• IL CASO

Ue, von der Leyen nella bufera per i fondi alla Polonia

I Liberali presentano una mozione contro la presidente della Commissione, “rea” di aver dato il via libera al Recovery Fund per la Polonia. È una crepa nella coalizione pro von der Leyen che, sebbene figlia del pregiudizio antipolacco, può portare a esiti positivi. Il Ppe, intanto, pone fine al mandato di Tusk, artefice dell’espulsione di Orban, ed elegge Weber.

La coalizione che portò, nell’estate del 2019, alla nomina di Ursula von der Leyen e dell’intera Commissione mostra le prime benauguranti fratture. L’elezione del nuovo presidente dei Popolari europei, l’attivismo polemico dei Socialisti, la mozione di censura dei Liberali contro la presidente della Commissione potrebbero portare, per la prima volta, a un rinsavimento dell’assemblea di Strasburgo, forse anche - sebbene per un’eterogenesi dei fini - a un ritorno a quei valori cristiani e umani oggi calpestati.

I delegati dei partiti nazionali che fanno parte del Ppe, durante il loro Congresso celebrato a Rotterdam (31 maggio - 1 giugno), hanno ‘accompagnato’ alle dimissioni il polacco Donald Tusk, artefice dell’espulsione di Viktor Orban dal Ppe e da tempo leader della ‘coalizione’ di tutti i partiti contrari all’attuale governo cristiano polacco. Gli stessi delegati hanno eletto alla presidenza il bavarese Manfred Weber, attuale capogruppo al Parlamento europeo. Lo stesso Weber era il candidato del Ppe alla presidenza della Commissione nel 2019 e, a causa del veto di Socialisti e Liberali, venne sacrificato da Tusk e sostituito con la von der Leyen. Ebbene, Weber ha fatto capire l’approccio che vuole seguire: il Ppe vuole essere rispettato. Dapprima c’è stata la richiesta alla presidente von der Leyen e all’intera Commissione di intervenire con procedure di infrazione contro il governo socialista spagnolo, tra l’altro per politiche economiche scellerate approvate dal Paese; poi l’annuncio del parlamentare popolare Peter Liese, responsabile al Parlamento europeo della riforma del “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere” (Cbam), che non c’è alcun accordo con Socialisti, Liberali e Verdi sugli emendamenti e che il Ppe non li voterà.

Oltre al Ppe, ad uscire baldanzosi dal proprio Congresso di partito ci sono anche i Liberali (Alde), che si preparano a ‘sparare’ contro la von der Leyen e la Commissione. Il Congresso dei Liberali, svoltosi a Dublino nel fine settimana, ha eletto due co-leader: Ilhan Kyuchyuk (Mrf, partito di maggioranza e di governo in Bulgaria) e Timmy Dooley (Fianna Fáil, partito di maggioranza e di governo in Irlanda). Ebbene, ieri, il gruppo dei Liberali al Parlamento europeo (Renew Europe), presieduto dal macronista Séjourné Stéphane, ha presentato una mozione di censura contro la von der Leyen, accusata, dopo l’annuncio del via libera ai fondi del Recovery Fund alla Polonia, di aver “smesso di promuovere l’interesse generale dell’Unione, quello di assicurare l’attuazione dei Trattati”, nonché di aver “fallito nel monitoraggio dell’applicazione del diritto europeo sotto l'egida della Corte di Giustizia”. Il testo verrà votato martedì pomeriggio; al mattino invece si voteranno gli emendamenti distinti di Ppe (forse appoggiati da Conservatori e Identitari) e Socialisti-Liberali-Verdi sulla riforma del “mercato delle emissioni di carbonio”.

Sin qui la disamina dei fatti. Ma per capire se l’inusitata “maggioranza arcobaleno”, da tre anni al governo dell’Unione europea e descritta sulla Bussola sin dalla sua nascita, stia veramente franando, sarà necessario verificare come i diversi gruppi voteranno in settimana su altri due temi, molto più significativi per l’identità cristiana del continente: il primo sarà mercoledì 8 luglio, quando, a seguito delle dichiarazioni del rappresentante francese del Consiglio Europeo e della Commissione (parteciperà Helena Dalli) sulle “Minacce globali al diritto all’aborto nel mondo” e “conseguenze della possibile sentenza contraria all’aborto della Corte Suprema USA”, si voteranno risoluzioni pro vita (nel rispetto della sussidiarietà e dei poteri nazionali) e pro aborto (assecondando la regola del centralismo democratico); il secondo sarà giovedì 9 giugno, quando si voteranno le risoluzioni sui “casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto” che riguardano soprattutto Polonia e Ungheria e, in particolare, le loro leggi a favore della vita nascente, della famiglia naturale e per una reale libertà di educazione che sia contraria ad ogni indottrinamento Lgbt.

Le armi sono più che affilate. E i Socialisti, nella polemica recente tra la vicepresidente del Parlamento europeo Katarina Barley e il ministro ungherese alla Giustizia Judit Varga, hanno già ribadito di voler la testa dei governanti di Varsavia e Budapest. Queste due votazioni dimostreranno se e quanto i Popolari europei abbiano la volontà di recuperare e ravvivare con coerenza la propria tradizione cristiana, dimostrando il rispetto di quanto affermato nella “Piattaforma del Partito Popolare” nel 2012. Il documento rimane valido anche se l’aggiornamento approvato nel Congresso di Rotterdam (“The Europe We Want to Build Emphasising Our Values and Responding to New Challenges”) lascia perplessi. In quest’ultimo testo i riferimenti alle radici giudaico-cristiane, ai valori cristiani sono chiari, ma rimangono ambiguità e censure sia sulla tutela della vita del concepito, anche se se ne ribadisce l’inalienabile “dignità umana”; sia sull’oggettiva e buona diversità della famiglia naturale dalle altre forme di vita comune, anche se si riafferma che la famiglia è il “fondamento della società”.

Non perdiamo la speranza nella nascita di una coalizione per la promozione e difesa dei valori cristiani ed europei formata da Popolari, Identitari e Conservatori. L’urgenza è massima, basti pensare all’assurda iniziativa della Commissione promossa ad inizio mese: “#TheFutureIsQueer” (il futuro è queer), cioè il futuro europeo dovrà essere, secondo loro, “iperindividualista e indefinibile”.

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