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LIBANO MERIDIONALE

Statua di Gesù distrutta dai soldati israeliani, è solo la punta dell'iceberg

Trenta giorni di carcere militare al soldato che ha distrutto la statua di Gesù nel Libano meridionale, e stessa sanzione per il soldato che l'ha fotografato. IDF e governo Netanyahu pensano così di chiudere l'incidente ma la vicenda è il segno di un problema molto più ampio di attacco ai cristiani.
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Libertà religiosa 22_04_2026

Trenta giorni di carcere militare e congedo dal servizio di combattimento. È questa la sanzione decisa dalle Forze di difesa israeliane (IDF) per i due militari protagonisti della foto che il 19 aprile ha fatto il giro del mondo: il soldato che ha distrutto a martellate una statua di Gesù crocifisso e il commilitone che lo ha fotografato (abbiamo scelto di non pubblicare la foto). Il clamoroso gesto è avvenuto nel villaggio cristiano di Debel nel Libano del Sud e ha provocato una generale condanna internazionale nonché un forte imbarazzo per i vertici dell’IDF e per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che si è detto «sconvolto e rattristato» dall’accaduto.

Nel tentativo di riparare il grave danno d’immagine creato dalla vicenda, l’IDF ha annunciato di avere rimpiazzato la statua distrutta con un’altra nuova e, nel comunicato diffuso ieri ha anche dichiarato che «il comportamento dei soldati si è discostato completamente dagli ordini e dai valori dell’IDF», annunciando che altri sei militari presenti sulla scena saranno poi puniti successivamente per non essere intervenuti.

Malgrado i vertici dell’esercito abbiano espresso «profondo rammarico» per l’accaduto e abbiano ribadito che le operazioni nel Libano sono rivolte esclusivamente contro i terroristi di Hezbollah e non contro i civili, ci sono molti elementi che rendono poco credibili queste parole; e lasciano invece pensare che le tempestive sanzioni contro i responsabili siano state motivate non tanto dalla profanazione commessa ma dal fatto che sia stata resa pubblica. Non parliamo infatti di un caso venuto fuori dal nulla. Basterebbe ricordare l’uccisione non più di un mese fa del parroco del villaggio di Qlayaa, padre Pierre al Rahi, colpito volutamente dai soldati israeliani mentre andava a prestare soccorso alle vittime di un precedente attacco israeliano.

Ma anche la vicenda del Crocifisso abbattuto non è un fatto isolato: ci sono già stati altri analoghi incidenti nella zona, secondo quanto riferito alla BBC dal parroco di Debel, padre Fadi Flaifel. E non solo: il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in un duro comunicato che definisce l’atto compiuto a Debel «un grave affronto alla fede cristiana» afferma che esso «si aggiunge ad altri episodi di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati dell’IDF nel Sud del Libano».

Del resto ne è una conferma anche la dinamica della profanazione: non si è trattato del gesto di un singolo soldato, ma di un gruppo di soldati, che hanno agito dando per scontata la loro impunità al punto di immortalare la scena con delle foto. Prosegue il comunicato del cardinale Pizzaballa, pubblicato al termine dell’assemblea degli ordinari cattolici di Terrasanta:  l’accaduto «rivela una preoccupante lacuna nella formazione morale e umana, in cui anche la più elementare riverenza per il sacro e per la dignità degli altri è stata gravemente compromessa». Si impongono perciò «un’azione disciplinare immediata e decisiva, un processo credibile di responsabilizzazione e chiare garanzie che tale condotta non sarà né tollerata né ripetuta». 

Può essere la sanzione resa nota ieri sera una risposta soddisfacente a questa richiesta? Non proprio, se confrontata con altre sanzioni decise dall’IDF verso i suoi soldati in questo periodo: proprio la settimana scorsa tre soldatesse sono state portate davanti alla corte marziale e hanno visto decurtato di un terzo il loro stipendio perché nel giorno del congedo si sono presentate alla base militare con abiti ritenuti troppo succinti; e quattro soldati di frontiera sono stati condannati a 15 giorni di carcere militare con l’accusa di «offesa alla religione e al giudaismo» per aver preparato un barbecue, sebbene in un’area riservata, durante lo Shabat. Si ha piuttosto l'impressione di una ipersensibilità per le prescrizioni della religione ebraica, e meno attenzione per i fedeli di altre religioni.

D’altra parte anche il primo ministro Netanyahu non può nascondere le sue responsabilità per quel che sta accadendo. Sebbene Netanyahu continui a vantarsi perché Israele è l’unico Paese della regione a garantire la libertà religiosa per i cristiani, è un fatto che da molto tempo – come abbiamo più volte documentato sulla Bussola – si moltiplicano le aggressioni contro i cristiani in Israele, per non parlare degli attacchi ai villaggi cristiani in Cisgiordania da parte dei coloni, che spesso agiscono sotto gli occhi, e con la complicità, dell’IDF. Né si può dimenticare l’attacco del luglio scorso contro la parrocchia cattolica di Gaza che ha provocato tre vittime e il ferimento del parroco don Gabriel Romanelli; e l’ultimo incidente diplomatico quando la Domenica delle Palme è toccato al cardinale Pizzaballa essere fermato e rimandato indietro dai militari mentre si recava al Santo Sepolcro.

Finora il premier israeliano, sebbene sia intervenuto per esprimere rammarico per gli incidenti, promettere inchieste e cercare di trovare qualche soluzione estemporanea, ha dimostrato di lasciare ampia libertà di manovra alle frange più estremiste del suo governo e presenti nel Paese, con una tendenza alla radicalizzazione che è fortemente cresciuta dopo il 7 ottobre 2023. Tanto da far scrivere al Times of Israel che «Israele si sta allontanando dalla tolleranza e dai valori democratici per avvicinarsi all'estremismo religioso e politico».

La vicenda della statua di Gesù presa a martellate da un soldato è dunque un episodio grave che giunge tutt’altro che inaspettato e in un contesto che lo spiega. Ci vuole ben altro che una sanzione disciplinare ai soldati responsabili - come se si trattasse di un episodio isolato provocato da una qualche mela marcia – per sanare la situazione.



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