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INTERVISTA

Paola Bonzi, aggredita perché difende la vita

Paola Bonzi è la fondatrice del Cav, il Centro Aiuto alla Vita della clinica Mangiagalli di Milano. Per salvare la vita dei nascituri che altrimenti verrebbero abortiti. Ha vinto l'Ambrogino d'Oro, ma qualcuno non ha gradito.

Libertà religiosa 15_12_2013
Paola Bonzi

“Per me il valore della vita non ha una sottolineatura specificatamente religiosa. La vita è vita e punto. È importante per tutti. Mi piacerebbe che fossimo un pochino più coraggiosi, più battaglieri. Chi crede nel valore della vita, in un modo assolutamente pacifico e sereno, che si faccia vedere e non si nasconda”. Sono parole di Paola Bonzi, fondatrice e direttrice del Cav, Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli, che da circa 30 anni sostiene e supporta le donne in gravidanza in forte difficoltà psicologica ed economica. Parole che sanno di monito, rivolte non solo a chi ha sostenuto la sua candidatura firmando l’appello che invitava la Lombardia a premiare il suo lavoro con l’Ambrogino d’Oro (un premio che viene dato ogni anno nella festività di sant'Ambrogio, il 7 dicembre, ai milanesi che si sono distinti nella loro attività), ma soprattutto a quelli che credono, come lei, nel valore assoluto della vita. Va bene ricevere un riconoscimento che sottolinei l’importanza di un servizio a supporto di tutte le donne, va meno bene dimenticare che essere presenti è tanto importante quanto firmare. A questo triste dato di fatto se ne aggiunge un altro molto più spiacevole. La decisione di premiare Paola Bonzi non è stata gradita da tutti e il dissenso di alcuni si è tramutato in inciviltà assumendo le sembianze di un gesto ingiustificato che dimostra come al coraggio di alcuni si contrapponga quasi sempre la violenza di altri. Abbiamo a Paola Bonzi di raccontarci cosa è successo.

Sembra cha alcuni non abbiano gradito il premio che le è stato assegnato, quello dell’Ambrogino d’oro. Ci sono stati dei fischi da parte di chi non condivide la decisione e dei commenti sgradevoli. Ci può raccontare cosa è successo?
È stato chiesto che mi venisse assegnato l’Ambrogino d’oro perché ci sono stati degli amici, e sono stati tanti, che hanno raccolto intorno alle 1000 firme. Il problema è che, forse, le persone hanno firmato ma non si sono rese visibili e quando ho ritirato questo premio è maturata la sensazione che questa non fosse una scelta molto condivisa. Gli altri enti che hanno ritirato il premio sono stati molto applauditi ed è risultata una cosa condivisa. La nostra molto poco. Questo mi intristisce. Noi siamo un po’ quelli che forse fanno delle cose ma poi non si espongono a livello personale, non partecipano, non sostengono.

Questa mancanza di condivisione ha dato vita anche ad una serie di atti vandalici di cui lei è stata vittima diretta. Cosa è successo?
È successo che sui muri del mio condominio hanno scritto una frase decisamente ingiuriosa. E hanno scritto con la solita bomboletta spray che lascia segni molto visibili. Hanno inoltre sporcato di vernice l’ingresso verso casa mia. Quindi anche altre persone hanno avuto problemi ad entrare, uscire o suonare il citofono. Il mio vicino mi ha avvisato dicendomi che era successo qualcosa. Sul muro c’era scritta una frase (Paola Bonzi xxx) irripetibile e poi questo disagio, questa cosa molto sgradevole. Probabilmente con questo gesto volevano dimostrare il loro dissenso. Ma è un atto di inciviltà. Mi sembra che in questo Paese uno dovrebbe poter fare le cose che ritiene più giuste se non ledono la libertà degli altri. E non mi pare che questo sia stato il mio caso. Quindi un atto così gratuito è immotivato. Quelli che hanno un opinione un po’ aggressiva e violenta della cosa si mostrano più facilmente di chi nel silenzio può essere d’accordo con quanto facciamo.

