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Il fenomeno

Più cucce meno culle, segno del precipizio demografico

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L’ultimo rapporto sugli animali domestici rileva che il numero di animali presenti nelle case italiane è in aumento e supera il numero delle persone. Un aumento che non è causa della denatalità, ma ne è un effetto, con cani e gatti considerati come succedanei affettivi.

Vita e bioetica 10_04_2026
Foto LaPresse, 19/03/2017

Qualche giorno fa commentavamo da queste colonne il precipizio demografico in cui da anni l’Italia è caduta. I dati scientifici sono confermati anche da una constatazione diffusa: in giro si vedono sempre meno bambini e sempre meno pancioni di donne incinte. A questa percezione se ne accompagna un’altra di segno opposto: in giro si vedono sempre più cani. Tale percezione che riscontro ha sul piano scientifico?

L’ultimo rapporto sugli animali domestici – stilato nel 2025 dall’Associazione Nazionale tra le Imprese per l'Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia (ASSALCO) e commissionata da Zoomark International, il salone internazionale dei prodotti e delle attrezzature per gli animali da compagnia – conferma l’opinione diffusa: il numero di cani, gatti e altri animali domestici presenti nelle nostre case è in aumento.

Nel 2024 gli animali da compagnia, compresi uccellini, pesci, rettili, etc., ammontavano a 65 milioni. Nello stesso anno la popolazione italiana ammontava a 59 milioni. Insomma ci sono più animali domestici che italiani nella nostra Penisola. In particolare i cani sono 9 milioni e invece i gatti 11,9 milioni. I pesci sono sul podio: più di 28 milioni. Secondo un rapporto Changes-Unipol, dal titolo Gli Italiani e gli animali domestici, il 57% degli italiani nel 2024 aveva un pet a casa propria.

Avvalendoci di alcuni dati Istat, facciamo ora il confronto tra la popolazione dei bambini-ragazzi tra gli zero e i 14 anni e la popolazione dei cani e dei gatti dal 2014 al 2024. In merito ai bambini-ragazzi questi ultimi erano 8,4 milioni nel 2014. Dopo dieci anni sono scesi a 7,2 milioni. Di contro la popolazione degli amici a quattro zampe cresce nel tempo: nel 2014 i cani erano 7 milioni e sono diventati 9 milioni nel 2024; i gatti erano 7,5 milioni nel 2014 e dopo dieci anni sono arrivati ad essere 11,9. Dunque nel 2014 c’erano più bambini che cani o gatti e nel 2024 il rapporto si è ribaltato. Questo è anche confermato da un altro dato: i punti vendita di Arcaplanet in Italia oggi sono più del triplo di quelli di Prénatal. In breve: più cucce e meno culle.

Questo trend “più cani, meno bebè” ci potrebbe portare a concludere che Argo e Pallina abbiano scalzato dal cuore degli italiani Luca e Carolina. Ma non è così, come vedremo. In realtà Argo e Pallina sono “solo” diventati i loro surrogati. Una possibile conferma arriva dalla rilevazione di Changes-Unipol prima citata: il 79% degli intervistati considera l’animale domestico come un familiare a tutti gli effetti. Il 18% risponde: «non proprio come un familiare a tutti gli effetti». Invece alla domanda «E Lei personalmente, pensa che un animale domestico possa sostituire un figlio?», solo il 28% risponde in modo affermativo, invece il 63% nega che un animale domestico possa sostituire un figlio (le generazioni più giovani sono più propense a porre un’equivalenza tra animale domestico e figlio).

Come interpretare questi dati? Ben pochi si spingono a sostenere che un cane o un gatto valgano come un figlio, ma la maggior parte ammette che è un ottimo sostituto, sebbene, appunto, riconoscano che un cane non può essere paragonato ad una persona. Ecco perché la maggior parte degli intervistati qualifica l’animale come un familiare. Ciò detto, però, sarebbe errato indicare come un possibile fattore della denatalità il fatto che gli italiani preferiscano il cane al figlio. Il cane e il gatto però, in un certo qual modo, sono chiamati a colmare, per quello che è possibile, il buco affettivo della mancanza del figlio. Sono succedanei affettivi. Dunque, l’incremento della popolazione degli animali domestici non è una causa della denatalità, bensì è un effetto della denatalità. Le cause sono altre. Perciò è questo, probabilmente, il motivo per cui alla curva discendente della natalità si accompagna in parallelo la curva ascendente del numero di pet nelle nostre case. Meno figli ci sono, più aumentano i vuoti affettivi da colmare con un cane o un gatto. E questo vale anche per le famiglie che hanno già un figlio.

Cresce la popolazione di amici pelosi e cresce anche l’affetto per loro. Ciò è testimoniato dalla messa in commercio di prodotti bizzarri per i cani: cappottini firmati (anche per il pelosissimo Terranova), impermeabili, calzine e scarpine, cucce riscaldate, passeggini per cani non disabili, giochini, eccetera, a cui va aggiunta una varietà di prodotti per l’alimentazione che mima quella umana. Tutto questo è segno inequivocabile dell’umanizzazione del cane che infatti viene qualificato come “uno di famiglia”. Viene poi da chiedersi in senso darwiniano come avrà mai fatto un pechinese ad arrivare sino a noi dopo millenni di vita all’addiaccio senza scarpine e mantelline. Misteri dell’evoluzionismo.

La moltiplicazione di prodotti per Pongo e Micia va di pari passo all’aumento della spesa per il loro benessere: dieci anni fa quasi la metà dei proprietari spendeva circa 30 euro al mese. Oggi la maggior parte spende fino a 100 euro al mese. Quindi anche questi dati suffragano l’ipotesi che, mancando bambini, l’affetto a loro destinato venga dirottato sul quadrupede. È un affetto anche meno costoso: secondo Federconsumatori un cucciolo nel primo anno costa dai 1.800 ai 2.600 euro. Un cucciolo di uomo dai 7 ai 17 mila. La sproporzione aumenta in modo considerevole con il passare degli anni. Ciò detto, stante la popolazione totale animale domestica di 65 milioni di individui, il fatturato del pet-food nel 2024 arrivava a 3 miliardi e 125 milioni di euro, invece quello per i neonati, popolazione assai inferiore agli animali domestici, arrivava nello stesso anno a un miliardo e 311 milioni. Insomma, fatti i debiti distinguo, spendiamo per far mangiare i nostri animali da compagnia quasi il triplo rispetto a quello che spendiamo per imboccare i nostri figli, proprio perché questi scarseggiano.

Tutti questi dati ci portano a concludere che Maya e Romeo sono surrogati di quel figlio che non si vuole perché più esigente delle bestiole scodinzolanti e anche perché crescendo non sarà così affettuoso come i quadrupedi domestici, i quali – è bene ricordarlo anche se molto doloroso – sono sì affettuosi, ma non per loro scelta, ma perché madre natura li determina ad essere tali.



I dati Istat

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