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Russia: strage di cristiani, l'Isis sbarca nel Dagestan

Un giovane militante dell'Isis ha aperto il fuoco sui fedeli che uscivano dalla cattedrale di San Giorgio di Kizlyar, Dagestan, una repubblica autonoma della Federazione Russa a maggioranza musulmana, dove la minoranza cristiana si sta letteralmente estinguendo.

LA NATO CONTRO LA RUSSIA di Gianandrea Gaiani

Dagestan, parenti delle vittime dell'attentato

Un uomo ha aperto il fuoco sui fedeli che uscivano dalla cattedrale di San Giorgio di Kizlyar, Dagestan, una repubblica autonoma della Federazione Russa a maggioranza musulmana. Il terrorista ha ucciso 5 persone, tutte donne. Nella chiesa si era appena celebrata la Maslenitsa, una liturgia ortodossa che precede di una settimana la Quaresima. L’attentatore è stato poi ucciso dagli uomini della Guardia Nazionale, dopo uno scontro a fuoco in cui anche tre militari sono stati feriti. Prima di compiere la strage nella chiesa, il terrorista, identificato come Khalil Khalilov, 22 anni, del Dagestan, aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico. Si tratta del primo attentato del gruppo jihadista, a due anni dalla sua prima comparsa nella regione del Nord Caucaso russo.

Le autorità politiche e religiose hanno puntato il dito contro il “falso islam” dell’attentatore, subito dopo il drammatico attacco, che ricorda le stragi nelle chiese egiziane, siriane, irachene e nigeriane, sempre ad opera di gruppi jihadisti che si rifanno al sogno del Califfato promesso dallo Stato Islamico. I leader musulmani locali, tutti musulmani sufi hanno condannato all’unanimità la strage dei fedeli cristiani, affermando, con un comunicato, che l’attentatore “non ha nulla a che fare con l’islam”. Il muftì del Dagestan ha porto le sue condoglianze ai familiari e agli amici delle donne assassinate nell’attentato. Per Kirill, Patriarca di Mosca, si è trattato di un “crimine mostruoso che mira a provocare lo scontro tra cristiani ortodossi e musulmani nel Caucaso del Nord”.

Il Dagestan non è affatto nuovo alla violenza. Anzi, gli ultimi quattro anni, sono stati fra i più tranquilli della sua storia. Nel 1999 fu dal Dagestan che iniziò la guerriglia islamica contro i russi che poi portò allo scoppio della Seconda Guerra Cecena. Fra il 2011 e il 2013 la situazione interna alla repubblica autonoma si è relativamente calmata dopo un periodo di terribile violenza, parallela alla vicina guerra cecena, fatta di attentati, omicidi e intimidazioni. Finita prima nell’orbita di Al Qaeda, dal 2015 la parte più radicale dell’insorgenza islamica è stata influenzata dallo Stato Islamico. Ora si teme che il ritorno dei foreign fighters possa riattizzare il conflitto. E considerando che l’attentato alla chiesa di Kizlyar è stato commesso da un giovane radicalizzato che non ha mai combattuto nelle file dell’Isis, vuol dire che il peggio deve ancora arrivare.

Il Dagestan presenta diverse caratteristiche che lo rendono molto permeabile alla penetrazione dello Stato Islamico, ancora in cerca di nuove basi e nuovi terreni fertili in cui riorganizzarsi dopo la sconfitta in Siria e Iraq. Nella repubblica autonoma caucasica non solo la situazione etnica e religiosa è molto conflittuale, ma anche le autorità centrali sono estremamente corrotte. Mentre i metodi repressivi adottati possono risultare controproducenti.

Musulmani e cristiani, etnicamente divisi fra russi e cosacchi (cristiani) e varie popolazioni caucasiche (a maggioranza musulmana) coesistono con sempre maggiori difficoltà. La popolazione russa costituisce l’élite politica, lavorativa e culturale della repubblica autonoma, ma diminuisce progressivamente. Kizlyar dista quasi 200 km dalla capitale Makhachkala e ha una popolazione a maggioranza musulmana, con un 40% di russi. E’ già una maggioranza consistente, perché in altre aree i russi e i cosacchi si stanno letteralmente estinguendo. E’ un trend di lungo periodo, incominciato sin dagli ultimi decenni dell’Urss. I russi del Dagestan erano il 15% della popolazione secondo il censimento del 1979, per poi crollare al 9,2% nel 1989 e al 3,6% nel 2010. Questa tendenza è provocata sia da un minor tasso di natalità fra i russi rispetto ai musulmani, sia a una loro minor aspettativa di vita, dovuta alla grande diffusione dell'alcolismo (i musulmani, al contrario, non possono bere). In pratica, i musulmani nascono in maggior numero e vivono più a lungo. La nuova maggioranza usa il suo potere per influenzare i programmi scolastici, dove viene promosso un atteggiamento negativo contro russi e cosacchi. Questa ostilità crescente, spinge la minoranza cristiana ad emigrare, riducendosi ulteriormente. “La trasformazione del Dagestan in uno Stato etnocratico musulmano – si legge in un rapporto della locale comunità cosacca pubblicato lo scorso novembre – rappresenta un forte pericolo non solo per la Russia, ma anche per la popolazione musulmana locale”. Lo studio avverte il pericolo di possibili nuovi conflitti “inter-religiosi e inter-etnici”.

La corruzione è a livelli endemici, così come il malgoverno. Il presidente russo Putin, dopo aver accolto le dimissioni dell’ex presidente Ramazan Abdulatipov, lo ha sostituito con Vladimir Vasilijev. Il quale sta conducendo una purga a tutto campo dei ministri e dei funzionari del precedente governo. Anche l’ex primo ministro Abdusamad Gamidov è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta contro la corruzione, assieme ai suoi due vice primo ministro e all’ex ministro dell’Educazione. Al dicembre 2017 c’erano 83 processi per corruzione ancora in corso. In una regione che è stata trattata dai politici locali come un proprio “feudo”, come denuncia la Ong russa Caucasus Civil Forum, “La situazione sociale, economica e politica nel Dagestan è prossima alla catastrofe, la popolazione diventa più povera, mentre i boss si arricchiscono”.

In questo contesto di estrema corruzione, i metodi repressivi sono ancora di tipo sovietico. Per far fronte alla minaccia del terrorismo islamico, l’ex presidente Abdulatipov aveva fatto preparare una lista di 10mila potenziali estremisti wahhabiti (termine con cui le autorità russe solitamente indicano tutte le forme di radicalismo islamico sunnita). Secondo attivisti dei diritti umani, sulla lista potrebbero esserci anche 20mila nomi: pari al totale dei potenziali estremisti in tutta la Francia. Basta portare il velo, per le donne, o la barba lunga, per gli uomini, per finirci dentro. E chi è nella lista subisce perquisizioni a sorpresa, continui interrogatori e gravissime difficoltà sul lavoro. Questi metodi, evidentemente, risultano essere un incentivo ulteriore al reclutamento nella causa jihadista.