a cura di Benedetta Frigerio
  • Perseguitati, ma non sopraffatti

Un campo profughi permanente in Nigeria grazie alla diocesi di Yola

 

Nel 2015 in Nigeria jihadisti Boko Haram sono stati costretti a ritirarsi dalle città e dai territori conquistati in precedenza da una forza militare regionale. Fino ad allora negli stati di Borno, Yobe e Adamawa il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza a causa degli attentati dinamitardi e degli attacchi frequenti: quelli indiscriminati, per creare un diffuso stato di paura, e quelli mirati a colpire i cristiani, per indurli a liberare la regione della loro presenza, e le comunità musulmane, ritenute colpevoli di non praticare rigorosamente la legge islamica. La maggior parte dei cristiani però sono rimasti e con loro i sacerdoti che hanno continuano a tenere aperte le chiese anche quando i fedeli dovevano essere perquisiti all’ingresso e bisognava impedire l’accesso nei dintorni agli automezzi per scongiurare il pericolo di attentati dinamitardi. Non solo i cristiani sono rimasti, ma cercano di far fronte ai molti problemi che la minaccia jihadista pone. Uno dei più gravi è il grande numero di sfollati che necessitano di aiuto e ancora non possono per motivi di sicurezza tornare a casa. La diocesi cattolica di Yola, nell’Adamawa, ha appena avviato la costruzione di una struttura destinata a ospitare centinaia di profughi. L’intenzione, a differenza di quanto avviene negli altri centri di raccolta, è creare per la prima volta un complesso residenziale permanente, “che i profughi possano chiamare casa”. I lavori di costruzione sono incominciati il 27 gennaio, inaugurati dal vescovo della diocesi di Yola, monsignor Stephen Dami Mamza. L’insediamento ospiterà 86 nuclei famigliari provenienti tutti da Maiduguri, la capitale dello stato del Borno, un tempo roccaforte di Boko Haram. La speranza è che i lavori vengano ultimati prima di aprile. L’insediamento avrà una scuola e un ospedale e disporrà di acqua potabile. È inoltre prevista la costruzione di una chiesa. Poiché la maggior parte dei profughi sono agricoltori la diocesi cercherà di procurare loro della terra da coltivare, sperando che il governo intervenga concedendo dei terreni.