Denatalità, un problema con radici culturali
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Nel suo rapporto sugli indicatori demografici del 2025, l’Istat certifica il nuovo saldo negativo tra nati e morti (- 297 mila persone), il calo dei matrimoni, soprattutto religiosi, e del tasso di fecondità. Tra le ragioni, l'individualismo, la sterilità culturale e l’assolutizzazione del presente...
Lo scorso 24 marzo il presidente dell’Accademia della Crusca, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara, ha avvertito tutti noi che l’italiano si sta estinguendo: «Probabilmente, per citare una famosa poesia di Thomas Stearns Eliot del 1925, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), la fine dell’italiano avverrà “non con uno schianto ma con un lamento”, […] ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà».
Ma l’italiano si sta estinguendo non solo come lingua, ma anche come civis italicus. È questo il pronostico, che si consolida di anno in anno, che si può dedurre dall’ultimo rapporto dell’Istat sugli indicatori demografici del 2025. Qualche dato: «Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi». Dunque la differenza tra i decessi e i nati è pari a 297 mila persone. Eppure la popolazione italiana negli ultimi anni è sì diminuita (un milione di abitanti in 10 anni), ma non in modo così pronunciato come ci si aspetterebbe da questo saldo negativo, presente anche nell’ultima decade, tra nati e morti. Per quale motivo? «Popolazione stabile grazie alle migrazioni». In breve: sempre meno italiani vengono alla luce; i nati non riescono a sostituire gli italiani che muoiono; la compensazione deriva dagli immigrati. Una compensazione quasi millimetrica. Leggete qui: «Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità [quasi il 10% della popolazione, ndr], in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui». Risultato: l’Italia sta scomparendo – intesa ovviamente come portato culturale, tradizioni, sensibilità, orientamenti valoriali (se ancora esistono) – e al suo posto troveremo un agglomerato culturale in cui una quota significativa, ma non maggioritaria, è rappresentata dalla tradizione islamica (albanesi, marocchini e rumeni sono sul podio). Si chiama sostituzione etnica e dunque culturale e religiosa. Anche la religione cattolica ovviamente sta morendo senza far troppo rumore, parafrasando Eliot, sia perché diminuendo gli italiani diminuiscono anche i cattolici sia perché gli italiani rimasti credono sempre meno.
Torniamo al rapporto dell’Istat che ci informa che in Italia si nasce sempre meno: il tasso di fecondità «scende a 1,14 figli per donna [era 1,18 nel 2024, ndr]. […] Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024». Se gli stranieri sono il 10% della popolazione, tra i nati la percentuale sale: «un nato su otto ha cittadinanza straniera», dato comunque in calo del 5% rispetto al 2024.
I matrimoni «sono 165mila, 8mila in meno sul 2024», diminuzione addebitabile sia alla contrazione demografica sia a motivi culturali. «Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%)», quelli con rito civile, che sono circa il 60% del totale, sono sostanzialmente stabili. Insomma ci si sposa di meno soprattutto in chiesa. Potremmo dire che, nel calo del numero delle nozze, il matrimonio inteso come istituto regge di più del matrimonio inteso come sacramento. Altro dato inquietante: «Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%)». Questo è dovuto soprattutto all’aumento della popolazione anziana. Altresì, si rileva «una costante diminuzione della dimensione media familiare che passa dai 2,6 componenti di 20 anni fa agli attuali 2,2 (media 2024-2025)».
Per spiegare questo naufragio della natalità, dell’italianità e dei matrimoni e per spiegare la conquista del nostro Paese senza sparare un colpo da parte degli immigrati, in genere si fa riferimento – e con ottime ragioni – all’individualismo, all’edonismo, alla paura del futuro, alle sfavorevoli congiunture economiche (e quando mai non ci sono state?) e, in certe stanze della casa cattolica, alla mancanza di fede. Tra tutte queste e molte altre cause importanti che i sociologi indicano, ne vogliamo aggiungere una, di certo non la principale ma altrettanto certamente suggestiva, prendendo a prestito una felice espressione di Marcello Veneziani e declinandola nell’ambito che qui stiamo indagando. Veneziani parla di egocentrismo del presente. L’hic et nunc diventa l’unico tempo esistente.
Viviamo cioè nell’assolutizzazione del presente. Si tratta di una conseguenza dell’individualismo narcisista. Non importa il passato – le tradizioni, la storia patria e familiare – non importa il futuro. Il baricentro esistenziale è nell’oggi perché la fame smodata di gratificazioni si disinteressa del passato, essendo cimelio museale inutile, e non può aspettare il domani, perché segnato inevitabilmente da fatica e insuccessi. È il “voglio tutto e subito” dei bambini: un infantilismo che rimane intatto anche dopo 40 o 50 anni dalla nascita. Concentrata così l’esistenza nel momento presente – dimensione biologica propria degli animali – ridotta ad un punto temporale che non si proietta né indietro né, per il tema che stiamo affrontando, avanti, la progettualità non può trovare spazio. Il figlio, infatti, prima di tutto vive nel futuro. E così il matrimonio. Non si vuole un figlio non solo perché quest’ultimo ha perso sempre più importanza e di contro ha acquistato sempre più alcuni tratti di lesività: il bambino è quel piccolo essere che toglie soldi, energie, opportunità, tempo, relazioni, libertà. Ma non si vuole il figlio anche perché non c’entra con noi stessi, quel “noi stessi” che vive chiuso in un presente che, senza futuro, non può che ripetersi uguale a se stesso all’infinito, incastrato in un oggi che è privo di proiezioni temporali (quante vite che girano a vuoto perdendosi in un labirinto esistenziale costruito minuziosamente negli anni dalle persone stesse).
Il disinteresse del futuro è poi disinteresse del destino della propria patria. L’immigrazione diventa un problema solo se è un problema per il singolo. Che poi un giorno l’Italia diventerà solo un nome presente nei libri di storia non ha rilievo. Questo perché Dante, Rossini, Michelangelo, Colombo, Marconi, san Francesco sono avi di cui abbiamo rifiutato l’eredità. Non innervano più la nostra cultura, la nostra sensibilità. Non ci appartengono. Nessuno più li capisce, nessuno più si sente toccato nell’intimo dalle loro opere, dal loro insegnamento, dalla loro vita, proprio perché alieni in terra straniera. Sono nomi ormai rimpiccioliti a stereotipi di facile consumo, brand di carattere turistico, che al massimo possono indicare esami di letteratura e storia da superare o già superati (e che spesso non si sono superati). L’egocentrismo del presente ha cancellato lo spirito italico e così ci siamo imbastarditi e imbarbariti tutti. E quindi chi se ne importa se l’Italia morirà per mancanza di italiani? A nessuno importa lasciare il testimone nelle mani delle generazioni future perché quel testimone non ha alcun valore. È l’esito naturale di una morte che è già avvenuta, quella della cultura italiana, ridotta oggi solo al cibo, alla moda, allo sport e alla Ferrari. La sterilità culturale non può che portare alla sterilità degli uteri.

