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Per Putin, il comunismo è figlio del cristianesimo

Il comunismo è figlio legittimo del cristianesimo? Pare che Putin ne sia convinto, stando alla sua ultima intervista. Putin parla per motivi elettorali e per mediare sulla questione della salma imbalsamata di Lenin, che la Chiesa vorrebbe seppellire. Ma, storicamente, il comunismo provò a sradicare e sotituire il cristianesimo.

Putin a Valaam

Il comunismo è figlio legittimo del cristianesimo? Pare che Putin ne sia convinto, stando alla sua ultima intervista. E probabilmente non è una buona notizia.

In Italia, Don Gianni Baget Bozzo aveva descritto il comunismo come il figlio delle più violente eresie cristiane, trovando analogie inequivocabili con le sette egualitariste e millenariste proliferate nel Medio Evo. E’ lo stesso concetto che l’ex brigatista Raimondo Etro ha esposto con grande chiarezza nella sua intervista alla Nuova Bussola Quotidiana. La memoria del comunismo è condannata fermamente dal patriarca di Mosca, Kirill. Mentre la tesi che il comunismo e il cristianesimo siano l’uno il figlio legittimo dell’altro è sposata da due decenni dal Partito Comunista Russo, il più diretto discendente del partito bolscevico di Lenin. Oggi, anche dopo la fine della leadership di Zijuganov (autore di Stato e Potenza uno dei manifesti del nuovo ibrido ideologico "rosso-bruno"), il Partito Comunista addirittura promuove il cristianesimo ortodosso, quale alternativa al capitalismo. Adesso, però, questa tesi è stata sinteticamente enunciata dallo stesso presidente russo. Lo si sente parlare di rapporto stretto fra cristianesimo e comunismo nella sua intervista nel documentario Valaam, sul più antico monastero nel Nord della Russia.

Il concetto principale che traspare in ogni discorso di Putin è quello dell’unità della Russia. Unità non solo territoriale, ma anche storica. Nei libri approvati per i programmi scolastici, lo zar, il passato sovietico e il presente repubblicano sono visti l’uno in continuità dell’altro. Le rotture sono interpretate come temporanee disgrazie, lacerazioni da superare. La maggiore di queste rotture è la disintegrazione dell’Unione Sovietica, che Putin ha definito come “la più grande tragedia geopolitica” della storia contemporanea. L’altra grande frattura russa è la guerra civile (1917-1921) che si è conclusa con il consolidamento del potere bolscevico in quasi tutti i territori dell’ex impero zarista. “Ho pensato che certamente, nei giorni difficilissimi della guerra civile e dell’ateismo militante, che hanno seminato la discordia nella società russa, sono rimasti anche i semi dell’unione fraterna, anzitutto per merito della Chiesa ortodossa russa”, dice Putin nella sua intervista. Riferendosi al fatto che Valaam fu in gran parte risparmiato dalla furia iconoclasta dell’Armata Rossa.

Lo stesso principio viene applicato in modo quasi sincretista per spiegare l’unità fra le religioni tradizionali russe (cristianesimo ortodosso, islam, buddismo ed ebraismo): “C’è molto in comune tra le religioni del mondo, alla base ci sono valori come la misericordia, la giustizia, l’onestà, l’amore. Noi siamo uno stato pluriconfessionale, ma questi valori morali sono comuni a tutte le etnie del nostro popolo, ci rendono una realtà unitaria”. Quindi anche il comunismo si basava su questi valori? Per Putin è evidente: l’ideologia di Lenin non è, a suo avviso, lontana dalle religioni, e si può paragonare con il cristianesimo: “La libertà, la fraternità, l’uguaglianza, la giustizia, sono tutte cose scritte nelle Sacre Scritture, lì c’è tutto”. Il comunismo viene dunque descritto come una “sublimazione” dell’etica della Bibbia. E anche i riti non sono così differenti. “Lenin è stato messo in un mausoleo. In che cosa questo si distingue dall’esposizione delle reliquie dei santi per gli ortodossi, o per i cristiani in genere?”

Le parole di Putin hanno suscitato il plauso del Partito Comunista. “Penso che queste parole smussino in modo efficace e ragionevole gli spigoli del dibattito sul mausoleo (di Lenin, ndr)”, dichiara Ivan Melnikov, vicepresidente della Duma. Si riferisce alla polemica sul mausoleo della Piazza Rossa, ai piedi delle mura del Cremlino, che ospita il corpo imbalsamato di Lenin, oggetto di culto del comunismo. La Chiesa vorrebbe seppellire il corpo. Putin è contrario, così come i suoi oppositori di estrema sinistra. L’intervista stessa può dunque essere letta come un tentativo di giustificare, anche agli occhi della Chiesa russa la decisione di lasciare Lenin lì dove si trova. Non è un caso che queste parole giungano alle orecchie dei russi alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali. Putin si ricandida per un quarto mandato e il suo principale rivale è, al momento, il nuovo leader del Partito Comunista, Pavel Grudinin. Dunque l’enfasi sulla legittimità e le radici cristiane del comunismo è, da un punto di vista elettorale, un modo di cannibalizzare il voto comunista.

Ma è una buona notizia? Sicuramente nessuno, più dei comunisti, provò a sradicare e sostituire il cristianesimo. Sostituire: alla Trinità i comunisti sostituirono la propria, costituita da Marx, Engels e Lenin. Alle icone di Gesù, della Madonna e dei Santi, sostituirono le icone di Lenin e poi di Stalin e degli altri “eroi” della rivoluzione. Al culto delle reliquie sostituì l’adorazione del corpo imbalsamato di Lenin. Un popolo contadino e devoto venne convertito al nuovo credo, non solo col terrore, non solo con l’elettrificazione delle campagne, ma anche con la nuova devozione. Il regime sostituì il Paradiso con l’utopia “realizzabile” in terra. Ma tutto questo, appunto, non per perfezionare o continuare nel solco del cristianesimo, bensì per distruggerlo, annientando la Chiesa, uccidendone i membri, radendo al suolo chiese e monasteri, sottomettendo i sopravvissuti al controllo della polizia politica. Non riconoscere questo aspetto centrale del comunismo, non solo non rende giustizia alle vittime del regime sovietico, ma non permette ai russi di oggi di fare i conti con il loro terribile passato totalitario. Con tutti i rischi connessi, incluso quello di ripetere gli errori del Novecento.