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LA MEMORIA

Quando san Tommaso scrisse di san Domenico, balivo nel cielo

San Tommaso d’Aquino scrisse poche righe in memoria di San Domenico, accostato a San Francesco, come "balivo" (alto funzionario) medio fra l'uomo e gli angeli, santi che misero a frutto i loro talenti e scelsero castità e povertà, non per odio del creato o per pauperismo, ma per non possedere nulla che non serva alla causa del Vangelo

Cultura 28_01_2021
Bernardo Strozzi: Visione di San Domenico

«Dio suscitò dei gloriosi ministri, cioè i beati Domenico e Francesco, i quali furono ministri della salvezza degli uomini e il loro spirituale impegno fu rivolto a questo scopo». Così si esprime san Tommaso d’Aquino nel suo sermone 15°, Homo quidam erat dives (tradotto in italiano Tommaso d’Aquino, I Sermoni, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, p. 233). Molto verosimilmente lo pronunciò a Parigi il 10 agosto 1270 o il 2 agosto 1271. Sono solo due righe. E sono le uniche due righe – nella monumentale opera letteraria di san Tommaso d’Aquino – in cui egli fa esplicito riferimento a san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, Ordine di cui lo stesso Tommaso era figlio. Tommaso le pronuncia in occasione della Nona Domenica successiva alla Festa della Santissima Trinità, che cadeva a ridosso del 5 agosto, giorno nel quale nel XIII secolo era fissata la festa di San Domenico. Ed erano trascorsi solo cinque decenni dalla morte di san Domenico. Oggi, 28 gennaio, stiamo festeggiando san Tommaso d’Aquino e stiamo anche festeggiando l’Ottocentenario della morte di san Domenico, meglio dire gli 800 anni della fine del suo pellegrinaggio terreno e dell’ingresso nella vita di gloria.

A distanza di tanti secoli quelle due righe suonano come essenziali e decisive. Tommaso sta commentando la parabola dell’uomo ricco e dell’amministratore “disonesto” riferita dal Vangelo secondo Luca 16,1-9. E come amministratori fidati e onesti di Dio, anzi come «balivi medi fra gli uomini e gli angeli, i quali sono sopra gli uomini e preposti agli uomini» colloca Domenico e Francesco. Questi due santi – che si incontrarono più volte nel corso della loro esistenza – sono associati da san Tommaso, così come sono associati da Dante nella Comedia, e come lo sono in molte altre opere d’arte figurativa. Sono soci nella nostra grata memoria, e nella vita di gloria perché sono stati soci nella loro opera, l’evangelizzazione, la salvezza delle anime. Sono amministratori consapevoli di dover rendere conto delle loro capacità, dei loro talenti e delle loro imprese. Sono «balivi», cioè funzionari di grado superiore, perché hanno ricevuto molto da Dio e dai loro contemporanei, e perché hanno dato molto frutto alla Chiesa e a coloro che hanno incontrato e che continuano a incontrare attraverso i loro figli che oggi ne continuano la missione.

Sono poche, ma decisive righe che ci ricordano i campi in cui si impegnarono. Vivere radicalmente il Vangelo di Gesù Cristo nella povertà volontaria – non nella povertà subita come una miseria –, nella castità scelta e amata per servire Cristo e la sua Chiesa – e non imposta come un gravame cui sfuggire quando si pensa di non esser visti –, nell’obbedienza che apre la nostra intelligenza e il nostro amore a dei disegni più grandi di quelli che possiamo immaginare. Al pauperismo, diffusissimo nell’Europa occidentale nel XII e nel XIII Secolo che induceva molti a disprezzare i doni della creazione (nota che oggi sembra di ritorno in alcuni slogan), Domenico risponde con la povertà volontaria, funzionale a liberarci da tutto ciò che impedisce l’evangelizzazione e la salvezza delle anime. Non è una povertà per amore della povertà – o peggio per disprezzo del creato o per amore della miseria –, ma è la scelta di non possedere nulla che non serva alla causa del Vangelo.

Altrettanto diffuso era l’errore dei Catari: due principi della realtà, il dio del bene e il dio del male; il bene è solo spirito, il male è tutto ciò che materia; Gesù è sì un maestro di vita esemplare, ma non è Dio e non è lui a salvarci (nota che anche questi errori sono di ritorno, o forse non ci hanno mai abbandonati). Di fronte a questa eresia Domenico organizza comunità di confratelli che vivono come gli apostoli, come un cuor solo e un’anima sola, pregano insieme e insieme lavorano nella predicazione della misericordia di Cristo, predicazione che comporta sempre la meditazione quotidiana della Parola di Dio e lo studio assiduo della teologia. Oggi diremmo che Domenico si dà alla pastorale e non abbandona la dottrina. Piuttosto coniuga vita personale, dottrina e impegno pastorale. Tra questi aspetti non c’è alcuna contrapposizione. L’uno non esclude l’altro. Ma anzi uno nutre e feconda l’altro.

Questo è uno dei grandi tesori di Domenico e del suo Ordine dei Predicatori.