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Patto delle Catacombe, vince la Teologia della Liberazione

Sulla scia di quanto accaduto 54 anni fa a chiusura del Concilio, 150 vescovi hanno partecipato al nuovo Patto delle catacombe: allora venne promosso dagli sconfitti del Vaticano II che reclamavano "una Chiesa povera per ipoveri". Il revival di oggi si fonda sulla "Chiesa dal volto amazzonico" nonostante la doppia condanna della Teologia della liberazione

Il 20 ottobre 2019 potrebbe essere una data destinata ad essere segnata col pennarello rosso nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. La scorsa domenica, infatti, un gruppo di 150 padri sinodali si è riunito a Roma, nelle Catacombe di Domitilla, per rinnovare il cosiddetto Patto delle catacombe. Un revival, dunque, della proposta firmata 54 anni fa, nello stesso luogo sull'Ardeatina, da 42 vescovi che s'impegnavano a promuovere una "Chiesa povera e per i poveri". Era il 16 dicembre 1965 e si stavano svolgendo le battute conclusive del Concilio Vaticano II. 

L'iniziativa venne lanciata dal Movimento per la Chiesa dei poveri e manifestava l'insoddisfazione dei prelati più progressisti per l'esito finale della grande assise convocata da San Giovanni XXIII. La maggior parte delle istanze rivoluzionarie dei firmatari non erano state recepite nei documenti conciliari e il Patto di Santa Domitilla serviva proprio a dar forma a quella delusione, esprimendo l'intenzione di portare comunque avanti il cambiamento auspicato partendo dalla rinuncia di quelli che venivano identificati come simboli di "grandezza e potere" (abiti e titoli ecclesiastici, pastorale incentrata sulla giustizia sociale).

Un programma in 13 punti maturato, in particolare, in ambienti francofoni e latinoamericani. Il testo venne redatto da dom Hélder Câmara, colui che - secondo la definizione del gesuita João Batista Libânio, fu il "profeta della Teologia della Liberazione". Quella del 1965, dunque, fu una riunione di "sconfitti", che giuravano a loro stessi di non abbandonare le idee per cui si erano battuti. D'altra parte, già negli anni immediatamente successivi, Câmara non fece mistero della sua delusione per com'erano andate le cose al Vaticano II, lasciandosi andare a frasi come: "Costantino continua a vivere in noi".

Una bocciatura per il programma delineato dal Patto delle catacombe - che aveva obiettivi universali ma partendo soprattutto dall'esperienza sudamericana -  arrivò il 28 gennaio 1979 con il discorso alla terza Conferenza Generale dell'episcopato latinoamericano di San Giovanni Paolo II. In quell'occasione, il pontefice polacco ricordò ai vescovi che il loro "principale dovere è quello di essere maestri della Verità; non di una verità umana e razionale, ma della Verità che viene da Dio; che porta con sé il principio dell'autentica liberazione dell'uomo". Parole che anticipavano la condanna della Congregazione per la dottrina della fede sulla Teologia della Liberazione e che si accompagnavano al duro giudizio sull'interpretazione del Concilio presentata dalla conferenza del Celam a Medellín del 1968 e durante cui le tesi radicali di Câmara - applicazione più particolareggiata del programma proposto nel Patto delle catacombe - erano prevalse. 

Wojtyła, preoccupato che la Conferenza potesse finire per "modificare profondamente le posizioni del Concilio" (come sostenuto dal filosofo e teologo Battista Mondin), chiese ai vescovi sudamericani di "non ignorare che a volte (le conclusioni di Medellìn) hanno avuto errate interpretazioni e che esigono sereno discernimento, opportuna critica e chiare prese di posizione". Se a riunirsi alle catacombe di Domitilla 54 anni fa fu un gruppo di "sconfitti", desiderosi di reagire anche simbolicamente alla delusione di non aver visto accolte le proprie istanze, domenica scorsa lo stato d'animo era ben diverso: i padri sinodali che hanno rinnovato il giuramento del 1965, intanto, erano 150 e non 42, guidati dal cardinal Hummes, relatore generale dell'Assemblea dei vescovi in corso.

La proposta, poi, non è rimasta la stessa di Câmara, ma ha conosciuto un ulteriore sviluppo: i firmatari hanno chiesto "una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana”. Il filo rosso che unisce la firma di 54 anni fa alla Teologia della Liberazione e, infine, all'idea di "Chiesa dal volto amazzonico" che si vorrebbe veder realizzata si è manifestato nella cerimonia di domenica scorsa: alcuni dei vescovi hanno firmato il rinnovamento del Patto indossando l'anello di Tucum. 

Si tratta di un oggetto dal forte significato simbolico, che identifica i cattolici brasiliani impegnati nelle cause popolari ed indigeniste, come spiegato in un docu-film da dom Pedro Casaldáliga. L'anello, originariamente dono delle comunità native ai missionari 'amici', si diffuse soprattutto con l'avanzata della Teologia della Liberazione e tende ad essere considerato un simbolo di chi sposa apertamente questa corrente, condannata dalla Chiesa negli anni Ottanta nella "Libertatis Nuntius" e nella "Libertatis Conscientia"...ma anche dall'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio nel 2007 alla conferenza dell'episcopato latinoamericano ad Aparecida durante cui, grazie anche alla posizione assunta dall'allora arcivescovo di Buenos Aires, il "riduzionismo socializzante" del concetto di opzione preferenziale per i poveri si trovò davanti la strada sbarrata nel documento finale.