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Nigeria, la strage di Natale firmata Boko Haram

Nigeria, raid dei terroristi Boko Haram nel villaggio di Pemi, a maggioranza cristiana, alla vigilia di Natale. I terroristi hanno colpito dopo anni di relativa quiete. Può essere l'inizio di una nuova fase del jihad, dichiarato da Boko Haram nel 2002

Pattuglia di militari nigeriani

Boko Haram, per la prima volta dopo anni di relativa tregua, ha osato profanare il clima sereno del Natale attaccando nel Borno, lo stato della Nigeria nord orientale sua roccaforte, un villaggio, Pemi, abitato in prevalenza da cristiani. La vigilia di Natale i jihadisti sono arrivati a bordo di autocarri e motociclette, hanno incominciato a sparare creando il panico tra gli abitanti che hanno cercato di mettersi in salvo nascondendosi nella boscaglia circostante. Abwaku Kabu, capo di una delle tante squadre di volontari armati che le comunità della Nigeria settentrionale hanno creato per proteggersi dai jihdisti e che affiancano i soldati governativi, ha spiegato come si sono svolti i fatti. “I terroristi hanno ucciso sette persone – ha raccontato – hanno incendiato dieci abitazioni, hanno rubato i generi alimentari che erano stati preparati per distribuirli agli abitanti dei villaggio in occasione del Natale”.

Le vittime in realtà potrebbero essere di più, forse 11, e mancano ancora all’appello delle persone. Da testimonianze raccolte successivamente, si è saputo che gli aggressori inoltre hanno bruciato la chiesa del villaggio, rapito un sacerdote e rubato anche i medicinali di un ospedale che poi hanno distrutto dandogli fuoco. È un modus operandi tipico dei Boko Haram che nel corso degli anni, soprattutto a partire dal 2009, hanno seminato morte e terrore, causando la morte di circa 36mila persone e mettendone in fuga fino a due milioni, una parte delle quali ancora vivono in campi profughi protetti dall’esercito.

A partire dal 2016, però, i jihadisti sono stati costretti dalla forza regionale, creata per combatterli, a ritirarsi nella foresta di Sambisa, dove si trovano le loro basi operative originarie, e per un breve periodo sono stati scacciati anche da lì. Eletto da pochi mesi presidente della repubblica, il 24 dicembre 2015 Muhammadu Buhari aveva annunciato che la Nigeria aveva “tecnicamente vinto la guerra contro Boko Haram” e che i terroristi non erano più in grado di compiere “attacchi convenzionali” contro le forze di sicurezza o contro i centri abitati. L’affermazione era parsa eccessiva, l’opposizione governativa aveva obiettato che altre volte l’esercito si era vantato di aver spazzato via Boko Haram, ma poi i terroristi si erano riorganizzati e avevano ricominciato a colpire.

Invece, in effetti, attacchi e attentati da allora si sono fatti meno frequenti in Nigeria e i terroristi hanno agito in un raggio d’azione più circoscritto. Non così l’Iswap, acronimo dell’Islamic State West Africa Province, il gruppo di jihadisti scissionisti affiliati dal 2016 allo Stato Islamico che operano soprattutto nella regione del lago Chad che si estende anche in Niger, Ciad e Camerun. Da qualche mese inoltre ci sono segnali che anche il gruppo Boko Haram si sia rafforzato e sia in grado di porre nuove sfide a esercito e forze dell’ordine. Un’altra notizia sembra confermarlo. La sera del 18 dicembre a Konduga, una città che dista circa 38 chilometri da Maiduguri, la capitale dello stato del Borno, una ragazza di 17 anni si è fatta esplodere in mezzo a un gruppo di uomini in un luogo di ritrovo vicino all’abitazione di Ibrahim Liman, il capo di una milizia anti-jihadista locale, uccidendo tre persone e ferendone gravemente tre. Il bilancio avrebbe potuto essere molto più grave se la ragazza fosse riuscita a raggiungere un punto più affollato della via. Era da mesi che nel nord est nigeriano non si verificavano attentati suicidi, in passato molto frequenti. L’attentato suicida non è stato ancora rivendicato, ma è stato attribuito a Boko Haram che ha costretto decine di persone – donne, ragazzine e persino bambine scelte tra quelle rapite – a indossare cinture esplosive e a farsi esplodere in luoghi affollati come mercati, stazioni di autobus e moschee.

Può essere l’inizio di una nuova fase del jihad, la guerra santa dichiarata al governo nigeriano da Boko Haram nel 2002, anno della sua costituzione. Di recente – e anche questo è motivo di allarme – il gruppo pare abbia stabilito contatti e preso accordi con delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di droga e armi e che si finanziano con i sequestri di persona nel nord ovest della Nigeria. Boko Haram ha infatti rivendicato la responsabilità del rapimento di centinaia di studenti di un collegio, avvenuto l’11 dicembre a Kankara, nello stato nord occidentale del Katsina, a centinaia di chilometri dalle basi jihadiste. 344 ragazzi sono stati liberati dopo una settimana grazie alle trattative con i rapitori avviate dal governo locale e federale, ma l’azione ha dimostrato quanto sia facile mettere a segno una operazione criminale di portata inaudita. A distanza di pochi giorni, il 19 dicembre, altri 84 studenti, della scuola islamica Hizburrahim Islamiyya, sono stati rapiti, sempre nel Katsina, mentre stavano tornando a casa, nel villaggio di Mahuta, dopo aver preso parte a una cerimonia religiosa. Sono stati liberati quasi subito perché i loro rapitori hanno avuto la peggio nello scontro con le forze di sicurezza e i vigilantes locali subito allertati e accorsi. Le autorità hanno accusato del nuovo sequestro dei “banditi” che avrebbero anche rubato 12 capi di bestiame in un villaggio vicino. Non è escluso il coinvolgimento di Boko Haram che però non ha fatto rivendicazioni.