Braccianti bruciati vivi da caporali pakistani. L'altra faccia dell'accoglienza
Ad Amendolara, Calabria, quattro immigrati pakistani sono stati bruciati vivi dai loro caporali connazionali. Si è salvato solo un loro collega afgano. Un episodio violento di un intero sistema di sfruttamento: l'altra faccia dell'immigrazione indiscriminata.
«Sono mafiosi. Mafia pachistana». La voce di Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, trema ancora di rabbia e di terrore. È l’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara, nel cosentino. Ha visto morire bruciati vivi quattro suoi compagni di lavoro, intrappolati dentro un minivan trasformato in un forno. «Loro hanno ucciso quattro miei amici. Li hanno bruciati vivi perché ci eravamo ribellati. Non ci pagavano da oltre un mese».
Erano cinque braccianti stranieri, quattro pakistani e un afghano, tra i 19 e i 29 anni, stretti in quel furgone fermo in una piazzola sulla statale 106 Jonica, dopo una giornata di lavoro. Pochi minuti di ferocia hanno trasformato tutto in un inferno: due uomini che bloccano le portiere, versano liquido infiammabile e appiccano il fuoco. Un’esecuzione spietata, filmata dalle telecamere del distributore di benzina. A poche ore dalla strage, la Squadra Mobile di Cosenza ha fermato due uomini, anch’essi pakistani, accusati di essere i carnefici. Secondo la ricostruzione del sopravvissuto, tutto è nato da una ribellione per soldi.
Alamyar è riuscito a salvarsi solo perché è riuscito a forzare una portiera e fuggire prima che le fiamme lo divorassero. La sua testimonianza è agghiacciante: minacce continue con coltelli e pistole, sfruttamento sistematico, paghe negate. Un sistema di schiavitù moderna. Pare che i caporali gestissero l’ingaggio dei braccianti per conto dell’azienda agricola dove lavoravano, trattenendo l’intero salario come rimborso per il vitto e l’alloggio e pretendendo altri cinque euro quotidiani per il trasporto. La strage è scaturita dalla ribellione dei lavoratori allo sfruttamento: dopo un primo alterco mattutino, i caporali si sono fermati di proposito all’area di servizio per infliggere la loro punizione esemplare. Gli inquirenti della Procura di Castrovillari stanno ora verificando con attenzione questa ricostruzione, senza tralasciare nessuna pista.
Ma quanto accaduto ad Amendolara ha già squarciato il velo su un sistema di sfruttamento radicato e inquietante. «In modo provocatorio potrei dirle: aboliamo i decreti flussi. Senza un efficace e controllato incrocio tra domanda e offerta, tra chi presenta la domanda e chi poi viene convocato, tutto diventa un imbroglio. Noi abbiamo fatto tante denunce, chiediamo alle Procure di scoperchiare il vaso di Pandora». È quanto riferisce al Quotidiano Nazionale Hardeep Kaur, 39 anni, segretario generale della Flai Cgil di Frosinone e Latina. Italiana di seconda generazione, da genitori indiani, è una sindacalista che da anni si spende in prima linea contro lo sfruttamento nei campi.
In Italia, i lavoratori immigrati coprono ormai oltre il 18% del fabbisogno occupazionale, concentrandosi soprattutto in mansioni stagionali e poco qualificate, come la raccolta ortofrutticola: ritmi massacranti, lavorando fino a quattordici ore al giorno per paghe che oscillano tra i due e i quattro euro l’ora. Secondo l’ultimo rapporto Agromafie di Eurispes, questo sistema parallelo genera un giro d’affari di 25,2 miliardi di euro all’anno e tiene in condizioni di vulnerabilità cronica circa 450 mila lavoratori.
Molti di loro sono vittime di vere e proprie tratte internazionali: contraggono debiti pesanti già nel Paese d’origine con trafficanti connazionali per arrivare in Italia, per poi ritrovarsi incatenati al meccanismo di sfruttamento. Quel debito diventa uno strumento di ricatto costante. Chi tenta di ribellarsi o di interrompere i pagamenti rischia ritorsioni violente, talvolta letali, non solo contro di sé ma anche contro i familiari rimasti in patria. È anche per questo che le denunce sono rarissime.
