• IMMIGRAZIONE

Salvare vite in mare. L'accoglienza non è l'unica risposta

Una “carretta” salpata da Zuwara, in Libia, ha fatto naufragio nel Canale di Sicilia, le vittime sono 43. Le chiamano "stragi dell'indifferenza" perché la responsabilità è attribuita al Paese di destinazione. L'Italia, in questo caso. Ma ci sono altre responsabilità nella tragedia: nei Paesi d'origine e negli stessi emigranti. E l'accoglienza non è l'unica risposta, se si vogliono salvare vite umane. 

Una nuova tragedia del mare scuote le coscienze. Una “carretta” salpata da Zuwara, in Libia, ha fatto naufragio nel Canale di Sicilia, le vittime sono 43, tutti emigranti provenienti da Egitto, Sudan, Eritrea e Bangladesh. La tragedia, avvenuta il 3 luglio, segue di appena tre giorni l’affondamento di un altro barcone, al largo di Lampedusa, proprio mentre stava per essere soccorso da due unità della Guardia di Finanza. In quel caso erano annegate sette donne, di cui una incinta. Dall’inizio dell’anno i morti nel Mediterraneo centrale sono 758.

Le tragedie del mare ci interrogano sulla responsabilità. I commentatori le definiscono, quasi unanimi, delle “stragi dell’indifferenza”. Spetterebbe al Paese di destinazione, in questo caso l’Italia, la responsabilità del soccorso. Se gli emigranti muoiono, leggiamo su quasi tutte le colonne più autorevoli, è perché non li accogliamo abbastanza. Ma la responsabilità spetta veramente al Paese di destinazione (presunta)? L’accoglienza è necessariamente l’unica risposta, se l’obiettivo è quello di salvare vite?

Posto così, il problema morale omette l’altra metà della realtà dell’emigrazione: i Paesi d’origine e le ragioni degli emigranti. Senza questi due “dettagli” non possiamo conoscere il fenomeno, dunque neppure esprimere giudizi morali pertinenti. I Paesi di origine non sono quasi mai in guerra. Anche in questo caso, non lo sono: Egitto, Sudan, Eritrea e Bangladesh. Chi emigra da questi Paesi, il più delle volte, lo fa per migliorare la propria esistenza, ma non per salvare la vita da un pericolo imminente, come potrebbe essere una persecuzione politica o una guerra.

Guardando alle statistiche del Viminale, la percentuale di coloro che in Italia hanno ottenuto l’asilo politico, nel 2020, si aggira attorno all’11% del totale degli immigrati irregolari sbarcati sulle nostre coste. E un ulteriore 11% ha ottenuto la protezione sussidiaria, che non è dovuta a una persecuzione o a una condizione di pericolo immediato (come una guerra), ma ad un potenziale pericolo di danno fisico in caso di ritorno. A un altro 2% è stata concessa la “protezione speciale”, prodotto del Decreto Salvini, un permesso di soggiorno temporaneo per casi speciali, quali: permesso per cure mediche, per calamità, per atti di particolare valore civile, per vittime di violenza domestica, per sfruttamento lavorativo. I dinieghi sono stati oltre 32mila, il 76% dei casi. In altri anni, le percentuali di coloro che hanno ottenuto asilo sono ancora inferiori. E nella maggior parte dei casi, non venivano dalla Libia o da Paesi confinanti con l’Italia, ma si trattava di persone che avevano attraversato altri “porti sicuri”, come la Tunisia, prima di giungere sulle coste italiane.

È evidente la responsabilità degli emigranti, che le cronache trattano come soggetti passivi trascinati da una impersonale corrente migratoria e mai come persone artefici delle proprie scelte. Nella stragrande maggioranza dei casi, non si tratta di disperati che fuggono da morte certa, ma di persone che, legittimamente, vogliono migliorare altrove la propria esistenza, ma lo fanno in modo illegale e soprattutto irrazionale, con un viaggio troppo pericoloso rispetto all’obiettivo che si pongono.

Considerando anche questi aspetti, Paesi d’origine e ragioni degli emigranti illegali, possiamo vedere come l’accoglienza non sia l’unica risposta possibile. Se l’intento è quello di salvare vite, la risposta più ovvia è impedire che i barconi partano. I Paesi di origine dei flussi migratori, potrebbero e dovrebbero dissuadere i loro cittadini dall’imbarcarsi in un’impresa così costosa e rischiosa. Se i motivi sono economici, è già meglio rischiare la disoccupazione in patria che morire annegati nel Mediterraneo o vittima di un trafficante della tratta.

Un’altra risposta è quella dei respingimenti. Se un barcone viene comunque lasciato partire, la guardia costiera del Paese di partenza può legittimamente intercettarlo e far rientrare nel porto di origine i suoi passeggeri. Vi sono molte obiezioni di natura umanitaria sui respingimenti, perché si teme che, una volta rientrati, gli emigranti subiscano violenze e soprusi in Libia o in altri Paesi di imbarco. Ma, cercando prima di tutto di evitare una certa confusione mediatica fra i centri di rimpatrio e i centri abusivi gestiti dagli scafisti (e destinati agli emigranti in attesa di partire, non a quelli appena respinti), il problema può essere risolto solo in loco, migliorando la qualità dei centri di rimpatrio per i quali le responsabilità spettano all’Unhcr e all’Oim, con fondi in gran parte dell’Unione Europea.

Se il problema è quello di dover dare rifugio ai richiedenti asilo e, al momento dello sbarco “tutti sono rifugiati sino a prova contraria”, allora una risposta alternativa può essere quella data dalla Danimarca: non attendere che sbarchino, ma organizzare centri al di fuori del territorio europeo dove fare tutti gli accertamenti del caso.

L’accoglienza, dunque, non è l’unica risposta possibile, se l’obiettivo è quello di salvare vite. E non è detto che sia la risposta migliore. È però certamente una risposta ideologica, politicamente corretta, secondo la quale i confini sono un errore della storia e i Paesi ricchi devono “risarcire” i poveri ospitandone i popoli, senza alcun limite. Ecco perché le responsabilità per i morti nella traversata vengono imputate al Paese di destinazione, che ha il "dovere" di accogliere, oltre che di soccorrere. Si è venuta a creare, sin nelle agenzie Onu, una voluta confusione fra emigrante e rifugiato, proprio per abbattere i confini. Idea legittima che ha anche i suoi aspetti positivi e suggestivi, ma non è il modo migliore per salvare vite.

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