• EDITORIALE

Torna l'Italia dei Comuni

Mentre a livello nazionale prosegue lo stallo politico, a livello locale si intensificano le iniziative contro vita, famiglia e libertà di educazione. Una strategia che tende a mettere Parlamento e governo davanti al fatto compiuto. 

Palazzo D'Accursio

Basteranno dieci “saggi” a superare lo stallo politico oggi esistente? Forse sì, forse no; resta il fatto che prosegue – e anzi si aggrava – la crisi dei partiti che, secondo alcuni, la “pausa” del governo dei tecnici avrebbe dovuto rigenerare e rinnovare. Pausa peraltro di cui non si riesce a vedere la fine, sebbene siamo nel paradosso di un governo che continua ad operare pur non avendo la fiducia né del vecchio Parlamento né del nuovo: il fatto che tale situazione appaia plausibile la dice lunga sullo stato di confusione che regna. 

Ma mentre tutti guardiamo alla (lentissima) evoluzione della situazione a livello nazionale, ci sfugge il fatto che dal punto di vista delle decisioni politiche sta tornando l’Italia dei Comuni. Già da tempo i Comuni hanno preso iniziative che esulano dai loro compiti amministrativi, ma lo stallo che prosegue a livello nazionale mette ancora più in rilievo questa tendenza, che non possiamo non considerare preoccupante. Soprattutto perché questo attivismo dei Comuni si concentra contro quelli che la Dottrina sociale della Chiesa ha definito i princìpi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione.

Dei registri comunali per le unioni di fatto si parla già da tempo e ormai tutti i grandi centri italiani (l’ultimo è stata Genova) li hanno istituiti. Con scarso successo in realtà, ma per i promotori quello che conta maggiormente è il principio. Lo stesso dicasi per i registri del testamento biologico: oltre al flop di iscrizioni, sono molti i giuristi che ne contestano la legittimità dal punto di vista costituzionale. E sempre a livello locale si promuovono corsi di educazione sessuale per le scuole primarie volti a promuovere gli stili di vita omosessuale. E ora, come abbiamo scritto nell’articolo dedicato al caso di Bologna, si attacca la libertà di educazione mettendo nel mirino le scuole cattoliche con lo scopo di togliere loro i contributi dello Stato: fin troppo ovvio pensare che il caso di Bologna  sia destinato a fare scuola, e perciò nei prossimi mesi assisteremo ad altri attacchi alle scuole libere. E fa niente che la loro chiusura sarebbe un disastro anche per le scuole statali, la preoccupazione è soprattutto ideologica.

La strategia è chiara: costruire una rete di città che approvino misure analoghe su questi temi per poi porre Parlamento e governo davanti al fatto compiuto: se le più grandi città italiane hanno già scelto una direzione chiara in fatto di famiglia, equiparando al matrimonio tra uomo e donna qualsiasi tipo di unione, sarà ben difficile che in Parlamento si arrivi a legiferare in senso opposto. E d’altro canto in Parlamento lo schieramento più radicale si farà forza delle decisioni dei Comuni per imporre una legge liberalizzatrice. E così vale per tutto le altre questioni non negoziabili.

Dunque, vale la pena distogliere un po’ lo sguardo da quanto sta avvenendo tra Quirinale e Montecitorio, per prestare maggiore attenzione a quanto succede a livello locale: qui, peraltro, abbiamo maggiori possibilità di non essere solo spettatori e di contrastare perciò con maggiore efficacia il disegno che vorrebbe consegnare i cittadini nelle mani di uno Stato onnipotente.