• L’ESEMPIO

Ungheria, le politiche per la natalità danno frutti

Nel gennaio 2020 il tasso di natalità ungherese è cresciuto del 9,4% rispetto al gennaio 2019. I figli per donna sono aumentati da 1,4 a 1,6 e i matrimoni addirittura del 100%. Segno del legame tra nozze e bambini, che smentisce l’immigrazionismo alla Soros. Il Paese di Orbán insegna che le politiche di sostegno - culturale ed economico - alla famiglia hanno solo bisogno di tempo per funzionare.

La sfida demografica si può vincere ma richiede pazienza, tempo e, soprattutto, coraggio.  Si tratta di una speranza concreta - merce assai rara di questi tempi - che arriva dall’Ungheria di Viktor Orbán, i cui più recenti dati segnalano un’inversione di tendenza sul fronte della natalità che era attesa davvero da tempo. Sì, perché risale al 2015, quindi a cinque anni fa, la notizia del varo, da parte del governo ungherese, dei sussidi per chi intende acquistare o costruire nuove case, in misura favorevolmente progressiva in base al numero dei figli.

Al 2011 e 2012, invece, datavano precedenti esenzioni fiscali per i figli con, sempre nel 2011, l’introduzione di una Costituzione il cui testo era da subito stato accusato da vari critici di essere anacronistico e patriarcale, dato che riponeva grande fiducia nelle nuove generazioni, affermando solennemente: «Noi mettiamo la nostra fede in un avvenire modellato insieme, nella vocazione delle giovani generazioni. Noi crediamo che i nostri bambini e i nostri nipoti avranno il talento, la tenacia e la forza morale per restituire la grandezza dell’Ungheria».

Nonostante tali sforzi, profusi su più versanti - da quello culturale a quello economico - i dati ungheresi sulla natalità avevano continuato a non esser incoraggianti; quelli di inizio 2018 risultavano infatti peggiori di quelli di inizio 2017 e ancora lo scorso anno il Paese di Orbán accusava un forte inverno demografico. Basti pensare che solamente nel periodo di gennaio e febbraio 2019 si era registrato uno sconfortante -5,1% di nascite accompagnato da un egualmente cupo +10,5% di morti rispetto ai primi due mesi del 2018, com’ebbe a segnalare il Budapest Business Journal.

Oggi però la musica pare finalmente cambiata. Infatti, nel gennaio 2020, il tasso di natalità ungherese, calcolato sul numero di nascite per 1.000 persone, è aumentato del 9,4% rispetto al gennaio 2019. Un aumento riflettutosi sul tasso di fertilità totale (il numero medio di bambini per donna) - che per lo stesso mese è aumentato da 1,4 a 1,6 figli per donna - correlato a sua volta all’aumento di matrimoni, che nel Paese è stato addirittura del 100%. Ora, posto che il raggiungimento del decisivo tasso di sostituzione, pari a 2,1 figli per donna, resta ben lontano anche per l’Ungheria, l’esperienza di questo Paese ha comunque qualcosa da insegnare, su almeno tre versanti.

Il primo insegnamento ungherese concerne il fatto che le politiche demografiche, per avere effetto, richiedono tempo. Per un motivo semplice: più che determinare una specifica tendenza, esse sono chiamate ad invertirne una che, magari, si protraeva da decenni. Motivo per cui è impensabile che, introdotta una misura, per quanto indovinata, questa possa avere effetti immediati. Non a caso, tra la nuova Costituzione ungherese - che, con il suo peso culturale, è ritenuta da più esperti il vero stimolo alla natalità del Paese - e gli attuali risultati positivi, sono trascorsi quasi 10 anni.

Una seconda lezione il Paese di Orbán la dà mettendo in luce un legame che gli specialisti hanno sotto gli occhi da tempo, vale a dire quello tra nozze e figli. Sentiamo infatti da anni ripetere che, per aiutare la natalità, serve più welfare; il che è di certo sacrosanto da un punto di vista di giustizia sociale, ma non è così decisivo sul piano demografico: dove, invece, il fattore che pare aver più peso sono appunto i matrimoni che - per loro specifiche caratteristiche, valoriali e di stabilità - rappresentano la premessa fondamentale alla fecondità.

L’ultimo insegnamento che arriva dall’Ungheria, Paese che comunque sulla famiglia ha investito in modo massiccio come dimostrano i 2,5 miliardi ad essa destinati (pari al 5% del Pil nazionale e a quattro volte il budget per la difesa), riguarda lo smascheramento della falsità di quella tesi, tanto cara ad ambienti globalisti e sorosiani, secondo cui limitare l’immigrazione comporti inevitabilmente il declino demografico di una nazione. Ebbene, Orbán e il suo Paese ci testimoniano, numeri alla mano, l’esatto contrario. Sta quindi a noi, ora, far tesoro di questo esempio e trarne le dovute conseguenze.