• LA FIGURA

Tito Brandsma, un santo modello per i giornalisti

Oggi, 26 luglio, ricorre l’80° anniversario della morte del carmelitano olandese san Tito Brandsma. Tra le sue molteplici attività ci fu quella di giornalista. Guardava alla stampa come mezzo di evangelizzazione, per dire la verità, nella carità. Fu il suo ruolo a difesa dei giornali cattolici e della loro libertà che lo portò all’arresto ad opera dei nazisti e poi al martirio a Dachau.

san Tito Brandsma

«Dopo quelli delle chiese, la stampa è il pulpito migliore per predicare la verità e non solo per rispondere a coloro che ci attaccano, ma per proclamare la verità giorno per giorno (…). La stampa è la forza della parola contro la violenza delle armi (…) è la forza della nostra lotta per la verità».

Così scriveva san Tito Brandsma (1881-1942), il carmelitano olandese di cui oggi ricorre la memoria liturgica, nello stesso giorno dei genitori della Madonna, i santi Gioacchino e Anna. Una piccola grande coincidenza celeste, per un santo noto per la sua devozione mariana e che aveva nella Madre di Dio uno dei temi prediletti della sua predicazione. Questo 26 luglio è anche il giorno in cui ricorre l’80° anniversario del martirio di padre Brandsma, ucciso con un’iniezione di acido fenico nel campo di concentramento di Dachau, dopo mesi in cui passò da un luogo di prigionia all’altro, subendo maltrattamenti, privazioni e sofferenze senza numero.

Tito (al secolo Anno Sjoerd) Brandsma, beatificato da Giovanni Paolo II il 3 novembre 1985 e canonizzato da Francesco il 15 maggio 2022, fu una personalità eclettica che trovò «nel comandamento dell’amore portato fino alle estreme conseguenze», cioè all’amore verso i suoi nemici, «il motivo ispiratore e il centro propulsore» di tutta la sua esistenza, come disse Wojtyla nell’omelia di beatificazione. Ma tra i tanti aspetti della sua vita, alimentata dalla preghiera, vogliamo qui accennare alla sua attività giornalistica (c'è chi lo propone quale compatrono dei giornalisti, accanto a san Francesco di Sales) e al suo impegno per preservare la libertà della stampa cattolica dai condizionamenti del nazismo. Impegno che di fatto lo portò all’arresto del 19 gennaio 1942 e quindi - sei mesi e una settimana più tardi - al martirio.

San Tito visse il giornalismo come una vocazione nella vocazione, che maturò fin dai primi anni nell’Ordine carmelitano. A parte le primissime esperienze, val la pena richiamare qualche passaggio della sua attività editoriale dal ritorno in patria in avanti, cioè dopo il dottorato in filosofia a Roma (1906-1909). Scrisse articoli di vario tipo, tra cui alcuni sull’educazione. Fondò la rivista Karmelrozen (Le rose del Carmelo), che raggiunse una tiratura di oltre 13 mila copie. Dal 1919 al 1923 fu caporedattore del giornale locale De Stad Oss (La Città di Oss), che era reduce da una crisi e che lui contribuì a risollevare. Predicò dei ritiri per giornalisti e organizzò altre numerose iniziative riguardanti la stampa. Lui stesso aveva la tessera della Federazione internazionale dei giornalisti.

Alla luce di ciò, fu quindi naturale per monsignor Johannes H.G. Jansen, arcivescovo di Utrecht, nominare Brandsma assistente ecclesiastico dell’Unione dei giornalisti cattolici. Era il 1935. Che si trattasse, in quel contesto storico, di un ruolo delicatissimo era chiaro a molti. Un collega gli chiese come si sarebbe comportato se mai la Germania avesse invaso l’Olanda: «Saprò compiere il mio dovere», rispose padre Tito. La sua nomina fu ben accolta dai giornalisti cattolici, che conoscevano la sua levatura morale. Nel discorso d’insediamento, insistette sull’apporto pacifico e conciliante che la stampa cattolica deve garantire al contesto generale dell’informazione, ma sempre indicando la verità, nella carità. Quel discorso «era quasi una profezia. Un impegno che non restò nell’ambito delle parole facili e buone», come scrive un suo biografo, padre Fernando Millán Romeral, nel libro Il coraggio della verità.

