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Telecom agli spagnoli, un altro gioiello svenduto

Privatizzata dal governo D'Alema, la compagnia telefonica, ex Sip, passa ora in mani straniere. È in corso l'acquisizione da parte della spagnola Telefonica, che mette a rischio tanti altri posti di lavoro. Il governo Letta se ne lava le mani.

Telecom/Telefonica

L’atteggiamento pilatesco del Presidente del Consiglio, Enrico Letta sulla vicenda Telecom non è un biglietto da visita dei migliori per un Paese come l’Italia già in crisi di credibilità internazionale. La svendita del “made in Italy” e dei “gioielli” di Stato prosegue da anni, nell’indifferenza generale. I partiti si occupano di date dei congressi o di organigrammi interni e nel frattempo pezzi di storia nazionale finiscono in mani straniere, senza garanzie di politica industriale né di conservazione degli attuali livelli occupazionali.

Eppure la posta in gioco nella vicenda Telecom va al di là del dato puramente contabile e affonda le sue radici in due criticità che il sistema Italia evidenzia da sempre: la tendenza a privatizzare senza liberalizzare; l’incapacità della classe imprenditoriale e finanziaria italiana più blasonata di rischiare in proprio e di pensare in grande, senza contare sempre e solo sul paracadute degli aiuti di Stato e sulle alchimie di palazzo. Corollario di questi due tarli dell’economia italiana anche quello di affidare sistematicamente la gestione di “partite” così importanti a patti di sindacato creati a tavolino nei “salotti buoni” a scapito dei piccoli azionisti, delle forze vive della società e della comunità imprenditoriale e finanziaria, che hanno investito con sincerità in progetti industriali potenzialmente destinati ad arricchire il Paese e invece mortificati da, familismi e grette e autoreferenziali logiche di cordata.

È evidente che la cessione di Telecom a Telefonica non è un fatto improvviso, bensì il punto di approdo pressoché inevitabile e scontato di un percorso contrassegnato da inerzie nelle scelte di politica industriale e da sottovalutazione dei rischi di una cattiva gestione di aziende così strategiche per il sistema Paese in ambito industriale e infrastrutturale.

Le cronache delle ultime ore hanno descritto i dettagli dell’operazione, evidenziandone gli aspetti più perniciosi. Anzitutto il Copasir ha messo in guardia dai rischi per la sicurezza. La cessione della Rete può corrispondere a una sorta di menomazione di sovranità, considerato che l’Italia perde di fatto il controllo sulla circolazione dei dati personali e sensibili (si pensi alle conversazioni e alle email) che riguardano tutti quanti noi. Nel gas lo scorporo della Rete (Snam Rete Gas da Eni) è riuscito, mentre sul versante telefonico se n’è soltanto parlato da più parti, ma senza passi concreti e risolutivi.

Oltre ai rischi per la sicurezza, l’operazione Telecom, che avverrà senza una scalata fatta sul mercato, bensì con la cessione di un pacchetto di azioni oggi nelle mani di banche e assicurazioni italiane, serba allarmanti pericoli per la competitività del “sistema Italia”. Telefonica possiede Telefonica Argentina concorrente di Telecom Argentina e, soprattutto, Vivo, concorrente di Tim Brasil, vero polmone di Telecom Italia. Non si esclude che l’intento cinico degli spagnoli sia proprio quello di vendere le due partecipate di Telecom, facendo cassa senza preoccuparsi degli effetti devastanti che ciò avrebbe sui livelli occupazionali. Non a caso, sia i partiti di governo che i sindacati hanno subito invocato un intervento del governo affinché chieda e ottenga garanzie precise dagli spagnoli circa gli indirizzi di politica industriale che intendono adottare a seguito di questa acquisizione.

Non si dimentichi che Telecom Italia fu privatizzata quindici anni fa dal governo D’Alema con una scelta scriteriata che consentì ai cosiddetti “capitani coraggiosi” di scalare un’azienda pubblica e di rivenderla successivamente monetizzando e realizzando plusvalenze. Nulla a che vedere, tanto per essere onesti intellettualmente, con l’operazione di salvataggio Alitalia del 2008, che ha consentito di preservare l’italianità della compagnia, pur con tutti i limiti di una governance fiacca e priva di respiro strategico. Oggi anche il nodo Alitalia sembra essere arrivato al pettine e Air France-Klm, che pure ha un debito di 5 miliardi di euro, sarebbe pronta a salire al 50% di partecipazione nel capitale Alitalia, ma rinegoziando debiti e contratti.

Stupisce, tornando a Telecom, la reazione di Letta, che definisce i capitali di Telefonica un prezioso viatico per il futuro dell’azienda. Finora gli “spiccioli” di Telefonica sono stati usati per acquisire il controllo di Telco, in un complicato gioco di scatole cinesi che conduce a Telecom. Ma anche gli iberici sono assai indebitati e quindi non potranno che speculare sulle spalle di Telecom, nel senso che non perseguiranno un disegno di crescita industriale in Italia, bensì di consolidamento del loro business attraverso la neutralizzazione di un pericoloso competitor. Tutto questo non tutela né gli utenti (difficile pensare che gli spagnoli diminuiscano le tariffe o eliminino il canone) né i dipendenti Telecom né il sistema industriale nel suo complesso. Le reti sono un bene collettivo e non possono essere svendute al miglior offerente senza un evidente ritorno per il “sistema Paese” in termini di competitività, di apertura a nuovi mercati, di risanamento aziendale.

È auspicabile che nelle prossime ore realtà del mondo finanziario come Generali e Mediobanca, magari sollecitate dal governo con un sussulto d’orgoglio, riconsiderino i termini della questione Telecom e evitino che la Rete finisca in mani straniere. Nel frattempo, si dovrebbe imprimere un’accelerazione al progetto di scorporo, al fine di acquisire nuove risorse, come ha sottolineato il presidente Telecom Italia, Franco Bernabè, «sia attraverso la stabilità e prevedibilità dei ricavi sui servizi all’ingrosso in rame e fibra, sia attraverso eventuali apporto di capitale da parte di investitori istituzionali, quali la Cassa Depositi e Prestiti». E anche l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrebbe dare certezze rispetto al nuovo quadro degli obblighi regolamentari post-scorporo. Ma quanto tempo rimane per creare le premesse di uno scenario così virtuoso?