Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sante Basilissa e Anastasia a cura di Ermes Dovico
ELEZIONI EUROPEE

Un posto al sole in Ue. Candidati europeisti solo a parole

Ascolta la versione audio dell'articolo

I partiti solo a parole mostrano interesse per le sorti dell’Ue, mentre nei fatti si comportano come se il voto del prossimo giugno fosse una semplice tappa di riassestamento degli equilibri politici italiani

Politica 03_04_2024
Caos a sinistra, la Schlein (Pd) fra i vertici del nuovo gruppo Stati Uniti d'Europa (La Presse)

Cinque anni fa, nell’imminenza del voto europeo del 26 maggio 2019, i partiti italiani agitavano lo spettro della vittoria delle forze sovraniste e populiste, che avrebbero potuto mettere in pericolo la costruzione europeista. Oggi il copione sembra lo stesso. Ci sono tanti proclami accorati da parte delle forze politiche nazionali affinchè il voto dell’8 e 9 giugno prossimi non riservi sorprese, cioè confermi nell’assemblea di Strasburgo una maggioranza a favore delle forze che attualmente guidano le istituzioni europee.

Ma tutto questo sa tanto di retorica perché i partiti italiani solo a parole mostrano interesse per le sorti dell’Europa, mentre nei fatti si comportano come se il voto del prossimo giugno fosse una semplice tappa di riassestamento degli equilibri politici nazionali. Da destra a sinistra si registra una frenetica rincorsa ai consensi in una logica smaccatamente particolaristica, perché si vota con il sistema proporzionale, che costringe ogni partito a correre da solo e a misurare la sua consistenza elettorale. Ogni partito cerca di tirare fuori il jolly da giocarsi nelle urne per non sfigurare e per dimostrare di avere gli stessi consensi che aveva nelle elezioni politiche del 2022 o addirittura di averli aumentati.

Nella coalizione di governo l’incognita riguarda la possibile candidatura di Giorgia Meloni e di Antonio Tajani, mentre Matteo Salvini, temendo un referendum sulla sua figura, in questo periodo un po appannata, ha già fatto sapere che non correrà per uno scranno nel nuovo Parlamento europeo. Ma Giorgia Meloni e Antonio Tajani, qualora si candidassero e venissero eletti (in quanto capilista la loro elezione sarebbe fuori discussione), quante volte andrebbero a Strasburgo in cinque anni di legislatura? Si dimetterebbero lasciando il posto ai primi dei non eletti? Sarebbe comunque una presa in giro nei riguardi degli elettori. La Lega, invece, alle prese con profonde divisioni interne, avrebbe l’asso nella manica: il generale Roberto Vannacci, salito agli onori della cronaca per le sue posizioni espresse in un recente libro di successo. Ma cosa ne sa Vannacci di Europa? Se n’è mai occupato? Evidentemente no, ma la sua candidatura potrebbe trainare voti verso il Carroccio e dunque lo scopo dell’operazione sarebbe quello. Ancora una volta sulla pelle degli elettori.

In Forza Italia pare certa la candidatura di Letizia Moratti, che l’anno scorso si era allontanata dal centrodestra per correre da sola, contro il centrodestra, per la guida della Regione Lombardia. Lei è certamente una figura istituzionale di rilievo e con un’esperienza ragguardevole, ma siamo certi che, in caso di elezione, trascorrerebbe gran parte della settimana a Strasburgo? E siamo sicuri che a muoverla in questa sua corsa per un seggio a Strasburgo sia un sincero amore verso le sorti del Vecchio Continente?

Sul versante della sinistra la situazione è ancora più ingarbugliata. Anzitutto nel Pd volano i coltelli perché le uscenti come Pina Picierno si sentono sminuite e brontolano, in quanto temono che Elly Schlein, per non uscire con le ossa rotte dalla prova elettorale di giugno, potrebbe puntare sul colpo a sorpresa, candidando persone che nulla hanno a che fare con la storia della sinistra e che non si sono mai occupate di Europa. Quale altro significato potrebbe avere ad esempio la candidatura di Ilaria Salis? Sarebbe la riprova che la detenzione della ragazza in Ungheria è stata letteralmente strumentalizzata dalla sinistra per mettere in cattiva luce il governo Meloni e per lucrare un vantaggio elettorale. Peraltro la candidatura sarebbe una palese interferenza nelle vicende di uno Stato sovrano, l’Ungheria, e finirebbe per condizionare l’amministrazione della giustizia a Budapest. Si è sempre sostenuto, soprattutto a sinistra, che non fosse opportuno candidare persone coinvolte in vicende giudiziarie. Certo, quella della Salis è una vicenda particolare, ma resterebbe, in caso di candidatura, il principio di un’indebita pressione su organi giudiziari che ancora devono pronunciarsi sugli arresti domiciliari in Ungheria e sull’eventuale pena da far scontare alla ragazza italiana.

Le gatte da pelare in casa Pd riguardano anche gli equilibri (precari) tra le correnti, con il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini che vorrebbe candidarsi, pur sapendo che in tal caso la sua regione tornerebbe alle urne. Invece sarebbe più corretto, nei confronti dei suoi elettori, concludere prima il mandato. Infine va segnalato il caos al centro, con il terrore delle forze politiche minori come Italia Viva e Azione di non riuscire a superare la fatidica soglia del 4%. I renziani si sono già furbescamente intruppati nella lista di scopo Stati Uniti d’Europa con Emma Bonino (+Europa) e quindi dovrebbero farcela, mentre Carlo Calenda, con Azione, è in gravi difficoltà e rischia di fermarsi al 3%, secondo gli ultimi sondaggi.

Tutte queste manovre confermano quanto debole sia il sentimento europeista nelle forze politiche italiane e quanto il voto del prossimo giugno sia un test elettorale soprattutto interno, per definire i nuovi equilibri e magari consentire alla Meloni di alzare ancora di più il prezzo con i suoi alleati mediante un rimpasto di governo, alla Schlein di salvare la poltrona di segretario dem e a Renzi di non scomparire.