• GUERRA UCRAINA

Sugli aiuti militari all'Ucraina Draghi decide da solo

Tutti i sondaggi sono concordi nel registrare l’incremento del numero di italiani che si dicono contrari all’invio di armi in Ucraina. Il governo italiano, però, tira dritto senza tentennamenti e oggi il premier riferirà in Parlamento. Deputati e senatori sono ormai ridotti a spettatori di una politica estera che sembra avere un copione già scritto.

Mario Draghi

Tutti i sondaggi sono concordi nel registrare l’incremento del numero di italiani che si dicono contrari all’invio di armi in Ucraina e Stati limitrofi, che vorrebbero l’immediato “cessate il fuoco” sul fronte russo-ucraino e che non biasimerebbero una resa di Kiev, pur di uscire dall’attuale impasse. Il ragionamento è semplice: la crisi si è avvitata anche sul fronte diplomatico, dunque la pace si allontana, a meno che qualcuno non accetti di cedere. L’economia mondiale è fortemente condizionata da questo scenario problematico e quindi, per far ripartire tutte le attività dopo il Covid, è necessaria quella serenità che solo una chiusura definitiva del conflitto può garantire.

Ma questi auspici della maggioranza degli italiani appaiono sempre più irrealizzabili, visto che il nostro Paese, con maggiore determinazione rispetto a tutti gli altri, sta avallando decisioni come quella di Finlandia e Svezia di entrare nella Nato, che rischiano di incrinare ancora di più il fronte del dialogo. Non a caso Mosca ha già annunciato che espellerà 25 diplomatici italiani.

Il governo italiano, però, tira dritto senza tentennamenti e oggi il premier riferirà in Parlamento sul nuovo invio di armi in Ucraina. Chi sperava, però, che sulla sua relazione si potesse aprire un dibattito, resterà deluso. Draghi si limiterà a riferire, altro che Parlamento sovrano. Ma non è una novità, visto che anche in materia di Covid l’esecutivo attuale e i precedenti non si sono mai  preoccupati di coinvolgere le Camere, se non qualche volta per mere ratifiche di decisioni prese a Palazzo Chigi. Eppure si tratta di materie -la tutela della salute prima e la collocazione internazionale dell’Italia poi- che vanno a impattare fortemente sulle vite di tutti gli italiani.

Deputati e senatori sono ormai ridotti a spettatori di una politica estera che sembra avere un copione già scritto da tempo. Ma sull’invio di armi si sta creando un fronte trasversale tra Movimento Cinque Stelle e Lega, forze politiche nettamente contrarie a questa corsa ad armare gli ucraini, che rischia di allargare anziché circoscrivere il fronte del conflitto. Il leader grillino Giuseppe Conte, sempre più lontano dal Pd, continua a invocare un confronto parlamentare sul tema e ha ragione, perché sarebbe un modo per rendere presenti a Palazzo Madama e a Montecitorio posizioni assai diffuse nell’opinione pubblica italiana e non liquidabili riduttivamente come “pacifiste”. Chi si dice contrario alle armi lo fa spesso sulla base di convinzioni profonde, ma in altri casi anche per valutazioni ponderate di natura socio-economica e di stabilità internazionale. La crisi socio-economica sta danneggiando enormemente gli Stati europei più fortemente indebitati come l’Italia. Ecco perché il prolungamento, anzi l’esasperazione del conflitto russo-ucraino si scaricherà su milioni e milioni di cittadini italiani ed europei, che toccheranno con mano nuove povertà.

Il filo-atlantismo italiano sta provocando un vero e proprio terremoto negli schieramenti di centrodestra e centrosinistra e perfino all’interno degli stessi partiti. Ad esempio, nel centrodestra il Carroccio non è convinto delle scelte che sta facendo il governo in politica estera e punta i piedi, invocando strade diverse da quella di continuare a inviare armi all’Ucraina. Nello schieramento opposto, i grillini sono altrettanto scettici quanto i leghisti sull’opportunità di armare gli ucraini. Il Pd, quindi, sta cercando di costruire il cosiddetto campo largo con il Movimento Cinque Stelle per le prossime amministrative e per le politiche, ma è lontano anni luce dalle sue posizioni in politica estera. Che in questa fase non è poco. Lo si è visto ieri nelle votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Commissione esteri del Senato in sostituzione di Vito Petrocelli, espulso dai 5 Stelle per le sue posizioni considerate troppo filo-putiniane. A spuntarla, anziché il candidato ufficiale dei grillini, Ettore Licheri, vicino a Giuseppe Conte e ostile a Luigi Di Maio, è stata eletta Stefania Craxi, di Forza Italia. Il paradosso è che lei si è subito definita filo-atlantista, per rassicurare i senatori che l’avevano votata. Un’espressione che fa rabbrividire, pensando al trattamento che riservarono gli americani a suo padre, colpevole secondo loro di aver fatto politiche troppo autonome e financo spavalde nel Medio Oriente.

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