• EDITORIALE

Per la crescita non basta aspettare Berlino

Nel vertice europeo dei giorni scorsi si è aperta una breccia nell'attuale muro di Berlino a proposito di equilibrio di bilancio. E l'Italia dovrebbe approfittarne, ma se viene varato un governo Pd-grillini dimentichiamoci la crescita. 

Angela Merkel

La Germania ha molte colpe per l’attuale fase di difficoltà economica in cui si dibattono tutti i Paesi europei. Ma le ha perché ha ristrutturato la propria economia, ha concordato con i sindacati accordi per migliorare la produttività del lavoro, ha consolidato il processo di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. E’ per questo che Berlino ha sfruttato al massimo i benefici della zona euro dopo aver affrontato con coraggio e determinazione il difficile processo di integrazione con la Germania dell’Est. Mentre molti altri paesi, tra cui l’Italia, non hanno saputo o voluto sfruttare gli anni dei bassi di interesse garantiti dall’euro per avviare un risanamento dei propri conti pubblici.

Negli ultimi mesi tuttavia la sindrome delle elezioni, che si svolgeranno nel prossimo autunno, ha fatto sposare al Governo di Berlino quella linea del rigore che rischia di complicare la vita dei paesi della moneta unica. Con la forza della sua economia, e grazie al mercato unico europeo, la Germania infatti ha accumulato un sempre maggiore attivo nei conti con l’estero. Se non ci fosse l’euro la moneta tedesca si sarebbe rivalutata (come è capitato spesso nel secolo scorso) o le altre monete si sarebbero svalutate provocando il necessario riequilibrio del commercio estero.

Senza l’euro il riequilibrio dovrebbe essere affidato ad altri elementi. La Germania, per esempio, dovrebbe lasciar crescere stipendi e salari in modo da rendere meno competitive le proprie esportazioni, come avverrebbe con la rivalutazione della moneta, dando nello tempo più ossigeno al mercato interno in modo da sollecitare anche le importazioni dagli altri Paesi.
Una manovra di questo tipo metterebbe a posto molte cose stimolando una crescita che ora è negativa in molti Paesi e che segna il passo nella stessa Germania. Ma con un pericolo che i tedeschi vedono con grande preoccupazione: quello dell’inflazione, un mostro che ha già devastato l’economia negli anni ’30 aprendo peraltro la strada alle follie del nazismo. E’ difficile spiegare che quei tempi sono ormai lontani, che non c’è nessuna delle condizioni che crearono l’iperinflazione di Weimar, che è molto più rischiosa una crisi sociale nei paesi in difficoltà che un moderato aumento dei prezzi all’interno.

Quest’ultimo problema sembra peraltro aver aperto una piccola breccia nell’attuale muro di Berlino e nel vertice europeo degli ultimi giorni è stata fatta qualche piccola apertura sulla possibilità, per i paesi come l’Italia con maggiori difficoltà sul fronte dell’occupazione, di non considerare gli investimenti pubblici all’interno dei patti per l’equilibrio di bilancio. In pratica ci si dovrebbe poter indebitare per finanziare le nuove infrastrutture pur mantenendo intatto il percorso di risanamento dei conti pubblici. L’Italia dovrà presentare nelle prossime settimane un piano in questa direzione specificando le spese di cui si chiede la deroga alla disciplina di bilancio.

Con una incognita a questo punto. Quale governo porterà a Bruxelles queste richieste? Un Governo sostenuto da quel movimento che considera l’euro un ferrovecchio e che vuol bloccare gli investimenti già decisi in strade e ferrovie?
A questo punto è inutile guardare a Berlino. L’Europa sta offrendo all’Italia la possibilità di sbloccare almeno in parte i meccanismi della crescita. Ma se l’Italia andrà nella direzione opposta o vorrà fare da sola non potrà che trovare nuove difficoltà. E solo per colpa sua.