Parroco fino alla morte, la testimonianza-record di don Franco
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È una storia di fedeltà durata quasi sette decenni quella di mons. Franco Geremia. Dal 1958 alla guida della parrocchia di Civitella Roveto, in Abruzzo, che ha lasciato solo quando ha chiuso gli occhi al mondo il 2 maggio scorso a 96 anni.
Sembrava eterno e in effetti nell’eternità c’è entrato a quasi 96 anni lo scorso 2 maggio. Ma la longevità non è il solo “record” di mons. Franco Geremia, rimasto fino alla morte alla guida della parrocchia di San Giovanni Battista a Civitella Roveto, in provincia de L’Aquila, nel lembo abruzzese della diocesi laziale di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo.
Le tappe puramente biografiche della sua lunga esistenza si potrebbero anche sintetizzare in poche righe, con l’avvertenza però che queste righe sono dense e sovrabbondanti come ciascuna delle sue giornate, scandite dai ritmi della liturgia e vissute con l’animo del pastore e il talento organizzativo di un imprenditore alle prese con mille opere – e in tutte «il primato era di Dio», ha evidenziato il vescovo mons. Gerardo Antonazzo durante le esequie. Da buon organizzatore don Franco non se n’è andato in un giorno a caso, ma nel primo sabato (giorno tradizionalmente dedicato a Maria) del mese mariano. Per di più, mi dicono (ma non ho modo di verificare) che abbia chiuso gli occhi intorno a mezzogiorno: l’ora del Regina Caeli. Se così fosse, si confermerebbe preciso come un orologio in vita e in morte.
Don Franco era nato a Sora il 23 ottobre 1930, studente nel seminario diocesano e poi nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, fu ordinato sacerdote in Laterano dal cardinale Clemente Micara il 9 aprile 1955. Parroco di Civitella Roveto dal 12 gennaio 1958 (e successivamente anche della Santissima Trinità nella frazione di Meta) fino all’ultimo respiro, dieci giorni fa. Quasi sette decenni: un record cronologico che si trasfigura in testimonianza di fedeltà al contempo “ordinaria” e straordinaria in un'epoca in cui tutto dura poco e si consuma in fretta. Sette decenni in cui il mondo è cambiato a un ritmo a dir poco frenetico, si sono avvicendati Papi, vescovi e sindaci, e lui era sempre lì, «monumento nazionale del paese» come la maestra vecchia del racconto di Giovannino Guareschi che «aveva insegnato l’abbiccì ai padri, ai figli e ai figli dei figli».
E come la maestra vecchia di Guareschi, don Franco aveva insegnato «l’abbiccì» della fede cristiana «ai padri, ai figli e ai figli dei figli», ciascuno dei quali avrà il suo ricordo, così che quanto sto per scrivere è inevitabilmente parziale e incompleto. È solo una piccola parte di una delle innumerevoli storie che nel corso delle generazioni si sono intrecciate con la sua, ma a tal punto che, anche per chi a Civitella non vive più da tanti anni, la notizia che don Franco non è più a questo mondo è un “trauma”: c’era già prima che io nascessi e idealmente ci sarebbe sempre stato, stabile come il monte Sion o, volendo, come il monte Viglio che domina la Valle Roveto dall’alto dei suoi duemila metri. Quella prolungata permanenza pareva quasi il segno terreno di una realtà più elevata: l’“eterno parroco” in fondo non faceva che indicare l’Eterno Padre – quello che si affaccia dall’alto nella pala dell’altar maggiore della chiesa parrocchiale, raffigurante il battesimo di Cristo per mano del Battista. Ed è nella festa del Battista che ha inizio questo legame mai affievolito neanche quando i saluti nei miei periodici ritorni in patria si facevano più brevi man mano che lo vedevo affaticato e non volevo “pesare” sui suoi ritmi sempre serrati.
Con don Franco ho fatto conoscenza molto presto, così presto da non rendermene conto: ero in fasce quando mi battezzò alle prime luci del giorno di san Giovanni, sulla riva del fiume Liri che in occasione della festa del patrono diventa come il Giordano. Praticamente fu il primo prete con cui venni in contatto all’alba della vita, oltre che all’alba di quel 24 giugno. Correva l'anno 1982, lui aveva poco più di cinquant'anni (nella foto in apertura, ndr) ed era già in paese da quasi un quarto di secolo. Da quell’evento di cui non ho memoria si spalanca invece un “baule” di ricordi personali, da quelli più “feriali” a quelli più toccanti, come quando venne a confortarmi in una circostanza particolarmente drammatica e ancora mi pare di sentire addosso la benedizione che mi lasciò andandosene. E c’era anche in circostanze più ordinarie, come quando al liceo presi una sfilza di insufficienze in greco e gli chiesi di darmi un po’ di ripetizioni – si sa, i preti “di una volta” avevano un bagaglio culturale che è diventato merce rara – e rimasi meravigliato al vedere che traduceva senza quasi aprire il vocabolario. Ma più e prima ancora della grammatica greca, mi ha trasmesso la “grammatica del sacro”.
Lo rivedo comparire in mezzo a una nuvola d’incenso, mentre una mano svelava il Bambino Gesù alla Messa di mezzanotte: sono immagini vaghe, quasi oniriche, che mi porto dentro dall’infanzia, quando, come molti bambini, a Messa non ci volevo andare eppure restavo ammirato da quello spettacolo solenne. Ne risento la voce da oratore, affacciato al balcone del palazzo comunale – a mo’ di pulpito – dove la processione sosta il 24 giugno per il “panegirico” in onore di san Giovanni. Lo rivedo ancora aprire uno squarcio sul soprannaturale quando raccontava a noi bambini la storia di Filomena Carnevale, la stigmatizzata della Valle Roveto che aveva conosciuto da giovane prete. O più prosaicamente, ma non troppo, ci raccomandava di stare composti durante la processione – e ripensandoci il primo a stare “composto” davanti a Dio era lui, con quella talare nera che ha sempre indossato nei suoi oltre settant’anni di sacerdozio.
Quella dell’abito è stata la sua predicazione muta e incessante, di cui forse non era nemmeno consapevole tanto la portava con naturalezza.
Se per assurdo un giorno si fosse presentato in giacchetta e pantaloni, invece che per don Franco la gente lo avrebbe scambiato per un “signor Franco” qualunque, tanto quella talare era tutt’uno con lui. Non se ne abbiano a male i portatori di clergyman, il fatto è che vederlo era implicitamente un promemoria divino (più o meno come il suono delle campane) poiché della configurazione a Cristo – in persona Christi – impressa quando ricevette l'ordine sacro non portava soltanto questo o quel segno, ma se ne rivestiva l’intera persona da capo a piedi. Se ne è rivestito fino alla fine perché Dio ora gli cambi l’abito talare in veste di gloria.
La grandezza del prete da padre Brown a don Camillo
Oltre alle luminose figure di sacerdoti realmente esistiti ed esistenti, ve ne sono altri che nonostante la finzione letteraria hanno parlato al cuore dei lettori. Tra loro il prete-investigatore nato dalla penna di Chesterton e l'irruento parroco della Bassa protagonista (con l'amico-avversario Peppone) dei racconti di Guareschi.
«Che cosa grande è un sacerdote! Non lo capiremo che in cielo».
Nell’epoca contemporanea le figure di sacerdoti nate dalla penna degli scrittori e divenute celebri sono davvero numerose. Il sacerdozio è una vocazione sacramentale in cui la persona, consapevole di aver avuto già tutto nell’incontro con Cristo, non chiede null’altro che Lui.

