Sgomberare Askatasuna, una battaglia pagata a caro prezzo
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Quella dell'ex senatore Pd è una lotta sgradita alla Torino che conta e anche al suo partito. Da tempo denuncia l'attività violenta del centro sociale popolato da figli di papà con un nutrito team legale. In cambio ha subito una «allucinante vicenda giudiziaria».
Da sempre fiero oppositore della galassia Askatasuna, sette anni sotto scorta per le sue posizioni Sì Tav, Stefano Esposito, già senatore del Pd, è il primo a rilanciare sui social il video più duro del 31 gennaio, la sera della grande manifestazione: un poliziotto colpito a martellate, travolto dalla sassaiola. Il giorno dopo Torino è devastata, tutti ne parlano: auto, vetrine, banche. E anche Askatasuna non è rimasta certo in silenzio, affidando a InfoAut, organo della galassia antagonista, un comunicato. Dentro c’è tutto: la rivendicazione politica e materiale di quanto accaduto sabato scorso; la smentita più netta alla favola del corteo pacifico rovinato dagli infiltrati, saldando senso politico della manifestazione, lo scontro con le forze dell’ordine, la condanna a un governo, quello italiano, complice di genocidio e la solidarietà agli arrestati. È Stefano Esposito a scuotere il fronte progressista con parole che non ammettono ambiguità.
L’appello “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana” era stato sottoscritto da oltre 150 sigle con un volantino del corteo firmato da Zerocalcare. C’erano proprio tutti: dai No Tav ai pro-Pal, da Rifondazione Comunista alla Sea-Watch Italy passando per i No Ponte e le sigle femministe. E avevano avvertito nero su bianco le forze dell’ordine, «se fino a questo momento dovevate avere paura, adesso proverete terrore». Che sarebbe successo quel che è successo si sapeva fin dall’inizio. Onorevole Esposito, perché nessuno ha vietato quella manifestazione?
Con lo stop alla manifestazione, sarebbe scoppiato il finimondo. Si sarebbe parlato di Torino come Minneapolis, Meloni come Mussolini e di Piantedosi come Galeazzo Ciano. Credo che le forze dell’ordine, il prefetto, il questore, abbiano gestito al meglio una situazione molto complicata. Perché in questo Paese le cose vanno così.
Sappiamo cos’è Askatasuna, come nasce e come si struttura. Resta però una domanda centrale: chi la finanzia? Come regge economicamente tra spazi, attività, comunicazione, logistica, manifesti, striscioni e trasferte?
Non ho elementi di certezza. Basta dire, però, che quel centro sociale era esso stesso fonte di finanziamento: finché è stato aperto, organizzava feste, vendeva birra. Poi loro dicevano che la vendevano a prezzo sociale, certo, non pagando le tasse … Per il resto bisognerebbe far esprimere Pasolini a riguardo perché un pezzo significativo di quel centro sociale è fatto da figli di papà un po’ annoiati. Speriamo, però, che qualcuno, indaghi anche su questo aspetto: chi li finanzia?
Perché, secondo lei, intorno al mondo di Askatasuna è stata data per anni una sorta di apertura preventiva e una “patente” culturale che ha neutralizzato critiche e richieste di sgombero?
Guardi, l’area grigia che ha denunciato il procuratore generale del Piemonte, la dottoressa Musti (parole sulle quali bisognerebbe aprire un dibattito serio) è un mondo composto da professori universitari, intellettuali, artisti: l’upper class colta, la borghesia. Hanno scambiato il centro sociale nei nuovi partigiani che difendevano la Val di Susa dall’invasione del treno.
Non è un caso che da lì siano passati gruppi in erba come i Subsonica e i 99 Posse. Poi Askatasuna è diventata leader del movimento No Tav e ha trasformato la sua attività lì, in guerriglia organizzata. Quella era, ed è, — perché non è finita — la palestra in cui hanno addestrato, si sono addestrati, alla battaglia e alla guerriglia urbana.
Ha pagato sulla sua pelle la richiesta di sgombero di Askatasuna ai primi anni 2000. È vero che questa battaglia l’ha condotta in solitaria nel suo partito (Pd)?
Al Pd non è mai piaciuta la mia battaglia per chiedere lo sgombero del centro sociale e per denunciare la loro attività violenta. Naturalmente, come non è piaciuta al mio partito, non è piaciuta neanche a quel mondo che conta a Torino, a quel sistema che ha figure in certi palazzi. Purtroppo non lo le prove materiali, ma le posso dire che la mia allucinante vicenda giudiziaria, che mi ha distrutto la vita (un incubo giudiziario lungo 2589 giorni concluso in nulla di fatto, ndr) non nasce a caso. Parte dalla necessità di zittire questa voce fastidiosa, soprattutto sulla battaglia a favore della Torino-Lione e per aver fatto i nomi e i cognomi di Askatasuna.
Pochi sanno, dice lei, che Askatasuna ha un team legale di primo livello. Che ruolo ha avuto questa macchina legale nel consentire a quel mondo di restare in piedi per decenni?
È singolare che, intorno ad Askatasuna e al movimento No Tav, si sia costituito un nucleo di avvocati, un legal team, nato per la tutela dei singoli — perché le responsabilità penali sono, naturalmente, sempre individuali — ma che finisce per trasformarsi, di fatto, in una difesa della struttura in qualunque circostanza. Io, per esempio, questo legal team me lo sono visto riversare addosso con decine e decine di querele, sempre con l’obiettivo di zittirmi. Il paradosso è che sono finite quasi tutte nel nulla, tranne una: quella per aver fatto nomi e cognomi dei capi di Askatasuna e che, a mio giudizio, erano gli organizzatori delle manifestazioni violente. Sono stato condannato, salvo poi constatare che le persone da me citate sono finite, poi, in tutte le carte giudiziarie che riguardano il centro sociale. Torino è una città un po’ strana.
Era un fiero dem in carriera all’epoca.
Mi chiamo Esposito e Torino è una città con una upper class con la puzza sotto il naso — se non vogliamo chiamarla razzista. E, certamente, il fatto che un signor nessuno, senza una casa con il terrazzo in centro, figlio di operai e di un bidello di scuola elementare, a un certo punto abbia raggiunto visibilità e ruolo politico non è stato particolarmente gradito. Diciamo che, senza quartini, a Torino difficilmente si entra in certi palazzi. Mi è costato caro. Tornando indietro probabilmente rifarei tutto!
I sigilli al centro sociale sono arrivati dopo l’assalto a La Stampa, ritenuta “complice” di aver condannato poco Israele. L’alleanza con l’area pro-Pal è un’evoluzione tattica, ideologica, o entrambe?
Secondo me è una scelta sia tattica sia ideologica, forse più ideologica che tattica. Certamente, a Torino, il movimento pro-Pal si è organizzato a partire da Askatasuna, che ha deciso di cavalcarlo. Perché loro sono il nucleo attorno al quale ruotano tutte le varie galassie movimentiste. Sono il luogo della costruzione e della pianificazione politica. Lo sanno tutti: far finta di non saperlo è un’ipocrisia spaventosa.
È stato il primo a rilanciare il video dell’attacco al poliziotto a colpi di martello e sassi. Crede che senza quel video oggi staremmo parlando di Askatasuna o sarebbe stato tutto normalizzato, come sempre?
Quel video l’ho ricevuto e ho ritenuto giusto — soprattutto per dovere di cronaca — che tutti sapessero. È evidente che senza quelle immagini, nel giro di ventiquattr’ore non si sarebbe più parlato di niente.
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