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medio oriente

Cristiani nel mirino, in Israele traballa l'equilibrio religioso

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L'intervento del cardinale Pizzaballa presso le autorità ha sventato il tentativo delle forze israeliane di sgomberare un altare a Taybeh, ultimo paese palestinese interamente cristiano e soggetto a continue intimidazioni dei coloni. L'episodio è simbolo di una crisi più ampia e di una convivenza sempre più fragile.

Esteri 01_06_2026

I cristiani sono nuovamente nel mirino dell’esercito israeliano. Un piccolo villaggio della Cisgiordania potrebbe diventare il simbolo di una crisi molto più ampia, che attraversa oggi la Terra Santa. Da Taybeh, ultimo paese palestinese interamente cristiano, fino alla Spianata delle Moschee cresce infatti la preoccupazione delle autorità religiose e di molte cancellerie per l'inasprimento delle tensioni attorno ai luoghi santi e per il progressivo deterioramento dei rapporti tra israeliani e palestinesi.

L'episodio che ha riacceso il dibattito si è verificato nei giorni scorsi proprio a Taybeh, località situata a est di Ramallah, in territorio palestinese, e conosciuta nella tradizione cristiana come l'antica Efraim citata nel Vangelo di Giovanni. Gli abitanti avevano quasi completato l’allestimento di un piccolo altare per la celebrazione della messa in occasione della fine del mese mariano di maggio. L’atmosfera era serena e gioiosa: molti dei presenti stavano intonando i canti e si stavano preparando a vivere un momento di preghiera comunitaria. All’improvviso il rombo dei motori di alcuni mezzi militari ha spezzato la tranquillità del luogo. Fermati i mezzi, a poca distanza dall’altare, sono scesi i militari con l’emblema della Stella di Davide, armati di tutto punto e con tono deciso e categorico hanno intimato di smontare quanto allestito.

La richiesta ha provocato proteste tra i presenti e gli abitanti del villaggio, e la tensione è salita rapidamente. Nel frattempo, è stato informato il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, di quanto stava accadendo. Per alcuni minuti la situazione è sembrata sul punto di degenerare. «Non siamo terroristi», «Non abbiamo armi», «Siamo cristiani pacifici e vogliamo solamente pregare», hanno ripetuto i presenti ai militari nel tentativo di spiegare il carattere esclusivamente religioso dell’iniziativa. I soldati, comunque, erano irremovibili.

Ma, all’improvviso i militari interrompono l’azione e si ritirano. Determinante sarebbe stato l’intervento del patriarca Pizzaballa, che avrebbe contattato le autorità israeliane ottenendo il via libera allo svolgimento della cerimonia alla quale hanno partecipato vari consoli. La notizia dell'episodio si è diffusa rapidamente in tutta la Palestina, suscitando forte preoccupazione tra le comunità cristiane locali, già angustiate per il clima crescente di insicurezza che si respira in diverse aree della Cisgiordania.

Taybeh non è un luogo qualsiasi. Negli ultimi mesi, i suoi abitanti hanno denunciato ripetutamente episodi di intimidazione, danneggiamenti a proprietà agricole, incendi per mano di gruppi di coloni presenti nelle aree circostanti. L’ultimo episodio, lo scorso sabato mattina in un vicino villaggio. Sette palestinesi sono stati ricoverati in ospedale, vittime di un attacco da parte dei sostenitori del movimento pro-insediamenti di Madama, un villaggio situato a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale. Distrutte anche le auto parcheggiate. L'esercito israeliano è stato criticato per la sua inerzia di fronte a questi attacchi, ai quali a volte partecipano attivamente i suoi soldati; la polizia, dal canto suo, è accusata di non perseguire i responsabili. Al contrario, le autorità ebraiche arrestano frequentemente palestinesi coinvolti in scontri con i coloni per difendersi.

Ma Taybeh rappresenta soltanto una parte di una questione ben più ampia. Le tensioni che attraversano la Cisgiordania si intrecciano infatti con la situazione di Gerusalemme, e in particolare, con il futuro del complesso di al-Aqsa, meglio conosciuto come la Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più sensibili del pianeta. Per il mondo musulmano, al-Aqsa è il terzo luogo santo dell'Islam dopo La Mecca e Medina. Per il mondo ebraico, coincide con il Monte del Tempio, dove sorgevano il Primo e il Secondo Tempio di Gerusalemme. Da decenni il delicato equilibrio tra queste diverse sensibilità religiose è regolato da uno status quo che attribuisce l'amministrazione religiosa del luogo alla Giordania.

Ed è proprio questo equilibrio che oggi viene percepito come sempre più fragile. Del resto, la crescente influenza dell’estrema destra ultranazionalista e religiosa nella politica israeliana sta alimentando timori e polemiche. Negli ultimi anni, alcuni ministri e parlamentari hanno sostenuto pubblicamente la necessità di ampliare i diritti alla preghiera ebraica sul Monte del Tempio. Tra le figure più controverse vi è il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, le cui visite al sito hanno spesso provocato dure reazioni da parte palestinese e giordana. Ogni visita di Ben-Gvir alla Spianata delle Moschee è interpretata dai palestinesi come una sfida politica e simbolica.

Il governo israeliano continua a sostenere di non voler modificare formalmente lo status quo esistente, ma le autorità religiose musulmane e numerosi osservatori internazionali temono che alcuni cambiamenti possano essere introdotti gradualmente attraverso decisioni amministrative e pratiche operative. Infatti, i palestinesi vedono un collegamento diretto tra quanto accade nei villaggi e nelle città della Cisgiordania e ciò che potrebbe avvenire in futuro a Gerusalemme. Per questa ragione, ogni episodio che coinvolge luoghi santi, celebrazioni religiose o figure simboliche viene percepito come parte di una dinamica più vasta.

La Giordania osserva questi sviluppi con crescente preoccupazione. Re Abdullah II ha ribadito in numerose occasioni che la custodia hascemita dei luoghi santi di Gerusalemme rappresenta una responsabilità storica e politica che il regno non intende mettere in discussione. Per Amman, la tutela di al-Aqsa non è soltanto una questione religiosa, ma anche un elemento fondamentale della sicurezza nazionale e della stabilità regionale. Anche all'interno dell'apparato di sicurezza israeliano non mancano le voci che richiamano alla prudenza. Ex dirigenti dei servizi di intelligence e delle forze di sicurezza hanno più volte avvertito che la questione di al-Aqsa rappresenta una delle linee rosse più pericolose del Medio Oriente. Un eventuale scontro aperto attorno al luogo santo potrebbe trasformare un conflitto prevalentemente politico e territoriale in una crisi a forte carattere religioso, con effetti facilmente prevedibili.

Da Taybeh ad al-Aqsa emerge dunque una stessa domanda: fino a che punto sarà possibile preservare gli equilibri che per decenni hanno evitato lo scontro frontale tra le diverse identità religiose della Terra Santa? Per ora, le celebrazioni religiose nel piccolo villaggio cristiano sono salve. Ma l'episodio ha riportato alla luce una realtà più profonda: la sensazione diffusa che gli spazi di convivenza si stiano, giorno dopo giorno, restringendo e che i luoghi santi, anziché rappresentare, per lo meno, un’occasione di reciproco rispetto, stiano tornando ad essere il cuore di una contesa sempre più aspra. In una regione segnata dalla guerra e dalla diffidenza, il destino di Taybeh e quello di al-Aqsa appaiono oggi più vicini di quanto la geografia possa suggerire.