• I CASI DE CAPITANI E BIANCALANI

Pastori buonisti se il prete diffama o fa il partigiano

Sono pastori, ma di fronte ai preti ribelli sembrano dei miti agnellini. Due casi dalla cronaca: in diocesi a Milano il vescovo Delpini fa un assist a don De Capitani, che diffamò Salvini; a Pistoia il prelato "bacchetta" don Biancalani perché canta Bella ciao in chiesa, ma tace sull'occupazione del tempio da parte dei richiedenti asilo che va avanti da un anno. 

Sono vescovi, sono pastori, ma di fronte ai preti ribelli sembrano dei miti agnellini, più preoccupati di non apparire impopolari che interessati ad agire con giustizia. La cronaca ci offre due casi in contemporanea.

Il primo riguarda il vescovo di Milano Mario Delpini, il secondo episodio ha come protagonista il vescovo di Pistoia Fausto Tardelli.

Delpini ha fatto visita a don Giorgio De Capitani e la foto dei due ora sta facendo il giro. Si tratta del prete che è stato condannato per aver diffamato Matteo Salvini. Contro il leghista si è scagliato nel suo blog in modo così violento, con offese, epiteti escrementizi e inviti a ucciderlo per “legittima difesa”, fino a che il Capitano non ha detto basta e lo ha querelato.

De Capitani, che durante le udienze ha rivendicato la bontà delle sue opinioni, è stato condannato a 7000 euro di risarcimento e a un’ammenda di 7500 euro. Ora sostiene di non aver mai offeso il politico, mentre il giudice ha dato ragione al pm Paolo Del Grosso che aveva parlato di «un’attività diffamatoria reiterata nel tempo». E questa è la vicenda giudiziaria.

C’è però anche una vicenda ecclesiale che desta più sgomento. E riguarda la diocesi di don De Capitani, Milano, che, dopo la condanna non ha ravvisato nel suo comportamento nessun profilo canonico, come confermatoci dal portavoce del vescovo. Va da sé che il vescovo, se avesse voluto, avrebbe potuto trovare nel codice di diritto canonico un appiglio per sanzionare l’indisciplina del prete: incitare la morte di una persona non è il miglior biglietto da visita per un ministro di Dio che dovrebbe seguire il Vangelo.

Invece De Capitani, domenica, ha annunciato trionfante la visita del vescovo a casa sua. E ha così esibito la foto come trofeo: «L’arcivescovo Delpini viene di persona a esprimermi solidarietà». De Capitani ha insistito sulla solidarietà portatagli dal vescovo e ha anche rivelato che la stessa solidarietà gli è stata manifestata dal vicario generale della diocesi il quale si è pure offerto di «aiutarmi economicamente, forse in nome della curia, vista l’ingente somma che dovrei versare a Salvini e allo Stato».

Solidarietà? Pagamento del risarcimento in capo alla Chiesa milanese? La Diocesi si è affrettata a dire ai giornali – e così ha fatto anche personalmente alla Bussola Quotidiana ieri pomeriggio - «che la visita dell’Arcivescovo si inserisce nel contesto delle visite che ordinariamente fa, soprattutto ai preti anziani e ammalati» mentre «la telefonata di interessamento e di aiuto, espressa dal Vicario generale, va letta nella linea di fraternità e di vicinanza propria del vescovo nei confronti di un suo prete e non come presa di posizione dialettica nella sentenza».

Sarà. Ovviamente nessuno ha smentito l’aiuto economico, intanto. Il punto però, non è il vescovo che fa visita a un suo prete, quanto piuttosto rendere pubblico col permesso del prelato ambrosiano l’incontro, trattandosi di un prete che avrebbe facilmente sfruttato – come è infatti accaduto - quella visita per i suoi fini. De Capitani ora può dire di avere la curia di Milano se non dalla sua, almeno solidale. E da questa si aspetta pure dei soldi.

