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Vaticano e Usa, è crisi: Parolin e Pompeo ai ferri corti

Lo sbarco a Roma del Segretario di Stato Usa Pompeo ha provocato la reazione infastidita del numero due della Santa Sede che ha ribadito la contrarietà del Papa a un incontro in questa fase della Campagna elettorale. Ma il vero motivo è la notizia dell'accordo con la Cina che vede gli Usa in aperto contrasto. Da Parolin parole di freddezza sull'omologo statunitense. Oggi il faccia a faccia. 

Stati Uniti ed Vaticano ai ferri corti sulla Cina. È questa l'impressione che si ricava dalla cronaca del primo giorno di Mike Pompeo a Roma. Lo sbarco del segretario di Stato americano all'aeroporto di Ciampino, inizialmente previsto per martedì 29 e poi rinviato di un giorno per il prolungarsi del soggiorno in Grecia a causa dell'escalation di tensioni nel Mediterraneo orientale con la Turchia, è stato preceduto dall'uscita del commento di Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione, che su Vatican News ha di fatto annunciato l'imminente rinnovo dell'Accordo Provvisorio sulle nomine dei vescovi.

Un accordo che Pompeo, in un clamoroso intervento pubblicato sulla rivista online "First Things" lo scorso 18 settembre, aveva esplicitamente invitato a non prolungare. L'appello dell'ex direttore della Cia non è affatto piaciuto all'interno delle Mura Leonine e questo ha inevitabilmente condizionato l'andamento della visita romana, cominciata con un simposio sulla libertà religiosa organizzato dall'ambasciata statunitense presso la Santa Sede e durante il quale sono volati gli stracci.

Il segretario di Stato americano non ha affatto ammorbidito i toni e nel suo intervento ha tirato fendenti contro la Cina, affermando che "oggi non c'è posto al mondo dove la libertà religiosa è più sotto attacco". "Il regime comunista cinese - ha continuato Pompeo - come con tutti i regimi comunisti si considera l'autorità morale definitiva". Il braccio destro di Trump ha più volte citato Giovanni Paolo II, ricordando come il papa santo abbia "sfidato la tirannide" dando prova di "come la Santa Sede può muovere il mondo in una direzione più umana come nessun'altra istituzione". Un riferimento al passato per formulare un invito, piuttosto eloquente sebbene indiretto, rivolto al futuro prossimo: "chiedo a ogni leader di fede di trovare il coraggio di affrontare la persecuzione religiosa contro le proprie comunità e quelle di altre fedi".

Difficile non leggerlo come l'ennesimo richiamo per convincere il Vaticano ad abbandonare la strada del dialogo con Pechino, specialmente perché accompagnato da un promemoria sui "cattolici non risparmiati dal regime cinese". L'azione della Chiesa sullo scacchiere geopolitico deve ispirarsi alla ragion di fede e non alla ragion di Stato: questo, volendo riassumere, il senso di una delle considerazioni più rilevanti dell'intervento dell'ex direttore della Cia, ascoltato in prima fila anche dal cardinale Raymond Leo Burke.

"I nostri sforzi - ha detto Pompeo parlando di libertà religiosa - sono limitati dalla realtà della politica mondiale e gli Stati, talvolta, possono realizzare compromessi per far avanzare buoni fini; ma la Chiesa è in una posizione differente" perché non deve sottostare a queste considerazioni di realpolitik e quindi "non deve compromettere standard di principio basati su verità eterne". Pompeo, che ha indicato San Giovanni Paolo II come un esempio da seguire per il coraggio, ha poi sottolineato come la storia abbia dimostrato che "i cattolici hanno affermato i loro principi in azioni gloriose".

Un discorso che deve aver fatto sobbalzare sulla sedia monsignor Paul Richard Gallagher, relatore in agenda subito dopo l'americano. Il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati ha usato il linguaggio felpato della diplomazia per il suo intervento, ma si è poi lasciato andare con i giornalisti, non nascondendo tutta l'irritazione per l'atteggiamento degli americani. L'arcivescovo britannico si è lamentato anche per l'organizzazione del simposio, sostenendo di aver avuto "solo pochi minuti" e di essere stato invitato "a cose fatte".

Il ministro degli esteri vaticano ha difeso la sua decisione di non menzionare la Cina nell'intervento sulla libertà religiosa, attribuendola alla prassi della diplomazia della Santa Sede. Gallagher non è stato altrettanto diplomatico nei confronti dell'amministrazione statunitense, sospettata di aver voluto strumentalizzare la visita di Pompeo in Vaticano in vista delle prossime presidenziali. Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha ammesso ai giornalisti che "questa è proprio una delle ragioni per cui il Papa non incontrerà il segretario di Stato americano".

Una conferma che, più tardi, è arrivata direttamente dal "superiore" di Gallagher, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Fermandosi a parlare con i giornalisti dopo il suo saluto di chiusura del simposio, Parolin ha rivelato che Pompeo aveva chiesto udienza a Francesco, ma "il Papa aveva già detto chiaramente che non si ricevono personalità politiche nell'imminenza delle elezioni". Seppur in toni più moderati rispetto a monsignor Gallagher, anche il numero due della Santa Sede non ha negato che dietro all'interventismo americano sui rapporti sino-vaticani possa celarsi una presunta strumentalizzazione politica in ottica elettorale.

"Non ho prove per dirlo - ha affermato Parolin - ma questo è un pensiero che si può fare". "Non so che ricadute avrà - ha proseguito - ma se si vuole ottenere il consenso degli elettori questa non è la maniera adatta". L'editoriale di Pompeo ha suscitato "sorpresa" in Terza Loggia, anche in relazione alla rivista scelta per la pubblicazione, quel "First Things" considerato sito d'orientamento conservatore non sempre tenero nei confronti dell'attuale pontificato.

"E' significativo il luogo dove si pubblicano le cose - ha affermato il segretario di Stato vaticano - perché l'interpretazione non viene solo dal testo, ma anche dal contesto e, in questo caso, il contesto già dice qualcosa sulle intenzioni di chi ha scritto l'articolo". Se ieri si sono soltanto sfiorati all'Hotel Westin Excelsior che ha ospitato il simposio, oggi Parolin e Pompeo avranno un faccia a faccia ufficiale al Palazzo Apostolico. Sarà, probabilmente, anche l'occasione per un confronto sulle incomprensioni che hanno segnato questa prima giornata romana del braccio destro di Trump. Ma non c'è dubbio che il cardinale veneto non potrà fare altro che dare un dispiacere al politico italo-americano, confermando l'intenzione della Santa Sede di andare avanti sulla strada del dialogo con Pechino.

Una strada che Parolin, a margine del simposio, ha definito "una riflessione presa dopo tanti anni di cammino fatti in questa direzione" pur nella consapevolezza che "esistono molte resistenze, opposizione e critiche di cui prendiamo atto e che teniamo conto perché la materia è delicatissima". Si va avanti, quindi, sebbene nelle recenti dichiarazioni di Parolin sul tema non sia sembrato trasparire un ottimismo eccessivo in merito al futuro dell'Accordo: "anche se questi primi risultati non sono stati eclatanti - aveva commentato il porporato uscendo da un convegno in memoria del cardinal Silvestrini - mi pare che si è segnata una direzione che vale la pena di continuare, poi si vedrà". C'è da scommettere che Washington, specialmente in caso di riconferma di Trump a novembre, sarà tra gli spettatori più interessati all'esito di questa delicatissima partita.