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REPORTAGE

«Sotto il palazzo distrutto a Beirut c'era un arsenale di Hezbollah»

Il palazzo di Corniche al Mazraa di Beirut distrutto dall'aviazione israeliana lo scorso 8 aprile conteneva un deposito di armi della milizia sciita. «Le munizioni sono esplose per ore», racconta uno dei vigili del fuoco accorso sul posto.

Esteri 13_04_2026

da BEIRUT - «Israele sa sempre quello che fa». Abbiamo appuntamento con Mohamad (nome di fantasia)  presso la caserma dei vigili del fuoco di Qarantina, a Beirut. Per raggiungerla passiamo davanti al porto, ancora ferito dall'esplosione del 4 agosto 2020, e notiamo una sentinella di Hezbollah che si accorge del nostro passaggio. Vent'anni, barbetta, vestito di nero, il ragazzo tira fuori dalla tasca il telefono e segnala a chi di dovere la nostra presenza, poi tenta un goffo inseguimento e fa marcia indietro solo quando ci vede entrare in caserma.

Mohamad ci accoglie con un sorriso e non si stupisce dell'incidente: gli uomini di Hezbollah sono usciti dal loro fortilizio nella Dahiye, la periferia sud di Beirut pesantemente bombardata nell'ultimo mese, e si spostano di continuo cercando di sfuggire al fuoco israeliano. Probabilmente le loro case, i loro negozi, le loro scuole non esistono più. Inoltre, vicino al porto c'è la sede dell'associazione libanese Offre Joie dove sono attualmente alloggiati rifugiati sciiti provenienti da varie zone del Paese.

Poco meno di quarant'anni, in forza alla caserma di Qarantina dal 2008, Mohamad è un vigile del fuoco esperto; vive vicino al porto, e il 4 agosto 2020 è arrivato allo scalo beirutino pochi minuti dopo le due esplosioni che hanno ucciso dieci suoi colleghi, nove uomini e una ragazza, appena arrivati sul posto. «Tre di loro facevano parte della stessa famiglia», ci racconta. «La mia squadra era di turno il giorno dopo, se lo fosse stata quel martedì forse non  sarei qui a parlare con lei».

Mohamad è stato anche tra i primi ad arrivare l'8 aprile scorso davanti al palazzo di Corniche al Mazraa colpito dal fuoco israeliano in simultanea con  decine di altri edifici in tutto il Paese (più di 300 le vittime totali accertate). 

«Abbiamo tre caserme a Beirut, e ciascuna risponde a un settore della città. Quando succede qualcosa di importante naturalmente ci muoviamo tutti, e così è stato mercoledì scorso», ci racconta. Corniche al Mazraa si trova in un quartiere residenziale tipicamente sunnita, a due chilometri dal centro di Beirut; che interesse poteva avere l'esercito israeliano a bombardare quella zona, quel palazzo? «Israele sa sempre quello che fa», commenta Mohamad.

«Nell'edificio Hezbollah aveva affittato un deposito. Fuori terra, sotto un tetto di lamiera, avevano ammassato aiuti umanitari per i rifugiati: generi alimentari, acqua, pannolini per bambini, cose così. Al piano interrato, però, c'erano le armi. L'intervento della mia squadra è durato fino al mattino dopo, e posso dirle che le munizioni hanno continuato ad esplodere per ore». 

Ci sinceriamo di aver capito bene: quindi è certo che ci fossero armi di Hezbollah nel palazzo? «Certissimo - risponde Mohamed -. Le abbiamo trovate noi». Per estrarre dai resti del palazzo le vittime dell'attacco - al piano terra c'erano negozi, dal primo piano in poi uffici e abitazioni – i vigili del fuoco hanno lavorato quattro giorni, assieme ai soccorritori. Chiediamo a Mohamad se sotto le macerie ha trovato persone in vita, magari rimaste intrappolate tra i calcinacci a causa dei crolli. «Oh, no!», si stupisce. «Sono tutti morti all'istante, carbonizzati». Ci mostra una foto sul cellulare che dovrebbe ritrarre un essere umano; a fatica si riesce a individuare lo scheletro perché le ossa, esposte, hanno un colore più chiaro del resto.