Il caporale agisce da trait d’union: parla la lingua dei lavoratori, conosce le loro necessità e si propone direttamente alle imprese. Offre il pacchetto completo: trasporto, alloggio, pasti. Servizi che vengono puntualmente decurtati dalla paga dei braccianti, come emerso anche dalla testimonianza di Mohammad Taj Alamyar, il sopravvissuto di Amendolara. In questo meccanismo tutti sembrano trovare un interesse: l’azienda ottiene braccia a costi bassissimi, il caporale guadagna sulla mediazione, il lavoratore – spesso disperato – riesce comunque a mandare qualcosa a casa.
Un fenomeno che attraversa diverse regioni italiane. Eppure il caso di Amendolara ha qualcosa di particolarmente agghiacciante perché mai qualcosa del genere era accaduto in Italia.
Colpisce però la freddezza con cui la parte sinistra della politica insieme al pressoché generale disinteresse dei media hanno reagito a questo omicidio. Un riserbo ben diverso dalle tempestose e sacrosante condanne che si levarono nel 2024, quando a perdere la vita fu Satnam Singh, il bracciante indiano abbandonato agonizzante sul ciglio di una strada dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne di Latina. In quel caso il principale indagato era italiano e l’eco mediatica fu immediata e amplissima, alimentata da un’indignazione diffusa. Stavolta, di fronte a due presunti assassini pakistani che hanno bruciato vivi quattro loro connazionali, le prese di posizione sono state contenute, quasi di routine, distaccate.
Altra cosa che è sparita dal dibattito pubblico è l’immigrazione. Come se il massacro di Amendolara non fosse, invece, l’esempio più crudo e tragico del meccanismo mortifero innescato da un’immigrazione di massa incontrollata.
E non si tratta di un episodio isolato. Proprio in queste ore, per esempio, nel Mantovano, è emerso un altro caso di sfruttamento estremo orchestrato da un imprenditore cinese: di giorno la ditta operava regolarmente, con dipendenti assunti e retribuiti, di notte sfruttava decine di stranieri pagati una miseria, costretti a turni massacranti in condizioni disumane.
È questa l’altra faccia dell’accoglienza: un sistema che, dietro la retorica umanitaria, alimenta proprio lo sfruttamento che pretende di combattere. Se sul mercato non ci fosse un esercito di disperati disposti a lavorare in condizioni disumane, nessun datore di lavoro oserebbe offrire quattro euro all’ora. Il cinismo di certi imprenditori agricoli esiste, certo, ma trova terreno fertile proprio grazie a un modello migratorio che scarica continuamente sul territorio manodopera vulnerabile e a basso costo. Il cristianesimo ha introdotto nella cultura antica un principio rivoluzionario: la dignità inviolabile di ogni persona. Un seme che, per duemila anni, ha spinto l’umanità a progredire proprio superando la schiavitù. Oggi, paradossalmente, di fronte alle nuove forme di servitù moderna che si moltiplicano nelle nostre campagne, quel principio è dimenticato o sacrificato sull’altare di un’accoglienza indiscriminata e mal governata. Ma il prezzo che l’Italia e l’Europa stanno pagando con l’attuale modello migratorio appare sempre più insostenibile.
Di fronte a questo scenario, sta prendendo forza una risposta dal basso. È il caso del Save Europe Act, un’iniziativa popolare che ha superato in poche ore le centomila firme online e punta a raggiungere il milione per obbligare le istituzioni europee a prenderla in considerazione. Promossa dall’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, la proposta è chiara e diretta: dichiarare una moratoria formale su tutti i nuovi canali di immigrazione extra-europea e sospendere l’esame delle domande di asilo per migranti economici e provenienti da Paesi sicuri.
Una misura necessaria, secondo i promotori, per ridurre i costi sociali, favorire l’integrazione effettiva e restituire equilibrio demografico e culturale all’Europa.

