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AI E SICUREZZA

Riconoscimento facciale, il rischio di una sorveglianza di massa

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Il decreto legislativo che dovrebbe recepire l'AI Act europeo e intende porre l'AI a servizio della prevenzione dei reati fa discutere perché la raccolta di dati biometrici dei cittadini in spazi pubblici apre a possibili violazioni dei diritti fondamentali.

Politica 31_07_2026

Il dibattito sul decreto legislativo che recepisce in Italia l'AI Act europeo va ben oltre una questione tecnica. In gioco c'è l'equilibrio tra sicurezza pubblica e tutela dei diritti fondamentali, un confine sempre più sottile nell'era dell'intelligenza artificiale.

L'iter del provvedimento ha registrato nelle ultime ore un rallentamento. Il voto della Commissione Affari europei della Camera sullo schema di decreto legislativo è stato infatti rinviato, mentre il testo continua il proprio percorso nelle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Camera e Senato, dove l'esame prosegue regolarmente. Un rinvio che testimonia quanto il tema sia destinato a rimanere al centro del confronto politico e istituzionale.

La filosofia del decreto rimane comunque chiara: mettere la tecnologia al servizio della prevenzione dei reati e della sicurezza nazionale. L'esecutivo ritiene che terrorismo, criminalità organizzata e minacce all'ordine pubblico richiedano strumenti investigativi più efficaci, capaci di sfruttare le potenzialità dell'intelligenza artificiale.
Tra le disposizioni più discusse vi è la possibilità, nei casi di particolare urgenza, di utilizzare sistemi di identificazione biometrica da remoto anche prima dell'autorizzazione formale dell'autorità giudiziaria, con una semplice comunicazione al pubblico ministero, rinviando la richiesta di autorizzazione alle ore successive.

Ancora più controversa è la previsione che consentirebbe l'integrazione dei sistemi di videosorveglianza con il riconoscimento facciale nelle aree considerate sensibili sotto il profilo dell'ordine pubblico. Durante manifestazioni, eventi sportivi o altre situazioni ritenute a rischio, i dati biometrici delle persone presenti potrebbero essere raccolti e conservati fino a sette giorni, mentre le operazioni effettuate verrebbero registrate per un periodo di cinque anni.

È proprio questa disposizione ad aver acceso il confronto politico. Per le opposizioni si tratta di una forma di raccolta "a strascico", che finisce per coinvolgere indistintamente migliaia di cittadini non sospettati di alcun reato. Il timore è che uno strumento nato per individuare singoli responsabili possa trasformarsi in un sistema di sorveglianza preventiva della popolazione, alimentando il rischio di uno "Stato di polizia" o, nell'immaginario collettivo, di un moderno "Grande Fratello" tecnologico.

Le perplessità non arrivano soltanto dal fronte politico. Anche il Garante per la protezione dei dati personali, pur esprimendo un giudizio complessivamente favorevole sull'impianto del decreto, ha individuato alcuni profili che richiedono modifiche.
L'Autorità chiede innanzitutto di rafforzare il principio della supervisione umana sui sistemi di intelligenza artificiale e di garantire maggiore qualità e affidabilità delle banche dati biometriche. Soprattutto osserva che il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici delle persone che accedono a luoghi pubblici non appare pienamente coerente con il quadro europeo. Secondo il Garante, il riconoscimento facciale dovrebbe avvenire esclusivamente ex post, sulle immagini già registrate e soltanto in presenza di una concreta esigenza investigativa, evitando raccolte massive e preventive. L'Autorità chiede inoltre di vietare espressamente l'utilizzo di database costruiti mediante pratiche di scraping indiscriminato o comunque ottenuti in violazione della disciplina sulla protezione dei dati personali.

Nel frattempo il dibattito ha assunto una dimensione europea. Interpellata sul caso italiano, la Commissione europea ha ribadito un principio destinato a incidere sul confronto. Durante il briefing quotidiano con la stampa, il portavoce della Commissione ha ricordato che il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili rappresenta una pratica vietata dall'AI Act, una disciplina già applicabile e destinata a diventare pienamente operativa entro quest'anno. L'obiettivo della normativa europea, ha sottolineato Bruxelles, è evitare che l'intelligenza artificiale venga utilizzata per monitorare sistematicamente gli spostamenti delle persone negli spazi pubblici.

Allo stesso tempo, la Commissione ha evitato qualsiasi valutazione preventiva sul decreto italiano. Il portavoce ha infatti precisato di non disporre di tutti gli elementi necessari per esprimere un giudizio sul contenuto della disciplina nazionale ancora in discussione, rinviando implicitamente ogni valutazione alla versione definitiva del provvedimento.

Ed è proprio qui che si concentra la questione giuridica più delicata. L'AI Act considera l'identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici uno degli impieghi più invasivi dell'intelligenza artificiale, consentendone l'utilizzo solo in circostanze eccezionali rigorosamente individuate dal legislatore europeo, come la prevenzione di attentati terroristici, la ricerca di persone scomparse o l'individuazione degli autori di reati particolarmente gravi, nel rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e controllo da parte delle autorità competenti.

L'impostazione europea parte da un principio preciso: il riconoscimento facciale deve costituire un'eccezione e non una modalità ordinaria di controllo dello spazio pubblico. Se la raccolta preventiva dei dati biometrici dovesse riguardare indiscriminatamente tutti coloro che transitano in un'area considerata sensibile, senza uno specifico collegamento con un reato o con soggetti già individuati, potrebbe dunque porsi un problema di compatibilità con il divieto europeo di sorveglianza biometrica generalizzata.

Di fronte alle osservazioni provenienti da Bruxelles, Palazzo Chigi ha ribadito la propria posizione. Fonti del Governo hanno assicurato che l'Italia continuerà a rispettare integralmente la normativa europea, a partire proprio dall'AI Act, in coerenza con le garanzie costituzionali e con la tutela dei diritti fondamentali, sottolineando che la verifica della legittimità dei singoli utilizzi spetta all'autorità giudiziaria.

Resta però una domanda destinata probabilmente ad accompagnare l'intero iter del provvedimento: fino a che punto la sicurezza può giustificare una raccolta preventiva di dati biometrici di cittadini che non sono sospettati di alcun illecito?
La risposta non riguarda soltanto il futuro delle tecnologie di riconoscimento facciale. Riguarda il modello di democrazia digitale che l'Europa intende costruire. L'AI Act nasce proprio per evitare che l'intelligenza artificiale trasformi il controllo tecnologico in una forma ordinaria di governo dello spazio pubblico. Il rinvio del voto alla Camera dimostra che il punto di equilibrio è tutt'altro che raggiunto. Quando il testo sarà definitivo, verrà inevitabilmente sottoposto anche al vaglio delle istituzioni europee, chiamate a verificare se la disciplina italiana sia effettivamente compatibile.



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