• IL CASO

Schönborn, il cardinale che smentì se stesso

Cosa è successo al cardinale arcivescovo di Vienna, oggi arcigno difensore delle novità dottrinali in materia di divorziati risposati ma una volta difensore implacabile dell'indissolubilità del matrimonio e dell'impossibiità di una nuova chance?

La confusione sotto il cielo cattolico è immensa: cardinali contro cardinali, vescovi contro vescovi, laici contro laici. I motivi sono molteplici, ma certamente ve n'è uno che più di altri è esemplificativo: l'interpretazione di Amoris laetitia. Tempo addietro, sull'aereo, a Bergoglio venne chiesto come andava interpretato il famoso capitolo VIII di quel documento, ed egli, invece di rimandare al prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede, invitò a rivolgersi al cardinale di Vienna Christoph Schönborn. Un po' come mandare da Erode a Pilato...

Più tardi, alcuni mesi dopo, il cardinale di Vienna, uomo di indubbia cultura ed intelligenza, se ne uscì in modo piuttosto violento, immediatamente rilanciato da Vatican Insider, contro i quattro cardinali estensori dei Dubia. Non rispose alle loro domande, magari citando il Vangelo a sostegno dlela sua posizione, ma si lanciò in un' invettiva: «Che dei cardinali, che dovrebbero essere i più vicini collaboratori del Papa, stiano cercando di fare un atto di forza nei suoi confronti e di far pressione su di lui affinché dia una risposta pubblica alla loro lettera resa pubblica è un comportamento assolutamente sconveniente». Parole che lasciarono perplessi, sia per il tono, veramente insuale tra cardinali, sia per il contenuto, semplicemente falso. I 4 cardinali, infatti, non hanno mai compiuto un "atto di forza", ma hanno soltanto espresso un'opinione e chiesto una risposta chiara e definitiva, secondo le regole stabilite dalla Chiesa stessa.

Ma davvero Christoph Schönborn non comprende la posizione dei suoi confratelli, con alcuni dei quali ha sempre avuto anche un ottimo rapporto personale? No, capisce benissimo, e questo desta ulteriore sconforto. Per sostenerlo mi appoggio semplicemente ai documenti. Infatti il cardinale di Vienna è stato nientemeno che il Segretario della Commissione per la Redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (dal 1987 al 1992). E cosa dice quel catechismo a riguardo del tema dibattuto in corso?
Al punto 1649 leggiamo: «I coniugi non cessano di essere marito e moglie davanti a Dio; non sono liberi di contrarre una nuova unione. In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione. La comunità cristiana è chiamata ad aiutare queste persone a vivere cristianamente la loro situazione, nella fedeltà al vincolo del loro matrimonio che resta indissolubile ...». E al punto 1650 si legge: «Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo («Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio»: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione...».

Se allora, dal 1987 al 1992, il cardinale Schönborn la pensava in questo modo, perchè oggi ha cambiato idea? Perché se lui è oggi in contrasto con se stesso, pretende che altri non possano avere dei dubbi, e porre delle legittime domande?
Il 1992, potrebbe dire qualcuno pur di trovare una scusante, è lontano. Ebbene, per avvicinarci ai giorni nostri, il cardinale di Vienna è stato anche il responsabile del catechismo per giovani Youcat, voluto e prefato da Bendetto XVI in occasione della Giornata Mondiale della gioventù di Madrid. Alla domanda «Come si pone la Chiesa di fronte ai divorziati risposati?», Youcat al punto 270 risponde: «Li accoglie con amore sulla base dell'esempio di Gesù... ma chi divorzia dopo un matrimonio religioso e comincia una nuova relazione mentre il coniuge è ancora vivo, si pone in contraddizione con la richiesta di Gesù dell'indissolubilità del matrimonio, che la Chiesa non può abolire. La revoca della promessa di fedeltà contraddice l'Eucaristia in cui la Chiesa celebra appunto il carattere irrevocabile dell'amore di Dio. Per questo non è ammesso alla comunione chi viva in una tale situazione di contraddizione con il sacramento...».

A questa formula concisa, ovviamente, si potrebbero aggiungere mille chiose: ad esempio che l'esclusione dalla comunione deriva da una valutazione oggettiva e non certo da un giudizio sul soggetto, perché non è compito della Chiesa leggere nei cuori e neppure emettere condanne personali (la Chiesa stabilisce che alcune persone sono certamente in cielo, i santi e i martiri, ma non ha mai potuto dire di nessuno che è sicuramente all'inferno, neppure di Hitler o Stalin); che essa si fonda non tanto su un divieto, ma su una visione positiva dell'uomo, considerato capace, con l'aiuto della grazia di Dio, di un amore per sempre, e anche di ritornare sui propri passi....

Un'ultima considerazione per concludere: da anni ormai la Chiesa discute e si lacera nel tentativo di buttare a mare la dottrina professata sino a ieri. Ma cosa si sta facendo, in concreto, per aiutare i giovani cattolici ad affrontare il matrimonio con maggior consapevolezza, evitando così tanti divorzi futuri? Cosa si sta facendo per aiutare le coppie in difficoltà a rimanere insieme? Cosa si sta facendo davvero, oltre alla sanatoria dottrinale, per essere davvero prossimi, ma senza alterare le parole di Cristo, ai cattolici divorziati “risposati”?
Nulla. E così il Sinodo sulla famiglia, che doveva essere pastorale, che doveva venire in aiuto concreto alle persone, è diventato in verità l'origine di un processo di rottamazione della dottrina, del catechismo, della legge evangelica sul matrimonio. Con cardinali che si arrabbiano se qualcuno gli chiede conto: «Perché dici oggi il contrario di ciò che hai detto sino a ieri?».