Santo Stefano Harding

Tra i fondatori dell'Ordine cistercense, divenne nel 1108 il terzo abate di Citeaux. Si dedicò alla riforma dei libri liturgici, lavorò a una scrupolosa revisione della Vulgata e scrisse la famosa Charta Caritatis, che il IV Concilio Lateranense (1215) indicherà come modello anche agli altri ordini religiosi.

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C’è un dipinto che permette di capire rapidamente come nacque l’Ordine cistercense, poiché raffigura santo Stefano Harding (c. 1060-1134) in compagnia di san Roberto di Molesme e sant’Alberico di Citeaux, con al centro la Madonna e il Bambino. Prima che la Provvidenza facesse incontrare i tre fondatori dei cistercensi, l’inglese Stefano, nato nella contea del Dorset, aveva avuto una gioventù movimentata. Dopo aver professato i voti monastici nell’abbazia benedettina di Sherborne, aveva abbandonato la vita religiosa nel periodo turbolento che seguì alla conquista normanna dell’Inghilterra. Si spostò prima in Scozia e poi a Parigi, dove approfondì gli studi. Pentito di aver lasciato la vita monastica, andò in pellegrinaggio a Roma per ottenere il perdono, accompagnato da un giovane chierico con il quale recitò lungo il cammino l’intero Salterio.

Sulla strada del ritorno da quel pellegrinaggio, Stefano e il suo amico si fermarono in Borgogna, all’abbazia di Molesme, fondata nel 1075 da san Roberto (c. 1029-1111). Quest’ultimo sperava di arrivare a un punto d’equilibrio tra il modello benedettino cluniacense e quello eremitico, all’insegna di una maggiore austerità e di un rilancio del lavoro manuale. Le idee riformatrici di Roberto suscitarono l’entusiasmo di Stefano e di altri 20 monaci, tutti desiderosi di una più stretta osservanza dell’originaria Regola di san Benedetto. Il 21 marzo 1098, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, Roberto e i suoi monaci fondarono l’Abbazia di Citeaux in una località acquitrinosa allora chiamata Cistercium: nacque così l’Ordine cistercense.

Gli inizi per i cistercensi non furono semplici. Roberto poté rimanere alla guida del nuovo monastero solo fino al luglio 1099, perché i monaci rimasti a Molesme si appellarono a Urbano II chiedendo il ritorno del fondatore della loro abbazia. Qui intanto le cose non stavano andando bene. Per obbedienza, san Roberto tornò a Molesme, mentre a Citeaux gli successe come abate sant’Alberico († 1108/09), il quale guidò i cistercensi negli anni più duri. Il neonato ordine rischiava di sciogliersi come neve al sole per la difficoltà ad attrarre nuove vocazioni. In questa fase Stefano Harding operò come priore e nel 1108 divenne il terzo abate di Citeaux. Nel suo quarto di secolo a capo dell’abbazia (si dimise un anno prima di morire, ormai malato), il santo inglese si dedicò alla riforma dei libri liturgici, per aderire più fedelmente allo spirito benedettino. Lavorò anche a una scrupolosa revisione della Vulgata.

Nel 1112 avvenne un fatto di capitale importanza per il futuro dell’ordine: Stefano accolse in monastero un giovane dalla grande fede e personalità, san Bernardo di Chiaravalle (c. 1090-1153), che indossò l’abito cistercense assieme a una trentina di amici e familiari. Grazie al provvidenziale arrivo di nuovi monaci, Stefano poté presto indirizzare i suoi religiosi a costituire le «abbazie primigenie», come sono chiamate le prime quattro abbazie direttamente discendenti dalla casa madre di Citeaux, e cioè: La Ferté (1113), Pontigny (1114), Morimond (1115) e Clairvaux (1115), quest’ultima fondata proprio da Bernardo. Per garantire l’unità dell’ordine, ormai in rapida espansione e contraddistinto da una fervida devozione mariana, Stefano scrisse la famosa Charta Caritatis. Questo documento regolava i rapporti tra la casa madre e tutte le altre abbazie-figlie, stabilendo che ogni anno l’abate di Citeaux visitasse i vari monasteri e convocasse un Capitolo Generale, così da preservare il carisma e vegliare sull’osservanza della disciplina. Un saggio modello di governo interno, che il IV Concilio Lateranense (1215) chiederà di adottare anche agli altri ordini religiosi.

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