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l'intervista

Scisma compiuto, Müller: «Dalla Fraternità un'eresia nella prassi»

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Si compie lo scisma della Fraternità San Pio X. Intervista al cardinal Müller: «Chiedo una risposta teologica agli errori che denotano un'eresia nella prassi»; «Accogliere chi uscirà, sopprimere l'Ecclesia Dei fu sbagliato»; «C'è ideologia nel Traditionis custodes, la tradizione ha bisogno di sollecitudine pastorale». 
-Uno strappo contro la tradizione di Luisella Scrosati
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Ecclesia 02_07_2026

«È più che uno scisma, è un’eresia nella prassi. Ora bisognerà rispondere in modo sistematico a questi errori e prepararsi ad accogliere chi uscirà dalla Fraternità San Pio X». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller alza gli occhi e guarda fuori dalla finestra del suo studio, che affaccia proprio sul Palazzo Apostolico. Lo scisma lefebvriano si è appena consumato in questa caldissima mattina mentre i turisti fuori brulicano ignari della ferita che questo atto rappresenta per la Chiesa. Eppure, Müller sa che questo è un punto di non ritorno.

Eminenza, la consacrazione dei quattro vescovi della FSSPX senza mandato pontificio è iniziata con un controsenso. Alla domanda “avete il mandato” la risposta è stata una non risposta. 
Una ferita, sicuramente. Ricordano i donatisti, che si sentivano migliori, pensavano di avere un posto da cui giudicare il Magistero e decidere che cosa fosse cattolico e che cosa no.

Il suo intervento al Concistoro ha avuto il merito di porre il tema davanti al Papa. Come hanno reagito i cardinali?
Mi ha stupito il numero di confratelli che ha recepito positivamente le mie proposte. Corrisponde alla nostra responsabilità di cardinali di Santa Romana Chiesa difendere l’ortodossia. Già Sant’Ireneo disse che tutte le chiese devono concordare con la Chiesa di Pietro e Paolo. E lo disse contro gli Gnostici. Del resto, la gnosi è alla base di ogni ribellione. È quando la ragione dell’uomo vuole essere superiore alla ragione di Dio. Dietro tutte le eresie c’è lo gnosticismo, perché presuppone di avere una concezione superiore alla rivelazione presentata nella Chiesa visibile.

E nella Fraternità c’è più eresia o più gnosticismo?
C’è un’eresia nella prassi. Qui non si può distinguere tra scisma ed eresia. La negazione del primato del Papa nella prassi, che invece accettano nella teoria è una forma pratica di eresia. Ricordano i liberali e i massoni dell’800 in Germania che avrebbero accettato l’assolutismo del re solo quando questi avesse accettato le loro proposte.

Come ha reagito Papa Leone alle sue proposte?
Non ha reagito direttamente, ma conosce la mia posizione.

Veniamo alle proposte. Qual è la linea da seguire sul piano dottrinale?
Rispondere subito. Penso a una risposta strutturata e sistematica.

Come si potrebbe articolare?
Penso ad una commissione teologica internazionale, che risponda a tutti gli errori della Fraternità in modo da arrivare al principio della loro opposizione. Ora è indispensabile dare una risposta teologica di tipo scientifico, che permetta poi alla Dottrina della fede di arrivare ad una chiarificazione definitiva.

Alcune voci nel mondo cattolico hanno tranquillizzato i fedeli dicendo che in fondo l’autorizzazione del Papa è un problema solo di legalismo…
Non è legalismo. È molto grave definirlo legalismo, è sostanziale per la Chiesa. La Fraternità parla sempre del primato del Papa del Vaticano I, poi non accetta questa dottrina, vogliono essere cattolici senza rispettare il ruolo fondamentale del Papa. Farei leggere loro quello che San Tommaso diceva sul primato del Papa. È lo stesso comportamento di Lutero che disse che avrebbe baciato la pantofola del Papa se lui avesse accettato la sua interpretazione del Vangelo. Inaccettabile.

Perché?
Perché l’atto di ordinazione del vescovo è un atto della Chiesa, in assenza diventa una setta. Nessuno può dire «ho diritto di farmi vescovo». La dottrina del primato è evangelica, dire che è solo legalismo è la rottura con il Papa e la distruzione della struttura sacramentale della Chiesa. Anche Lutero lo ha fatto. Loro vogliono essere super-cattolici con l’ermeneutica protestante. Come Enrico VIII che disse: «Io sono più cattolico del Papa».

Come risponde all’obiezione di Ecône che rivendica di agire per la salvezza delle anime?
Rispondo con Sant’Agostino che ribatteva alle sette donatiste, che si proclamavano la sola chiesa pura di fronte alla chiesa peccatrice: la Chiesa è un corpus permixtum dove i peccatori convivono con i santi. Siamo tutti peccatori e siamo tutti santi. Semmai sono i fedeli che vengono sedotti da questa pretesa, i quali stanno mettendo a repentaglio la loro anima.

Un’altra obiezione è lo stato di necessità, ossia il derogare alcune leggi della Chiesa se una situazione di pericolo lo impone.
Ma lo stato di necessità non può autorizzarti ad andare contro ciò che Gesù Cristo ha stabilito! Forse la sapienza divina non aveva già previsto anche questo? La verità è che lo stato di necessità è equivocato. Esiste solo nella loro immaginazione.