Ci chiediamo come mai quel deposito, fuori zona rispetto all'area di influenza di Hezbollah, sia stato affittato alla milizia sciita. Mohamad risponde sicuro: «Per soldi, ed ora chi l'ha fatto ne piange le conseguenze. Del resto Hezbollah ha colonizzato quella zona – e non solo - da tempo. È difficile dire di no ai suoi uomini: per anni hanno spadroneggiato sul Paese, ma ora non si accorgono che le cose sono cambiate e che non hanno più la forza di prima. Così, si stanno suicidando e trascinano con loro tutto il Libano».

Durante i giorni della tregua tra Iran e Stati Uniti il “fronte libanese” è sempre rimasto aperto. Nonostante l'esercito israeliano (IDF) abbia annunciato una riduzione degli attacchi sul Libano in vista dei negoziati diretti tra Beirut e Tel Aviv previsti a Washington martedì 14 aprile, il sud del Paese continua a subire violentissimi raid e conseguenti gravi perdite nei distretti di Nabatieh, Tiro e Bint Jbeil. A quanto si apprende, in quest'ultima località infuria la battaglia tra miliziani di Hezbollah, che vi si sono rifugiati, e soldati israeliani, con perdite da entrambe le parti. Secondo gli ultimi dati del Ministero libanese della Salute pubblica, le vittime dall'inizio dell'aggressione israeliana sono 2055, di cui 35 nelle ultime ventiquattr'ore;  6588 i feriti. I bambini uccisi dal 2 marzo sono 165, i giornalisti sette, i medici e paramedici 87, gli uomini delle forze dell'ordine libanesi, tra soldati, polizia, polizia municipale un centinaio; IDF ha dichiarato di aver ucciso nei giorni scorsi Ali Yusuf Harshi, segretario personale di Naim Qassem, attuale anziano leader di Hezbollah oltre a ottocento membri della milizia sciita.

In un video diffuso sui media il premier israeliano Netanyahu – che domenica ha fatto un breve sopralluogo nel sud del Libano assieme al suo ministro della Difesa Israel Katz e al Capo di Stato Maggiore di IDF Eyal Zamir - ha dichiarato che i colloqui di pace «sollecitati a più riprese dal Libano» avranno luogo a due condizioni: il disarmo di Hezbollah e la conclusione di un accordo di pace durevole «per le generazioni future». Netanyahu ha aggiunto che la «zona cuscinetto» nel sud del Libano avrà una profondità compresa tra 8 e 10 chilometri. In piedi davanti a una cartina del Medio Oriente, il premier israeliano ha dichiarato che «sei Paesi avrebbero voluto strangolarci: li abbiamo strangolati noi e non abbiamo ancora finito».

Lunedì 13 aprile intanto è previsto l'arrivo a Beirut del Ministro italiano degli Esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, per un incontro con il suo omologo Rajji e con il Presidente della Repubblica libanese Joseph Aoun. Nel corso della visita di Tajani, si legge nel comunicato diffuso dalla Farnesina, è previsto un incontro con il contingente italiano della Missione Militare Bilaterale Italiana in Libano (MIBIL) e del Comitato Tecnico Militare per il Libano (MTC4L). È previsto inoltre un collegamento in videoconferenza con il contingente italiano presso la base UNIFIL di Shamaa, nel sud del Paese.

Il 13 aprile è il cinquantunesimo anniversario dello scoppio della guerra civile libanese: allora la tensione deflagrò tra una squadra di palestinesi dell'OLP e un manipolo di miliziani cristiani; l'episodio inaugurò un quindicennio di massacri interconfessionali spaventosi. La situazione attuale potrebbe essere terreno favorevole per un nuovo conflitto interno, auspicato da Israele per fiaccare ulteriormente le già debolissime istituzioni libanesi e cacciare definitivamente Hezbollah dal Paese.

 



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