Quanto piace (e fattura) il San Francesco senza Cristo
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In 3000 ad ascoltare Cazzullo e Barbero su un San Francesco svuotato di Cristo. Un modo per vendere libri nel segno del poverello d'Assisi. Con uno sfondone sul Purgatorio, che tradisce l'anticlericalismo dello storico.
Quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte di San Francesco e l’occasione è troppo ghiotta per Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero per portare in tour i loro due libri, usciti nel 2025, e fare così cassetta con il “Poverello d’Assisi”. Francesco, il primo italiano (Harper Collins) e Francesco (Laterza), infatti, sono i due volumi che hanno fatto da sfondo alla presentazione di Castenedolo in provincia di Brescia in un palazzetto dello sport strapieno.
Madrina d’eccezione Maria Elena Boschi, deputato Pd e, a quanto dice lei, devota di San Francesco. Presentati come due rockstar, in un palasport gremito (gli organizzatori hanno parlato di 3000 persone) il giornalista e lo storico, più che di San Francesco hanno parlato del “loro Francesco”, che è un’operazione di facile presa se si vuole strizzare l’occhio alla solita cartolina del santo che parlava con gli animali, era povero, viveva per tutti con amore. Definito con banalità come un «rivoluzionario» e un «personaggio straordinario, di quelli che ne nascono ogni mille anni: Budda, Cristo e poi lui» (Cazzullo).
Più complesso sarebbe stato calarsi nella vita di un gigante della fede, che ha assunto su di sé tutte le specifiche del suo essere un alter Christus, anche nel dolore della carne, attraverso le stigmate, guarda caso mai affrontate dai due, se non en passant da Cazzullo. Ed è questa, in fondo, la grande mancanza dell’operazione Francesco condotta dai due.
Il Francesco presentato è un Francesco svuotato di Cristo, perché l’obiettivo della serata non era evangelizzare, ma semplicemente vendere un po’ di libri col bollino del francescanamente corretto.
Così può succedere che si spazi qua e là sulla sua vicenda umana applicando una lettura storica sbagliata e scorretta perché viziata dalle lenti di oggi, operazione in cui Cazzullo cade ingenuamente a piè pari, ad esempio quando entra in scena sua ovvietà il pacifismo, e nella quale invece il più sgamato Barbero, storico medievalista qual è, scivola di tanto in tanto.
Un Francesco ridotto alla propria misura. Tralasciamo il Francesco protofemminista e anti-patriarcale nel quale la Boschi e Cazzullo incespicano nel leggere il suo rapporto con Santa Chiara – lettura che come dicono a Roma, nun se po’ sentì - concentriamoci sulle letture da cartolina in favor di applauso.
Come questa di Cazzullo: «C’è qualcosa di Francesco in noi, se il Cristianesimo in Italia è meno dogmatico che in altri paesi (ma dove? Come? Cosa? Ndr.), noi non siamo Francesco, ma possiamo diventarlo quando abbracciamo il povero e riconosciamo in lui un nostro fratello, siamo Francesco quando rispettiamo gli animali, quando amiamo gli altri esseri umani, quando capiamo che nessuno si salva da solo e ognuno si salva con il resto dell’umanità e con il resto della creazione. Per questo aver dato all’umanità un santo come Francesco è uno dei motivi per cui è bello e una fortuna essere cristiani ed essere italiani».
Livello di glicemia altissimo, diabete allo stadio 3, dove le parole sono solo un condimento petaloso di buoni sentimenti per darci un Francesco che non fa male a nessuno, proprio perché svuotato di ciò che fu la sua missione principale: evangelizzare e annunciare Cristo, vivendolo in tutta la sua dimensione, senza tralasciare quella eucaristica.
E così anche nell’episodio del sultano, tra l’altro messo in discussione storicamente proprio circa l’ordalia finale, si tace completamente il fatto che la “sfida” di San Francesco fosse per dimostrargli che era lì per annunciargli e testimoniargli «Cristo Crocifisso e risorto», come attestano le fonti.
Fonti, che sia Cazzullo che Barbero prendono in considerazione un po’ a sentimento, mettendone in discussione il valore storico solo quando il contenuto non è conforme al messaggio che si vuole dare. San Bonaventura, ad esempio è il giudizio di Barbero, mitizza la sua storia aggiungendo o togliendo elementi che non erano funzionali alla narrazione come, ad esempio, nel racconto della sua conversione dove Francesco parlava dei lebbrosi. Lì, secondo lo storico piemontese, diventa un lebbroso, il quale poi si trasfigura nel Cristo. Il messaggio che vuole dare è che le stesse fonti non siano così oggettive nel presentarci il santo, quindi bisogna un po’ smitizzarle e leggerle nell'ottica dell'interesse dei Francescani.
E così anche il Francesco nell’arte: «Nel ‘600 veniva rappresentato sempre cupo, pensieroso sulla morte», ha detto, quasi che fosse un elemento macabro della sua vita e non – come in realtà fu - l’espressione più completa del suo itinerarium in Deum fino al punto da chiamarla “sorella” e abbracciarla perché è attraverso di essa che si giunge all’incontro con quel Cristo che fu la sua unica ragione di vita. Come la povertà, che fu un mezzo, non il fine.
Può darsi che la lente dello storico debba essere particolarmente acuminata nel leggere la successione delle fonti, problematizzando la loro armonizzazione, certo, del resto Ofelè fa el to mesté (Pasticcere fa il tuo mestiere).
Ma il fatto che nella stressa serata Barbero abbia definito quella del Purgatorio «un’invenzione della Chiesa medioevale» (la vecchia teoria di Le Goff che ritorna ndr.), per acconciare le anime che non ce la facevano a raggiungere subito il Paradiso e giustificare così il futuro affaire delle indulgenze, non depone a favore della scientificità del metodo di Barbero. Il quale, sarà pure uno storyteller da 3000 spettatori a serata, ma evidentemente non conosce quello che la dottrina dice del Purgatorio. E quello che dice la Scrittura, sia l’Antico che il Nuovo Testamento e tutta la tradizione patristica (per aiutarlo, nel nostro piccolo, suggeriamo QUI e QUI).
Insomma: in ecclesiologia Barbero sarebbe rimandato al primo esame in seminario, ma forse non è tanto il sapere, il problema, semmai il suo esplicito anticlericalismo, che salta fuori quando parla di cristianesimo e lo fa essere poco obiettivo in una materia nella quale bisognerebbe essere più rigorosi. Per evitare sfondoni come questo.
Di un Francesco così non sappiamo che farcene, perché senza il suo faro Cristo, è solo un santino. Una cosa però, diciamolo, va invidiata. Nessun cattolico, vescovo o semplice fedele che sia, riuscirebbe a portare 3000 persone in provincia per parlare a loro del vero San Francesco (in contemporanea alla partita della Juve, tra l’altro). E questo, lo ammettiamo, è forse il problema principale che vive la Chiesa oggi. Anzi, semmai, visto l'anno francescano che sta per iniziare, il rischio è che il duo ce lo ritroveremo in qualche parrocchia.