Ma che la Chiesa viva spinte eterodosse e dottrine fuorvianti, una eccessiva protestantizzazione e secolarizzazione, però, è palese…
Non esistono errori della Chiesa, è impossibile a priori. Esistono errori nella Chiesa ma non della  Chiesa. Loro non sanno che la Chiesa è indistruttibile e infallibile? Anche al tempo degli Ariani c’erano errori nella Chiesa, ma non della Chiesa. Quella dello stato di necessità è una autogiustificazione ideologica per cui ognuno vuole definirsi come l’ultimo criterio.

Lei è stato prefetto alla Congregazione per la Dottrina della fede. Come affrontò l’affaire lefebvriani?
Se posso usare un’immagine direi che giravano intorno al problema sulla libertà religiosa. Ma quello che mi è sembrato di percepire è che loro non accettano che Dio ci lascia la libertà anche se ci sono coscienze erronee. Lo Stato non può imporre una religione, ma davanti a Dio siamo obbligati a obbedire alla rivelazione.

Veniamo alla seconda proposta: la creazione di una struttura come fu l’Ecclesia Dei che possa accogliere i futuri fuoriusciti dalla Fraternità ormai scismatica… 
La soppressione dell’Ecclesia Dei è stato un errore perché sono state spacchettate le competenze e gli ambiti. Invece ci vorrebbe un unico soggetto che si occupi dell’aspetto liturgico e di quello dogmatico rivolto a chi da domani vorrà tornare nella Chiesa per aiutarli a distinguere le questioni propriamente della liturgia da quelle squisitamente dottrinali o di comprensione corretta della missione del Papa e dei vescovi. E ancora: imparare a distinguere gli errori nella Chiesa dagli errori della Chiesa, che, come detto sono impossibili.

Una nuova struttura in seno al Dicastero della dottrina per la fede?
Non necessariamente. Sotto il tetto, ma non necessariamente che origini da essa. Deve avere una certa indipendenza e una certa autonomia per occuparsi esclusivamente di queste persone.

La vecchia Ecclesia Dei ha avuto il merito di favorire la riconciliazione di tante realtà con la Chiesa.
È vero. Io stesso ne ho visto i frutti. Sabato sarò a Courtlain in Francia per l’ordinazione di sette tra diaconi e sacerdoti dell’Istituto Buon Pastore. A Wigratzbad, c’è la Fraternità San Pietro con un seminario molto vivo. Si tratta di realtà proficue, che hanno vocazioni, una fede solida, che hanno bisogno di accompagnamento e io lo do volentieri.

Celebrerà la Messa in Vetus Ordo?
Sì. Io non sono un fan della messa in Vetus Ordo, ma è una mia sollecitudine pastorale che raccolgo volentieri perché è a tutti gli effetti patrimonio della Chiesa e non deve sparire.

Che cosa pensa della proposta di creare un ordinariato che regolamenti tutte quelle realtà che desiderano vivere la tradizione nella Chiesa?
Canonicamente è possibile, esistono già esperienze del genere per il mondo cosiddetto tradizionale, ma anche per gli ex anglicani. Non ho preclusioni, penso che si possa riflettere su questo possibile sbocco.

Però c’è l’ostacolo del Traditionis custodes, il motu proprio di Papa Francesco che regolamenta in senso restrittivo la liturgia antica, vanificando lo sforzo del Summorum Pontificum, che invece ha costituito una “primavera” di scoperta della tradizione…
L’impostazione del Traditionis custodes è stata ideologica, non ci si è resi conto che il motivo per cui la gente cerca la Messa in Vetus Ordo è anche perché ha assistito per troppi anni agli abusi della Messa nel Novus Ordo. È vero che si parlava di abusi nel rito rinnovato, ma non si è reagito. Invece due settimane fa si è intervenuti per fermare la pretesa, in Germania, di affidare l’omelia ad un fedele laico. È lo stesso Vaticano II che afferma che il sacerdote è l’unico ministro del culto e della Parola. Allo stesso modo si dovrebbe intervenire anche sugli altri abusi, ma lo devono e lo possono fare anche i singoli vescovi nelle loro realtà. Ne hanno il potere e la facoltà legittima.

Quali sono gli abusi nella forma ordinaria della Messa che ritiene più gravi?
Direi il non accettare che l’essenza della liturgia è l’adorazione di Dio. Alcuni la interpretano come intrattenimento, come show. E questo porta al protagonismo del prete che è sì ministro di Gesù, ma non prim’attore.

In un certo mondo tradizionalista che strizza l’occhio a Econe, si fa avanti questa giustificazione: ma come? Scomunicate i lefebvriani che sono fedeli alla tradizione, ma non i tedeschi che ormai sono protestanti?
È un’obiezione che umanamente posso capire. Le spinte omoeretiche nella Chiesa, ad esempio, che puntano a benedire le coppie gay, sono un errore grave nella Chiesa e come tale vanno contrastate. Ma l’obiezione non corrisponde alla realtà teologica. La Fraternità San Pio X non viene punita perché è “ortodossa”, ma perché ha proceduto all’ordinazione di vescovi uscendo dalla communio con Pietro, che è condizione necessaria. Non si può scusare un male con un altro male.



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