Nel suo blog lei si chiede, e ce lo chiediamo anche noi “Dove erano i sostenitori della vita?” Possibile che chi è cristiano abbia paura a sostenere i propri principi?
Non so se è una paura. Certamente metterci la faccia non è da tutti. Poi gli impegni sono tanti, uno preferisce fare altre cose. Le dico una sciocchezza. Oggi è venuta da me una persona a cui avevo chiesto di farmi un lavoro personale. E questo mi ha detto “Sei una guerriera” . “Guerriera” non me l’aveva detto mai nessuno però credo che sia abbastanza vero perché io non mollo facilmente. Forse le persone sono un po’ più morbide. Non tengono fino in fondo. Non voglio giudicare nessuno ma da quello che si vede è così. È bello che qualcuno lo faccia però poi tutta la mia vita faccio le cose mie. Emerge anche quando si tratta di andare a raccontare del nostro lavoro in altri gruppi. Si dice “però non parliamo di aborto”. È un argomento sempre molto spinoso, sembrerebbe meglio non affrontarlo. Perché è piuttosto diffuso tra le donne e sono molto numerose anche le donne che appartengono a gruppi spirituali. Questo è un dato. E poi, meglio non andare a toccare ciò che crea prese di posizione. Si preferisce il quieto vivere che è una cosa che io non sopporto. Non mi piace. Non vivo quietamente. Sono una persona da prima linea e quando gli altri che professano lo stesso principio restano nelle retrovie, la cosa mi crea un po’ di fastidio.

Il Cav nasce nel 1984 e da allora aiuta  le donne a non abortire. In che modo riuscite a supportare queste donne in difficoltà e a consigliarle?
Il Centro di aiuto alla vita sta all’interno della Mangiagalli per accogliere le donne che vogliono venire da noi a farsi ascoltare perché hanno problemi di maternità. Sicuramente l’ascolto diventa una caratteristica del nostro lavoro. Noi la chiamiamo l’arte dell’ascolto perché, in effetti, sono persone che non riescono a essere prese in considerazione dalla famiglia o dalle persone che contano. Ascoltarle è quindi una cosa molto molto importante.

In quali condizioni arrivano queste donne e quali sono le motivazioni che le spingono a valutare la possibilità di interrompere la gravidanza?
Sono donne in condizioni di sofferenza perché decidere di non portare avanti la gravidanza è sempre qualcosa di doloroso, non è una decisione che uno prende così tranquillissimamente. Le motivazioni per il 70/80% sono di ordine materiale, cioè, son persone che non riescono, che non ce la fanno. Persone in condizioni difficili soprattutto dal punto di vista della sopravvivenza, perché hanno perso il posto di lavoro, perché non viene loro rinnovato il contratto, per una serie di cose. Poi ci sono anche quelle che non se la sentono perché questo bambino è arrivato in modo imprevisto, non programmato e non riescono a prendere in considerazione l’idea di cambiare la loro vita per questo bimbo che sta bussando alla porte.

C’è chi descrive l’attività del Cav in modo quasi malefico, come se la vostra attività consista nel voler fare un lavaggio del cervello alle donne, per convincerle a non abortire, andando a ledere quella che è la loro libertà di scelta. Mi sembra, al contrario, che il vostro sia un aiuto in primo luogo psicologico che si traduce anche in un aiuto concreto ed economico, giusto?
Sì, senz’altro. In primo luogo psicologico. Il sostegno psicologico è una cosa di cui tutte le persone che vengono da noi, più o meno consapevolmente, hanno bisogno e siamo pronti ad offrirlo. Infatti la nostra preparazione è proprio di un lavoro di tipo psicologico. Siamo psicologi, consulenti familiari, educatori, assistenti sociali. Molto frequentemente il nostro supporto si traduce anche in aiuto economico. In primo luogo, se hanno le caratteristiche per poterlo ottenere, ci offriamo di fare da ponte presso l’Ente pubblico affinché possano ricevere il fondo regionale (NASCO). Dopodiché, spesso, lo integriamo perché è veramente poca cosa. E poi offriamo tutte le nostre caratteristiche con un percorso consultoriale che va dalle visite mediche al corso di preparazione alla nascita. In più, una volta nato il bambino, facciamo il massaggio del neonato, gli incontri con l’ostetrica, il gruppo bebè sempre con questa attenzione all’aspetto psicologico. Incontriamo queste donne ogni mese per vedere che cosa stanno provando, come stanno vivendo la gravidanza, come hanno iniziato il loro modo di essere madre. Direi che è un lavoro psico-pedagocico. Psicologico per il tempo della gravidanza, e anche pedagogico perché questa donna deve imparare a vivere la sua maternità, che non è scontata né immediata. Si può imparare. Non necessariamente perché una donna è donna deve sapere come funziona l’essere madre. Questa cosa è una cosa che si può apprendere.