Tra i sogni di Brandsma c’era quello di una cattedra universitaria di giornalismo, il cui tempo però sarebbe giunto molti anni dopo la sua morte. Ad ogni modo, è evidente l’importanza e l’altissima missione che padre Tito attribuiva al giornalismo, che nella sua prospettiva deve essere - in definitiva - un mezzo per portare la verità che è Cristo, quindi per evangelizzare.

Il 10 maggio 1940, le truppe naziste invasero l’Olanda. Fin dai primi giorni di occupazione del territorio olandese, i tedeschi si diedero un fine preciso: lasciare agli abitanti locali l’ordinaria gestione burocratica, puntando invece progressivamente a controllare i mezzi di comunicazione e le scuole. In entrambi i campi, Brandsma (che era anche presidente dell’Unione delle scuole cattoliche olandesi) fece il possibile per resistere ai diktat nazisti e proteggere la popolazione, ebrei in testa. In particolare, la stampa fu il terreno di scontro principale. Il governo di occupazione esercitò pressioni fortissime, pretendendo che tutti i giornali pubblicassero le direttive nazionalsocialiste e antisemite. Il 18 dicembre 1941, il Ministero della Propaganda inviò un comunicato a tutte le redazioni in cui si affermava tra l’altro che «è proibito rifiutare per ragioni di principio la propaganda che vi viene trasmessa dal nazionalsocialismo e dalle sue organizzazioni, se non contiene nulla che possa ledere l’onore e il benessere delle persone o dei gruppi».

Padre Tito andò immediatamente a consultare l’arcivescovo Johannes De Jong (succeduto a mons. Jansen alla guida dell’arcidiocesi di Utrecht). I due concordarono che padre Tito avrebbe visitato personalmente i direttori dei giornali cattolici per chiedere loro di resistere al comando del governo nazista e facendo agli stessi presente che, in caso di cedimento, l’episcopato olandese avrebbe ritirato la qualifica di «cattolico» ad ogni giornale compromessosi con il regime.

La missione era evidentemente rischiosa. Il 31 dicembre 1941 Brandsma scrisse una lettera destinata ai direttori dei giornali, e che lui stesso avrebbe consegnato a mano. La lettera si concludeva dicendo che Dio stesso avrebbe ricompensato coloro impegnati a servire la parola in difesa della fede e dell’essere umano. Solo nei primi dieci giorni del gennaio 1942, Brandsma visitò 14 giornali, quattro vescovi e 10 città, per annunciare quanto deciso con mons. De Jong. Non viaggiava clandestinamente, ma si muoveva comunque con prudenza. La maggioranza dei direttori incontrati da padre Tito gli manifestò in privato la propria totale adesione all’idea di resistere ai soprusi dei nazisti sulla stampa. Il 15 gennaio l’ordine nazista - che ancora non era di dominio pubblico - veniva confermato ufficialmente. Mons. De Jong chiamò con urgenza Brandsma, per dirgli che la lettera che aveva presentato a mano ai direttori aveva il sostegno anche degli altri vescovi olandesi. La stessa lettera fu dunque immediatamente pubblicata. E fin dal giorno dopo arrivarono le adesioni di diversi quotidiani, che promettevano di resistere.

Passarono pochi giorni e il 19 gennaio, come accennato, il santo venne tratto in arresto da due giovani agenti della polizia politica. Solo mentre entrava in quella che fu la sua prima prigione (ad Arnhem, dove passò una sola notte), dopo una battuta in cui manifestava la stranezza di finire in carcere a sessant’anni, uno dei due agenti, il tedesco Steffen, gli rivelò il motivo dell’arresto: «È colpa sua, perché non avrebbe dovuto accettare l’incarico dell’arcivescovo». Una missione, per l’appunto, che padre Tito condivideva in toto. Come disse serenamente anche davanti al sergente maggiore delle SS, Paul Hardegen, che a margine del primo interrogatorio - vedendo che l’arrestato non cedeva di un millimetro - gli chiese di mettere per iscritto i motivi che spingevano lui e gli altri cattolici olandesi a opporsi al nazionalsocialismo.

Avrebbe forse potuto salvare la pelle, rinnegando i propri principi e sostenendo che l’occupante nazista avesse buone intenzioni. Ma il santo scelse la verità, percorrendo la via di quel Gesù - crocifisso e risorto - che aveva annunciato lungo tutta la sua vita e di cui avrebbe portato la luce anche nei lager.

 

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