Suetta: la vera carità verso i musulmani è annunciare Cristo
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Una lettera pastorale per ribadire che il Vangelo è destinato a tutti, anche ai sempre più numerosi immigrati di fede islamica, malgrado l'equivoco di un dialogo allergico alla verità e di un'accoglienza senza evangelizzazione. Per i cristiani è un impegno «doveroso e necessario», spiega a La Bussola il vescovo di Ventimiglia-San Remo.
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Si intitola Non c’è amore più grande la lettera pastorale che il 24 maggio, solennità di Pentecoste, mons. Antonio Suetta ha indirizzato alla sua diocesi di Ventimiglia-San Remo «circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai
musulmani del nostro territorio». Non dovrebbe far notizia un vescovo che vuole annunciare il Vangelo a tutti – todos, todos, todos, musulmani compresi – e invece ancora una volta mons. Suetta deve suonare una campana, come ha già fatto sul fronte pro-vita, se già ventisei anni fa il cardinale Giacomo Biffi doveva ricordare che «l'azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: "Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama" (cf. Mc 16,15)». E se non lo faremo, in nome di una equivoca accoglienza allergica alla verità, nel Giorno del Giudizio gli stessi musulmani ci chiederanno conto di aver tenuto loro nascosto il Vangelo, spiega a La Bussola mons. Suetta.
Eccellenza, perché ha rivolto l'attenzione proprio ai musulmani?
Per una ragione di presenza sul territorio: raramente ho incontrato un buddista, mai un animista, invece i musulmani sono molto presenti. Innanzitutto quelli della prima immigrazione risalente agli anni Ottanta in Liguria, che in maggioranza provengono dal Nordafrica e ormai sono abbastanza ben integrati nel nostro contesto sociale. Poi ci sono soprattutto i migranti di cui si parla oggi e, come si sa, Ventimiglia è stata ed è ancora un punto di riferimento importante per questo fenomeno – e la maggior parte di loro sono musulmani. Fin dall'inizio siamo stati presenti nell'accoglienza, nell'assistenza, nella solidarietà e nel soccorso come comunità civile ed ecclesiale, e naturalmente siamo coinvolti in tutti quei processi non sempre facili e non sempre riusciti di integrazione. In realtà l'idea di promuovere l'impegno di evangelizzazione è venuta dal basso. Qualche mese fa ho partecipato a una riunione di volontari della Caritas e un volontario di Ventimiglia mi ha posto questa domanda: perché noi, come cristiani, ci impegniamo a dare aiuto, supporto, accoglienza, a queste persone, e non pensiamo a offrire loro ciò che di più prezioso abbiamo, cioè la fede e il Vangelo? E così abbiamo cominciato a lavorare su questo tema.
Si parla molto di migranti, come Lei diceva, ma si parla poco di evangelizzarli...
Questo è in parte vero, a causa di un malinteso senso di accoglienza, di inclusione e di dialogo, che rimangono parole preziose ma che vanno comprese e declinate nel modo giusto.
Richiamando l'VIII centenario della morte di san Francesco, Lei si chiede cosa può dirci oggi, e lo fa in riferimento all'incontro con il Sultano. Anche questo episodio non viene forse un po' strumentalizzato per un malinteso dialogo?