Le donne come vengono a conoscenza del Cav?
Questa è una bella domanda nel senso che normalmente non esiste nessun invito ufficiale. Anche se siamo all’interno dell’ospedale non è che vengono inviate comunicazioni. Quindi queste donne arrivano perché hanno saputo di noi e lo hanno saputo soprattutto da altre donne che sono state aiutate. Sono loro, quando vengono a sapere di altre donne in difficoltà per una gravidanza, a parlare di noi. Le donne che si rivolgono a noi hanno quasi sempre una vita di coppia. Poi c’è generalmente l’uomo che dice “Fai tu, decidi tu, questo è affar tuo, io non ne voglio sapere nulla” o uomini che spariscono. Così si presentano tutte le varianti del comportamento umano.

Le donne che aiuta La ricontattano?
Intanto noi le donne le seguiamo fino al compimento del primo anno del bambino. Quindi ci contattano obbligatoriamente. Poi di qualcuna abbiamo saputo che le cose sono andate bene. Alcuni di questi bambini ormai stanno studiando, si stanno laureando. Qualcuno si è già laureato. Quindi davvero bisogna coprire quel tempo di grande difficoltà e di incertezza della madre. Sono persone che in qualche modo riescono ad inserirsi e tornare nella società da protagoniste. Non sono sbandate o fannullone sono persone in difficoltà. Sistemate quelle tornano ad essere delle persone che si sanno organizzare bene. Noi ci mettiamo materialmente al loro fianco condividendo le loro fatiche. È un impegno continuo. Attualmente abbiamo in carico 2.400 donne gravide. Questo è quello che abbiamo promesso di fare e che stiamo facendo.

Viviamo in una società che sembra creare difficoltà a chi vuole mettere su famiglia. In che modo lo Stato dovrebbe e potrebbe intervenire per salvaguardare il bene familiare?
Lo Stato non tutela la maternità. L’aborto viene visto come la possibilità della donna di essere libera, di gestire se stessa. Questa frase “l’utero è mio e me lo gestisco io” l’abbiamo sentita per anni. Per cui è sempre riconosciuta alla donna una libertà di abortire. La libertà di far nascere quasi mai. Per questo noi cerchiamo di essere quella possibilità, affinché la donna davvero abbia davanti a sé due strade e possa decidere di intraprendere o l’una o l’altra. Spesso la strada è a senso unico. Quindi direi che per noi è proprio un’occasione di libertà. La libertà si agisce quando ci sono delle alternative. Se non ci sono alternative non si è liberi.

Il rischio per il Cav è di chiudere se non si riescono a trovare abbastanza fondi per aiutare queste donne. Ad oggi chi sostiene, anche economicamente, questa vostra attività?
Il Cav è sempre in questa condizione precaria dal punto di vista economico. Lo è sempre stato, è nato così e continua ad esserlo. Per questo dobbiamo sempre inventare anche nuovi modi per poter continuare ad aiutare le donne. Che vuol dire ad esempio, essendo noi un consultorio familiare, stare nei parametri dell’accreditamento perché ci rimborsino le prestazioni professionali, oppure inventare degli eventi, fare pubbliche relazioni, intessere rapporti perché ci siano dei sostenitori. A noi, fare questo tipo di lavoro, costa 5.000 euro al giorno e bisogna trovarli. In un modo conclamato e stabilito non ci sostiene nessuno ma sappiamo che essendo un consultorio familiare accreditato più di 1/3 del nostro bilancio viene rimborsato dall’ASL perché costituito da prestazioni professionali. Tutto il resto è molto incerto,. Cerchiamo di proporci a livello di progetto a delle fondazioni. E cerchiamo di farci conoscere dai privati e da chi può sostenerci.