• NUOVO DIZIONARIO

Nessuna voce per Maria, ma così la teologia regredisce

Nell’ultima edizione del Nuovo Dizionario Teologico Internazionale la voce “Maria” (nel 1977 curata da René Laurentin) è stata eliminata. Della Madonna si continua a parlare all’interno di altre tematiche, ma ora manca una sua trattazione unitaria. Un excursus nel Vaticano II può aiutare a capire le radici di questa scelta, che tuttavia va in direzione contraria all’approccio sistematico alla mariologia promosso da una lettera della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 1988.
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Lo scorso 18 novembre, David Murgia ha postato sul suo blog una notizia piuttosto preoccupante, indice della chiara direzione di una certa sedicente teologia. Nella recentissima pubblicazione del Nuovo Dizionario Teologico Interdisciplinare è sparita Maria Santissima. Sparita, perché nel Dizionario Teologico Interdisciplinare del 1977, edito in tre volumi da Marietti, del quale il Nuovo Dizionario intende essere idealmente l’erede, la voce “Maria” era ben presente, curata dall’illustre teologo francese René Laurentin.

Dunque, non solo a Maria non è stata dedicata una voce specifica, ma essa è stata volutamente eliminata. Non che non si parli affatto della Madre di Dio, come attesta la presenza di “Maria” nell’indice analitico; ma la si è appunto disseminata all’interno di altre tematiche. Questa “disseminazione” non è di per sé un male: l’inserimento del discorso mariano all’interno delle diverse discipline teologiche è senza dubbio di grande vantaggio per cogliere e approfondire i differenti volti del mistero della Madre di Dio in relazione a Cristo, alla Chiesa, al culto, alla storia della Salvezza, all’escatologia, all’antropologia.

D’altra parte, però, Maria è una persona concreta, vivente, agente per e nella Chiesa; occorre dunque puntare l’attenzione su di Lei per cogliere il nesso armonico delle verità a Lei riferite e per avere nuova luce di riflesso sul mistero di Cristo, della Chiesa, dell’uomo. Come afferma la Lumen Gentium, Maria «riunisce in sé in qualche modo e riverbera i massimi dati della fede» (LG 65).

Questa abolizione di una specifica e tematica riflessione su Maria Santissima è un’involuzione rispetto alla straordinaria fioritura di studi, pubblicazioni, congressi, istituti mariani che si è verificata soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo, grazie anche alle numerose apparizioni mariane e alla proclamazione dei dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione di Maria. La mariologia (o marialogia, come amava chiamarla padre Stefano De Fiores) acquisiva una sempre più marcata e precisa fisionomia, espressa nell’incredibile mole di riviste, dizionari ed enciclopedie pubblicate nel corso dei decenni precedenti il Concilio Vaticano II. A ridosso dell’evento conciliare, nel 1950 e nel 1954, proprio a Roma vennero svolti due Congressi mariani rispettivamente sui temi Alma socia Christi e Virgo Immaculata, i cui atti furono raccolti in oltre trenta volumi.

Tutto era pronto perché il Concilio Ecumenico, indetto da Giovanni XXIII, raccogliesse e presentasse alla Chiesa universale una sintesi strutturata di questo percorso di approfondimento teologico sul mistero di Maria, supporto per nuove indagini della ragione animata dalla fede e alimentata dalla carità. E invece durante il Concilio ci fu un intoppo di non poco conto. Lo schema preparato dalla competente commissione fu proposto al voto dei padri conciliari per poter essere proclamato in occasione della solennità dell’Immacolata Concezione del 1962. Si decise però di rimandare.

Venne realizzato un secondo schema, dal titolo De Beata Maria Virgine Matre Ecclesiae, che trovava maggior consenso, ma, questa volta, la divisione si venne a creare su un altro versante: alcuni padri spingevano perché il documento fosse pubblicato come testo a sé stante e altri perché fosse invece un capitolo del più ampio schema De Ecclesia. Alla votazione dello schema mariano, i padri conciliari si spaccarono letteralmente in due: 1114 voti a favore dell’inserimento del documento mariano in quello dedicato alla Chiesa e 1074 a favore di una sua autonomia. Il risultato fu compromissorio, come tutti possono vedere: a Maria è stato dedicato l’ottavo e ultimo capitolo di Lumen Gentium, come volevano gli “ecclesiotipisti”, ma la sua struttura e il suo contenuto indicano chiaramente la sua genesi autonoma e guardano a Maria, nel mistero di Cristo e della Chiesa, come chiedevano i “cristotipisti”.

L’excursus può forse aiutare a capire le radici storiche di questa crescente tendenza a non voler suffragare una mariologia vera e propria, con la trita e ritrita preoccupazione che si possa in qualche modo finire per percorrere una strada “separatista”. E così per evitare l’abuso si decide di sopprimere l’uso.

Eppure, la Lettera della Congregazione per l’Educazione Cattolica (1988), dal titolo La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale, aveva spinto proprio nella direzione di una vera e propria trattazione sistematica del mistero della Vergine Maria: «Considerata l’importanza della figura della Vergine nella storia della salvezza e nella vita del popolo di Dio, e dopo le indicazioni del Vaticano II e dei Sommi Pontefici, sarebbe impensabile che oggi l’insegnamento della mariologia fosse trascurato: occorre pertanto dare ad esso il giusto posto nei seminari e nelle facoltà teologiche» (§ 27). A questo approccio si affiancherà anche quello interno alle altre discipline teologiche: «Inoltre i vari docenti, in una corretta e feconda visione interdisciplinare, potranno utilmente rilevare nello svolgimento del loro insegnamento gli eventuali riferimenti alla Vergine» (§ 29). L’uno e l’altro.

Spiace dunque che in un dizionario teologico si sia scelto di percorrere una direzione contraria. Non è questione periferica: in gioco c’è la fede cattolica nella sua integrità, perché, come ricordava il grande teologo e futuro cardinale, Leo Scheffczyk, «non ci si può meravigliare che la fede specificamente cattolica regredisca e quasi si atrofizzi, quando diminuisce la comprensione di Maria come sommo esponente dell’Incarnazione di Dio. Così non esiste nessuna verità che sia più vicina al mistero della vita e dell’azione trinitaria di Dio, più vicina al complesso sovrannaturale di Dio trino, redenzione e grazia, che la verità mariana» (in Maria, crocevia della fede cattolica, Eupress, 2002, p. 46).

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