Nel frattempo, però, il vescovo consegna un’immagine pubblica sconveniente. Quella di chi si presta, sicuramente in buona fede, ma lasciandosi usare maliziosamente, a fare da grancassa ad un istigatore d’odio come ha dimostrato di essere De Capitani. La Diocesi non ha mai condannato quelle parole né ha mai espresso solidarietà alla vera vittima, che è Salvini, semmai. Ovviamente, visto il nuovo corso non può esistere che un vescovo esprima solidarietà al leader leghista.

E’ vero: anche gli altri vescovi non hanno mai preso misure drastiche nei confronti del sacerdote lecchese, ma stavolta si è andati oltre: si è fatto passare il messaggio che in nome della vicinanza a un fratello condannato, questi sia la vittima, nonostante sia invece, l’oltraggiatore. E’ una mancanza di responsabilità che pesa sull’immagine della diocesi più grande d’Europa che cede ad una palese ingiustizia.

La stessa cosa si può dire per il caso di Pistoia dove domenica è andata in scena l’ennesima, snervante puntata delle “avventure” di don Massimo Biancalani, che da più un anno occupa la chiesa di Vicofaro con un drappello di richiedenti asilo. Della sua vicenda ci occupiamo da tempo, così come dell’inerzia del vescovo nel sistemare una volta per tutte lo scempio che si compie nella casa di Dio. E persino dell’affronto spirituale che si è fatto nel corso di quest’anno ai fedeli fuggiti a gambe levate a causa del comportamento del sacerdote.

Questa volta si parla di don Biancalani perché domenica ha cantato Bella Ciao coi paramenti indosso. Ebbene: i giornali ne hanno parlato con enfasi.

E a quel punto il vescovo Tardelli è dovuto intervenire per prendere le distanze. Anche in questo caso ci si è ben guardati dal prendere provvedimenti. Tardelli si è soltanto limitato a dirsi «amareggiato per un gesto incomprensibile». Il motivo? Bella Ciao non è un canto liturgico.

Orrore, dunque. E a ragione. Però in quelle parole c’è anche molta ipocrisia perché anche ospitare dei richiedenti asilo, usandoli come ostaggi delle proprie rivendicazioni politiche, come fa Biancalani, non è liturgico, eppure il vescovo non sembra aver mai utilizzato la sua vis magisteriale per far valere il rispetto della legge canonica e anche di quella civile, dato che in nessuna legge dello Stato è consentito dormire in un luogo di culto.

Alla fine a prendere sotto è stato ancora una volta il leader leghista Salvini, che ha apostrofato don Biancalani invitandolo ad andare a Sanremo e si è preso i rimbrotti del vescovo per la “strumentalizzazione di questa vicenda” e per essere entrato “in modo scorretto nel contesto ecclesiale”.

Certo, Biancalani invece, il contesto ecclesiale sembra rispettarlo per bene? Visto il fuggi fuggi dei suoi parrocchiani sembrerebbe di no.

Nelle parole di Tardelli c’è poi un passaggio esilarante. «“O bella ciao” – ha detto - è un bellissimo canto che anch’io ho cantato mille volte e sempre con gioia».

Chissà in quali occasioni Tardelli ha cantato “O bella ciao, canto che non rappresenta nemmeno la lotta partigiana dato che durante la Resistenza non è stato mai cantato, salvo alcuni casi nel Reggiano e nelle Langhe. E’ diventato l’inno della Resistenza soltanto dopo, a guerra conclusa e a Liberazione avvenuta. Citofonare Giorgio Bocca se dovesse servire una fonte. Ciononostante, è stato usato dai comunisti per ammantare di una patina epica e gloriosa una pagina della nostra storia fatta anche di atrocità inenarrabili. Insomma: i veri partigiani non cantavano “O bella ciao”. E tutti gli itakliani non possono identificarsi in un canto che è espressione di una parte soltanto. 

Quindi, oltre che alieno al contesto ecclesiale, stai a vedere che non è nemmeno un canto partigiano, ma soltanto un simbolo comunista. L’ennesimo, che ora molti cattolici senza sprezzo del ridicolo, vorrebbero fare loro per una chiesa tutta civismo e politica.