsti dall'Iva successiva ai pagamenti arretrati della Pubblica Amministrazione (entrata incerta e non prevedibile) e dalla soluzione di un contenzioso con i concessionari di slot machine (da cui si prevede il recupero di 600 milioni) è prevista una "clausola di salvaguardia". Salirebbero in questo caso gli acconti Ires, Irap e le accise. Da subito, inoltre, viene dimezzato il tetto massimo di detraibilità delle polizze vita: passa dagli attuali 1.291,14 euro a 630 euro per il periodo d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2013. Poi si scende a 230 euro.

Il mancato gettito dell’Imu, che è un’imposta locale, sarà coperto con il taglio di spese e l’aumento di tasse su scala nazionale. Con buona pace di chi parla di “federalismo fiscale”, non è chiaro come, queste nuove risorse così recuperate, saranno redistribuite dallo Stato ai comuni, che ora sono privati dell’Imu. Secondo: aumentando le imposte indirette e forse anche quelle sulle imprese (se dovesse scattare la “salvaguardia”), si andrebbero a colpire sempre e comunque i consumi e la produzione, proprio in un periodo in cui è necessario un loro rilancio.

Il regime che dovrà entrare in vigore a partire dall’anno prossimo, invece, è ancora un mistero, in fase di progettazione. Le linee guida parlano di due nuove tasse (che poi, invece, si rivelano essere tre): un’imposta locale sui rifiuti, la Tari e una sul patrimonio immobiliare, la Tasi. Quest’ultima è, in realtà, un’imposta destinata a sdoppiarsi: sempre stando alle informazioni emerse finora, ci sarà una “Tasi1” pagata dal proprietario della casa e una “Tasi2” pagata dall’inquilino. Se quest’ultima dovesse essere approvata definitivamente, si riaprirebbe un vecchio problema: la difficoltà a stipulare un regolare contratto di affitto. È infatti da appena 3 anni che si stava cercando una soluzione al problema degli affitti in nero, sia con condizioni fiscali migliori (la Cedolare Secca, più facile da calcolare), sia con maggiori controlli delle autorità locali. Un inquilino che ha già difficoltà a pagare un affitto, con l’introduzione di un’eventuale “Tasi2” sarà ancora meno incoraggiato a chiedere di essere messo in regola. Un proprietario, che, comunque, dovrebbe pagare la “Tasi1” e che, grazie alle regole attuali, ha molte difficoltà a cacciare di casa un inquilino insolvente, difficilmente si metterà a fare il fiscale. Ma soprattutto sorge spontanea una domanda: se non avremo più la Tares ma la Tari, non avremo più l’Imu ma la Tasi (addirittura sdoppiata per inquilino e proprietario), cosa ci guadagniamo noi contribuenti? Da quel che si intuisce finora: nulla. Pagheremo le stesse tasse con nomi diversi, molto probabilmente con un sistema ancora più complicato. Nella peggiore delle ipotesi, pagheremo ancora più tasse. Dipende dalle aliquote che verranno fissate dai nostri comuni.

Se i comuni avranno più libertà nel determinare le aliquote, allora vuol dire che assisteremo a una maggior concorrenza fra comuni, come avviene in Svizzera, dove fanno a gara a chi mette le tasse più basse? Dipende, anche qui. Per introdurre un vero “federalismo fiscale”, di tipo svizzero, occorrerebbe una riforma profonda del sistema italiano, che restituisca sovranità fiscale agli enti locali. In pratica l’attuale sistema centrale e redistributivo dovrebbe essere soppiantato da un nuovo meccanismo, in base al quale il comune trattiene tutte le tasse e poi cede allo Stato una quota consensualmente accettata. Non sembra esserci nulla di simile all’orizzonte. Nel sistema attuale, il comune è un mero riscossore di tasse decise da Roma e tale resterà. Dunque non avremo neppure un vero “federalismo fiscale” e non dovremmo attenderci un circolo virtuoso di competizione nella riduzione delle tasse.

Il problema, alla fine, è sempre quello: se non si taglia la spesa pubblica, si devono pagare più tasse. Dato che non è in vista alcun taglio rilevante, è gioco forza che pagheremo più tasse. Altrimenti i conti non tornano. Salutata l’Imu, prepariamoci a pagare di più.