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Un africano nella Bibbia, così il Papa si congeda dall'Africa

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Entrare nelle Scritture e lasciarsene trasformare come l'etiope battezzato da Filippo, al centro dell'omelia di Prevost nella Messa celebrata a Malabo. Nella conferenza stampa sul volo di ritorno ricorda che il senso primario di un viaggio apostolico è proclamare Gesù Cristo. Ma le domande vertono su tutt'altro.

Ecclesia 24_04_2026
Foto Vatican Media/LaPresse

Leone XIV si è congedato dall’Africa con l’immagine di “un africano nelle Scritture”: è l’etiope battezzato da Filippo di cui parla il capitolo 8 degli Atti degli Apostoli – lettura che provvidenzialmente la liturgia prevedeva proprio ieri, giovedì della III settimana di Pasqua, nella Messa celebrata dal Papa nello stadio di Malabo, a conclusione della tappa guineana e dell’intero viaggio apostolico iniziato dieci giorni prima nella terra di sant’Agostino, l’Algeria, e proseguito in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Un viaggio in cui si sono intrecciati, riaffiorando a più riprese, i temi della speranza e della pace, della dignità della vita, il rilancio della dottrina sociale e l’alleanza tra fede e ragione.

L’omelia del Papa a Malabo (iniziata col ricordo del giovane vicario generale, mons. Fortunato Nsue Esono, morto improvvisamente pochi giorni prima a soli 39 anni) è un invito alla lettura: delle «pagine bibliche» come del «libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza». L’eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, a cui Filippo spiega il senso delle Scritture e annuncia Gesù Cristo, «diventa non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto che lo coinvolge, perché riguarda proprio lui. Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità».

Ecco perché «questo africano entra nella Scrittura», e non solo perché la sua vicenda è entrata a far parte degli Atti degli Apostoli e quindi del Nuovo Testamento, né funge da mera comparsa, ma vi «entra» nel senso che va al cuore e ne viene trasformato. Tuttavia, affinché questo possa accadere, quelle pagine bisogna saperle leggere: «Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi» e pertanto vanno letti non come «esercizio solitario o meramente tecnico», ma «come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra».

Quel senso che cercava l’etiope non è una parola, ma la Persona di Cristo: «Il viandante africano», ricorda il Papa, «stava leggendo una profezia che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia, è Gesù», il quale, non solo promette la «vita eterna», ma egli stesso si fa «Eucaristia, pane di vita eterna». Questa volta Prevost non cita Agostino, ma il suo maestro Ambrogio: «Cristo è tutto!» e così commenta: «Con la compagnia del Signore i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso».

«Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità»: è il congedo del Papa al termine della Messa, ricordando che «come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano». Un auspicio che richiama quello espresso il 17 aprile incontrando il mondo universitario camerunense a Yaoundè, affinché questo continente contribuisca «ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare».

Ha parlato «come Papa, come vescovo di Roma» durante la conferenza stampa sul volo di ritorno, ricordando la dimensione pastorale di un «viaggio apostolico» che troppo spesso passa in secondo piano agli occhi degli osservatori. «Molte volte l’interesse è piuttosto politico», commenta, ci si chiede cosa dirà il Papa su questo o quel tema o come giudicherà quel governo. «Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo». E quasi a conferma delle parole del Papa, le domande dei giornalisti a bordo vertevano sulla situazione internazionale, specie in Iran, sui migranti e sulle linee guida del cardinale Reinhard Marx per benedire le coppie omosessuali.

Sulle questioni internazionali il Papa ha risposto sul piano dei principi, senza addentrarsi in opinioni di natura politica, anche perché «non è chiaro quale regime ci sia in questo momento», ha osservato, esortando a «promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace», respingendo l’idea che la risposta a «certe situazioni» sia «entrare con la violenza, con la guerra, attaccando». Al contrario, il Papa invita a impiegare «tutti gli sforzi per promuovere la pace» e al rispetto degli innocenti e del diritto internazionale. Se «la questione dell’Iran è evidentemente molto complessa» è invece netta la risposta a una successiva domanda sull’ennesima impiccagione del regime iraniano: «Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone — dal concepimento alla morte naturale — debba essere rispettata e protetta».

Definisce «molto complesso» anche il tema dell’immigrazione, essendo un «fenomeno mondiale» in cui entrano in gioco vari fattori, come «il tema del traffico di esseri umani» e il rischio che chi emigra non trovi poi le possibilità sperate. «Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere», afferma, rispondendo però con una domanda: «cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri?». L’invito è a «promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi». Leone XIV non sembra sposare l’immigrazionismo senza regole, e al contempo ricorda il principio di fondo di «trattare gli esseri umani in modo umano». Per esempio, «un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità».

A una domanda sul rischio che la visita del Papa offra un assist all’immagine di alcuni regimi, risponde richiamando «le osservazioni iniziali» sul senso dei viaggi apostolici e rivendica la necessità del lavoro diplomatico della Santa Sede «che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare».

Sulle benedizioni in atto a Monaco e Frisinga (nell’arcidiocesi che in tempi remoti fu guidata da Ratzinger), dopo aver precisato che la sessualità non è il solo tema in fatto di morale, afferma che «la Santa Sede ha chiarito che non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata delle coppie» omosessuali o irregolari, «oltre a quanto specificamente permesso da papa Francesco dicendo che tutte le persone ricevano la benedizione». Portando l’esempio della benedizione impartita alla fine di ogni Messa, Leone XIV sembra far propria un’interpretazione minimal di Fiducia supplicans, ovvero rivolta alle persone invece che alle coppie (menzionate però nel documento) e offre una interpretatio authentica anche del «todos, todos, todos» caro al predecessore, precisando che «tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita. Andare oltre questo oggi credo possa causare più disunione che unità», commenta, spiegando che tale unità si costruisce «su Gesù Cristo e su ciò che Gesù Cristo insegna».

Oltre alla dimensione «pastorale» del viaggio, di nuovo passata in secondo piano, nelle domande poste dai giornalisti al Pontefice il grande assente è proprio l’Africa, a malapena menzionata per parlare d’altro. Dieci giorni intensi di viaggio apostolico già dimenticati in poche ore di volo, mentre i fedeli di Malabo avranno ancora nel cuore la storia di quell'africano cui Filippo annunciò Gesù Cristo.



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