La morte di Padre Pierre è la conferma che Israele uccide anche i cristiani
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La morte del parroco di Qlayaa per opera dell'Idf è frutto della tecnica double tap: ritornare nel luogo dell'attacco precedente dove si sono riuniti i soccorsi e sterminarli. E smentisce la leggenda metropolitana secondo la quale gli israeliani non ucciderebbero i cristiani.
- In Israele un esercito di traumatizzati di Nicola Scopelliti
Tra le 486 vittime di nove giorni di fuoco israeliano sul Libano accertate dal Ministero della salute pubblica libanese il 9 marzo (con 1.313 feriti e 66.7831 rifugiati registrati), oltre a 14 paramedici, decine di mamme di famiglia, anziani e bambini, ci sono Pierre al Rahi, cinquantenne parroco del villaggio di Qlayaa, e Sami Ghafri, fratello del parroco del villaggio di Alma Chaab. Entrambe le località si trovano nel sud del Paese - Qlayaa a sud est, nel distretto di Marjayoun, Alma Chaab più verso ovest, direttamente sul confine con Israele – e la loro popolazione è composta per la quasi totalità di cristiani cattolici maroniti.
Buona parte degli abitanti di entrambi i villaggi si è rifiutata di lasciare le case, nonostante gli ordini di evacuazione diramati dall'Idf a tutta la zona a sud del fiume Litani; padre Pierre e Sami Ghafri sono tra coloro che hanno pagato con la vita il diritto legittimo a restare nella propria abitazione. Pochi giorni prima di morire padre Pierre così dichiarava alla stampa: «Sono pronto a morire a casa mia, perché questa è casa mia. Abbiamo deciso di restare qui nonostante il pericolo perché queste sono le nostre case e non permetteremo a nessuno di entrare nel nostro villaggio e di utilizzarlo per i suoi scopi».
Il riferimento a Hezbollah è chiaro: Padre Pierre era un noto oppositore della milizia sciita, con cui non aveva nulla a che fare. «Difenderemo il nostro villaggio in maniera pacifica: nessuno di noi possiede armi, le sole armi che possediamo sono pace, bontà e amore», proseguiva il sacerdote nella dichiarazione, che è divenuta virale sui social in seguito alla sua scomparsa. «C'è la morte, e dopo la morte c'è la Resurrezione con Nostro Signore Gesù Cristo il Vittorioso, che è risorto dai morti». In un'altra occasione, padre Pierre aveva dichiarato pubblicamente: «L'unico protettore che abbiamo è Dio, assieme al nostro Santo Patrono, San Giorgio. Non importa quante minacce riceveremo, non lasceremo il nostro villaggio di Qlayaa. Resteremo.. fino alla morte».
Il Santo Padre Leone XIV, si apprende dalla sala stampa della Santa Sede, ha espresso il suo cordoglio per la morte di padre Rahi «e per tutte le vittime dei bombardamenti in Medio Oriente».
Padre Pierre è morto verso le 14 del 9 marzo, poco dopo essere stato centrato da un carrarmato di Idf con una tecnica particolarmente letale, chiamata “double tap”: dopo un primo attacco in un certo luogo, si dà il tempo a soccorritori e residenti di radunarsi sul posto - a constatare i danni, aiutare i feriti, tirarli fuori dalle macerie, verificare i decessi – per effettuarne subito un altro. Così è stato ucciso il sacerdote, mentre con le autorità locali ed alcuni residenti si accingeva a prestare soccorso a un parrocchiano ferito immediatamente prima.
Per questo motivo - a poco più di una settimana dall'inizio degli attacchi israeliani sul Libano - il numero delle vittime tra soccorritori e paramedici è così alto. Per quanto riguarda Sami Ghafari, fratello settantenne di Padre Maroun Ghafari, parroco di Nostra Signora ad Alma Chaab, è stato centrato domenica pomeriggio da un drone di precisione nel giardino di casa sua. Anche Ghafari aveva deciso di restare, rivendicando la neutralità del villaggio nel conflitto tra Hezbollah e Israele. Dopo la sua morte, la mattina di martedì 10 marzo Unifil ha scortato gli abitanti di Alma Chaab fuori dal villaggio: è ormai chiaro a tutti che restare nell'area, che Idf desidera spopolare e fare sua, equivale ad andare incontro a morte certa.
Oggi con Padre Pierre cade anche una leggenda metropolitana che circola da anni sia in oriente che in occidente, secondo la quale gli israeliani, nemici giurati dei musulmani, non ucciderebbero i cristiani levantini. Se ciò è mai stato vero - in certi momenti e luoghi delimitati della guerra civile libanese – ormai è evidente da tempo che le cose non stanno più così. Il conflitto in corso in Medio Oriente non è una guerra di religione: in gioco ci sono volontà di potenza, motivazioni economiche e geopolitiche, fame espansionistica, desiderio di imporre la propria visione del mondo. Ci auguriamo che il sacrificio di Padre Rahi e dei tanti altri cristiani uccisi in Libano, Siria, Palestina possa muovere l'occidente – non esclusa la Santa Sede – a pretendere la pace prima che sia troppo tardi, al di là delle parole di circostanza.