All'inizio di questa breve lettera ho voluto cogliere l'anniversario degli 800 anni della morte di san Francesco per citare l'episodio avvenuto nel 1219, quando san Francesco ha voluto fare visita al Sultano. Ed è chiaro come attestano le Fonti Francescane, di cui ho citato alcuni passaggi, che san Francesco è andato per testimoniare il Vangelo, per testimoniare Gesù. Addirittura è andato con l'idea di versare il proprio sangue per l'evangelizzazione del Sultano e della sua gente. Sempre nella lettera cito un passaggio di una delle versioni della Regola, la Regola bollata, dove appunto san Francesco indica una metodologia divisa in due punti. Il primo è che i frati non devono disputare o litigare ma testimoniare. Secondo punto: bisogna annunciare il Vangelo e la sua salvezza a coloro che non conoscono Cristo, nella consapevolezza che se non sono battezzati con l'acqua non possono ottenere la salvezza eterna. Questi due punti vanno insieme: l'impegno nell'evangelizzazione non è uno scontro ma è semplicemente l'annuncio e l'offerta della salvezza e va fatto soprattutto con la testimonianza della vita. Infatti Francesco usa questa parole: i frati devono dare testimonianza. Sappiamo da altri passi che egli ha detto: i frati devono annunciare il Vangelo, quando serve anche con le parole, ma sopratutto naturalmente con la vita. Questo primo impegno di testimonianza, che conosce anche il momento dell'annuncio evangelico, per noi cristiani è doveroso e necessario.
L'altra ricorrenza evocata nella lettera è il 60° anniversario della dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Mi permetta una domanda provocatoria: allora anche dopo il Concilio Vaticano II si può e si deve annunciare Cristo ai seguaci di altre religioni?
Assolutamente sì, direi che il dubbio non sorge dai testi e dai documenti conciliari, casomai sorge da una interpretazione piuttosto libera e dal dilagare del cosiddetto "spirito del Concilio", che però non è scritto e di cui nessuno ha il monopolio, e quindi noi dobbiamo per giusta fedeltà al magistero attenerci ai testi.
Allora Nostra Aetate (che è un testo brevissimo e poco impegnativo, perché si tratta di una dichiarazione, che ha un valore dogmatico minore rispetto alle costituzioni dogmatiche) offre uno spunto che fondamentalmente vuole promuovere nella maniera giusta il dialogo interreligioso. Io dico sempre che il dialogo interreligioso ha due scopi. Primo e più immediato è quello della pacifica convivenza. Oggi ripetiamo molto spesso che le religioni non devono condurre alla violenza, non devono condurre alla guerra, e quando lo fanno o sono sbagliate o sono interpretate male. Quindi il dialogo interreligioso serve a promuovere accoglienza reciproca e rispetto che sono condizioni imprescindibili per la pace. Però il dialogo non si ferma qui, va oltre. Il dialogo, che è termine tipicamente teoretico, è uno strumento dell'intelligenza, che ha come compito primario quello di cercare la verità. Allora una persona che intelligentemente si interroghi di fronte alla molteplicità di esperienze religiose, evidentemente deve porsi la domanda su quale sia la religione vera. Pertanto ci possno essere tanti aspetti in comune, come ce ne sono – sempre per rimanere a Nostra Aetate – tra cristianesimo, ebraismo e islam, il più importante dei quali è il monoteismo. Però affermare questo, cioè che abbiamo delle convinzioni comuni, non significa affermare che tutte le religioni sono uguali, perché questa affermazione contraddice un'evidenza: tra tante proposte al massimo potremmo dire che siano tutte sbagliate ma non che siano tutte vere, perché una sola può esserlo. Dunque, il dialogo religioso è interessante anche per questo, per consentire all'intelligenza, certamente illuminata dalla grazia, quando si tratta di esperienza di fede, di conoscere l'autentica verità.
E nel Giorno del Giudizio, come Lei scrive, addirittura i musulmani chiederanno conto ai cristiani per non aver ricevuto l'annuncio di Cristo?
Sì, penso proprio di sì, perché – cito una bella espressione di san Paolo – «non abbiate alcun debito con nessuno se non quello di un amore vicendevole» (Rm 13,8). Ora l'atto più grande di carità è quello rivolto alla salvezza eterna. Più il bene è alto, più il bene è prezioso, più la carità che lo offre è grande. Allora tra tutte le opere di carità che siamo tenuti a fare nei confronti di tutti reciprocamente, certamente l'opera più grande è preoccuparsi della vita eterna, della salvezza eterna. Quindi questo è il grande debito che noi credenti in Cristo abbiamo nei confronti di coloro che non lo conoscono.
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